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Si potrebbe affermare che Yellow Fieber [id., 2015], ultimo cortometraggio di Konstantina Kotzamani presentato quest’anno al Festival di Locarno, nasca dalle ceneri di Washingtonia [id., 2014]. Nei suoi quattordici minuti scarsi, infatti, il film “riscrive”, sviluppandole e in parte tradendole, alcune vicende già viste nel precedente cortometraggio – film, per altro, caratterizzato da una struttura fragile ed episodica. Una “storia nella storia”, dunque, come ci suggerisce quella voce over che, per l’intero film, condurrà la narrazione: «Vi racconterò una breve storia, e una lunga che nasce da quella più corta.» Yellow Fieber è allora in qualche modo un film ruiziano, sorta di scatola cinese metalinguistica che dialoga proficuamente con un film che lo precede, Washingtonia, senza voler esserne una sterile prosecuzione. Protagonista di Yellow Fieber non è però più (solo) quella umanità arida e sconfitta che avevamo conosciuto nell’altro cortometraggio. È l’ambiente, piuttosto, ad avere la meglio (o, forse sarebbe più corretto dire, la peggio) sull’uomo. Della washingtonia, quella palma “dal piccolo e arido cuore” che dava titolo al film, non v’è traccia nei dialoghi, eppure è la natura (e, ancora, la palma!) la vera protagonista dell’ultimo film di Kotzamani. Yellow Fieber – titolo che intreccia inglese e tedesco, e sta a significare “febbre gialla” – è infatti, sostanzialmente, un film di paesaggi, un landscape-movie: e soprattutto, come vedremo, una radiografia di un mondo che cambia. In peggio.

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Di tutti i personaggi presenti in Washingtonia (si trattava in fondo di un film a suo modo “polifonico”), Yellow Fieber riprende unicamente quello del vecchio pasticcere di colore, principale narratore sia qui che nel film del 2014, e la donna cieca che, ogni domenica, acquistava da lui la speciale torta “col fiore”. Alcune sequenze sono le stesse del film precedente e provocano un effetto straniante nello spettatore, una sorta di déjà-vu.

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Eppure, Kotzamani “devia” il discorso fatto in Washingtonia attraverso quella che sembra essere, al tempo stesso, una divagazione immaginifica e un’oscura metafora del presente.
Sulle immagini di alcuni paesaggi periferici, prossimi al cinema di James Benning, una voce over racconta allo spettatore la storia del re e di un’innominata città «a nord dell’equatore» (Atene?), la cui tranquillità viene scossa dall’arrivo di una misteriosa polvere gialla proveniente dal sud. Inizialmente considerata alla stregua di una semplice emissione sulfurea, la polvere provoca un’epidemia definita “febbre gialla”. Gli abitanti della città si chiudono nelle proprie case, e davanti a ogni porta viene piantata una palma per segnalare il rischio di contagio. Ma, col tempo, nessuno esce più dalle proprie abitazioni. Il re, rimasto solo, si aggira per questa nuova “foresta di palme”. Giunto davanti all’albero più grande e antico della foresta, imparerà il linguaggio delle piante.

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La voce over che parla su queste immagini “paesaggistiche” ricorda da vicino il cinema sperimentale di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata (in particolare, The Last Time I Saw Macao [2012] a cui Yellow Fieber è stilisticamente vicino).
Dopo uno stacco, ci troviamo in quel giardino che avevamo già conosciuto in Washingtonia. Le immagini sembrano la visualizzazione di uno stato di trance o di sogno del narratore.

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Una voce femminile lo interroga. Veniamo a sapere che la palma nel giardino della donna (quella che, nel corto precedente, era appunto chiamata washingtonia) sta morendo. Ma – afferma – la morte di una pianta si riconosce solo attraverso i sintomi: può sembrare ancora viva, anche se non lo è. Seguono, poco prima dei titoli di coda, le immagini di un’Atene spettrale, “giallognola” (sarà anch’essa coperta dalla misteriosa polvere gialla?). Una didascalia informa lo spettatore che si tratta di immagini di repertorio televisivo.

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Forse, allora, è proprio questo ciò che suggerisce il criptico Yellow Fieber: che la morte di una pianta, come quella di una città, può essere già avvenuta, ma noi lo potremo sapere solo nel tempo, attraverso i suoi sintomi.

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It can be said that Yellow Fieber [id., 2015], Konstantina Kotzamani’s last short presented this year at the Locarno Film Festival, was born from the ashes of Washingtonia [id., 2014]. In its fourteen minutes, in fact, the film “rewrites”, developing and partially betraying, some of the events already seen in the previous short – a film characterized by a fragile and episodic structure. A “story within a story”, then, as the voice over suggests which is present for the entire film: “I’ll tell you a little story, and a longer one that comes from a shorter.” This is why Yellow Fieber is a Ruiz-like film, a sort of Chinese box that communicates with the film that precedes it, Washingtonia, without being its sterile replication. This time, the main character is not only the defeated and cold humanity of the previous short, but the environment. There is no trace, in the dialogues, of the washingtonia, the palm “with a small and barren heart” that gave the title to the previous film, yet it is the nature the main character of the last Kotzamani’s work. Yellow Fieber – title that mixes English and German, and means “yellow fever” – is in fact a movie of landscapes; and especially, as we shall see, a radiography of a world which is changing for the worse.

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From the characters of the polyphonic Washingtonia, Yellow Fieber resumes only the old pastry chef, who is the main narrator both here and in the previous short, and the blind woman. Some sequences are the same of the previous film and provoke an alienating effect in the viewer, a sort of deja-vu.

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Yet, Kotzamani deviates from Washingtonia’s structure through what appears to be, at the same time, an imaginative digression and a dark metaphor of the present. Commenting the images of some peripheral landscapes, similar to the ones that are present in James Benning’s films, a voice over tells the audience the story of a king and an unnamed city «north of the Equator» (Athens?), whose tranquility is shaken by the arrival of a mysterious yellow dust coming from the south. Initially regarded as a simple sulfur emission, dust causes an epidemic called “yellow fever”. The inhabitants of the city hide themselves in their homes, and in front of each door a palm tree is planted to warn people about the risk of contagion. But, over time, nobody leave their homes. The king, left alone, is wandering in this new “palm forest”. Then, in front of the oldest and largest tree of the forest, he learns the language of plants.

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The voice talking over these landscape images reminds the viewer of João Pedro Rodrigues and João Rui Guerra da Mata’s experimental cinema (in particular, The Last Time I Saw Macao [2012] to which Yellow Fieber is stylistically close). Suddenly there is a cut in the editing. The images seem to visualize the state of trance (or dream) of the narrator.

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Then a female voice interrogates him. We realize that the palm tree in the woman’s garden (the palm called washingtonia in the previous short) is dying. But – he says – the death of a plant can be recognized only through symptoms: it may seem still alive, even if it is not. The spectral, yellowish images of Athens follow, just before the end credits. A writing informs the viewer that this is a film footage for television.

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Perhaps this is precisely what the cryptic Yellow Fieber is talking about: the death of a plant, like that of a city, might be already happened, but we will know it only in the future by studying its symptoms.

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Translation: Lorenzo Baldassari