Dell’erotismo si può dire che esso sia l’approvazione della vita fin dentro la morte
George Bataille, L’erotismo (1957)1

Ultimo tango a Parigi [Bernardo Bertolucci, 1972] inizia con una gran bestemmia sotto il Ponte Bir-Hakeim: un «Fucking God!» coperto dal rumore del treno mentre la macchina da presa dall’alto si sposta rapidamente verso il basso ad inquadrare un Marlon Brando disperato che mima L’urlo di Munch.

ultimo tango a parigi bertolucci marlon brando recensione

Durante i titoli di testa sulle note struggenti del sax di Gato Barbieri erano comparsi due quadri di Francis Bacon il Ritratto di Lucian Freud e Studio per un ritratto di Isabel Rawsthorne: due figure solitarie isolate deformate dalle loro pulsioni. Il parallelismo tra la figura urlante e l’opera pittorica stabilisce un rapporto molto violento tra il mondo interiore e l’ambiente circostanti. Le onde sonore del grido angosciante deformano lo spazio e il tempo e sembrano guidare i movimenti di macchina.

ultimo tango a parigi francis bacon

Bernardo Bertolucci stabilisce subito le coordinate estetiche e filosofiche: quello che vedremo rappresentato è un universo senza dio che verrà plasmato e deformato secondo la legge del desiderio, degli istinti. I colori e le diverse sfumature di arancione saranno ispirati proprio dalle tele del pittore inglese. L’incontro tra il 45 enne americano Paul (Marlon Brando) e la 19 enne francese Jeanne (Maria Schneider) avviene sotto l’ombra di due figure fantasmatiche imponenti: da una parte c’è la moglie di Paul (Rosa interpretata da Veronica Lazar), dall’altra il padre di Jeanne, colonnello dell’esercito francese. Entrambi morti, entrambi a simboleggiare un disturbante super-Io censorio, proiezione di desideri a lungo repressi. Non è un caso che dentro l’appartamento parigino, ad un muro, sia appoggiata una sorta di composizione mostruosa coperta da un lenzuolo bianco.

ultimo tango a parigi recensione

Se si tiene a mente questa premessa non è difficile vedere Ultimo tango a Parigi come un film sulla liberazione: quella di Paul dai sensi di colpa per la morte della moglie e quella di Jeanne dalla ingombrante figura paterna. La disperazione di un uomo che vuole ritornare giovane si nutre della vitalità di una ragazza dal viso di bambina che non vede l’ora di diventare donna (in fondo è «una ragazza fuori moda che cerca di apparire alla moda»): infatti con il passare del tempo la virilità di Paul va sgretolandosi fino a raccogliersi in una posizione fetale mentre la coscienza di Jeanne va maturando fino a rendersi conto della impossibilità della storia d’amore con uomo che è ritornato bambino, dipendente dalla donna-madre.
La spensieratezza adolescenziale iniziale (Jeanne con un balzo felino evita la scopa dello spazzino) lascia il posto alla realizzazione del rapporto sessuale all’interno della camera rossa dell’appartamento in Rue Jules Verne (in realtà è la via Rue de l’Alboni che si immette sul ponte Bir-Hakeim), una caverna primordiale dove si ritorna a uno stadio selvaggio e il sesso è l’unica forma di linguaggio.

La recensione di Pauline Keal

Quando il film venne presentato nell’ottobre 1972 in anteprima mondiale a New York lo shock fu immenso e la critica si divise subito tra entusiasti e detrattori. Tra le persone folgorate positivamente dall’opera ci fu Pauline Kael2 che paragonò l’impatto di Ultimo tango a Parigi alla rivoluzione musicale di Stravinsky nel 1913 con Le Sacre du Printemps.
La Kael ne colse immediatamente il potenziale sovversivo e ne stabilì le influenze di grandi autori del passato come Jean Renoir, von Sternberg (l’illuminazione controllata), Max Ophüls (la «tracking camera») e Marcel Carné. Lodò la fotografia di Vittorio Storaro così attenta ad esaltare i colori caldi e il supporto emozionale del sax di Gato Barbieri. Fu anche la prima a evidenziare il filo che univa Ultimo tango a Parigi a Roberto Rossellini e Luchino Visconti per la presenza di due importanti attori del neorealismo: Maria Michi (Roma città aperta [Roberto Rossellini, 1945], Paisà [Roberto Rossellini, 1946]) nella parte della suocera di Paul e Massimo Girotti (Ossessione [Luchino Visconti, 1943], Senso [Luchino Visconti, 1954]) nella parte di Marcell, l’amant double di Rosa. L’intento di Bertolucci era anche quello di assassinare gli ingombranti totem cinematografici che avevano nutrito il suo primo cinema, dal pasoliniano La commare secca [1962] fino al godardiano Il conformista [1970] passando attraverso Prima della rivoluzione [1964], Partner. [1968] e Strategia del ragno [1970]. Per Pauline Kael lo stacco rispetto alle opere precedenti era netto e riguardava non solo i contenuti ma soprattutto lo stile: quello che ne Il conformista appariva come fiume sotterraneo, in Ultimo tango a Parigi rompeva gli argini e travolgeva i personaggi principali. Il sesso era un’arma di difesa che aveva la forza di stravolgere le esistenze e Ultimo tango a Parigi il film più erotico che lei avesse mai visto fino a quel momento.
In realtà in una intervista di Gideon Bachman3 a Bertolucci, pubblicata su Film Quaterly nell’aprile del 1973, si correggeva un po’ il tiro su questa interpretazione e attraverso la voce del regista parmense si poneva, nella relazione tra Paul e Jeanne, non solo la componente sensuale ma anche quella autolesionista e sadomasochistica rifacendosi alle teorie di Georges Bataille. Pur ammettendo l’importanza della lezione di Marx e Freud e pagando il doveroso debito con la psicoanalisi, Ultimo tango a Parigi doveva essere considerato più sul versante esistenzialista ed istintuale che logico e razionale. In questo processo era riconosciuto fondamentale l’apporto dello sceneggiatore Franco “Kim” Arcalli, vera «coscienza strutturale» del film. Era davvero l’approvazione della vita fin dentro la morte, era l’erotismo dei corpi, dei cuori, l’erotismo sacro. Ma rappresentava anche il tentativo di autocomprensione di un regista attraverso due sogni fusi insieme: il viaggio onirico di un uomo alla ricerca del senso della propria esistenza dopo un gravissimo lutto e di una ragazza che sta per sposarsi ma è ancora influenzata dallo spettro della figura paterna. Così la moquette rossa dell’appartamento rimandava immediatamente alla sospensione spaziotemporale tipica del sogno. Tutta la scenografia di Ferdinando Scarfiotti lavorava a livello viscerale marchiando gli interni di oggetti-feticcio: una sedia (davanti al camino o davanti alla finestra), un cappello da donna, un materasso sdrucito, un berretto militare, un topo morto, un cappotto cammello.

ultimo tango a parigi brando schneider

Riflessi sullo stile

Ma fosse solo questo, Ultimo tango a Parigi esaurirebbe presto la sua carica eversiva e il suo impatto epocale su generazioni di spettatori. In realtà Bertolucci inserisce accanto alla autoanalisi un discorso sul linguaggio cinematografico e una riflessione sul cinema del suo tempo. Le panoramiche a schiaffo, i movimenti sinuosi della macchina da presa, le inquadrature plongée rimandano a una tecnica molto istintuale che segue il materiale incandescente del narrato. La già citata fotografia di Storaro, che fa assomigliare le stanze degli interni a pareti uterine, non è che l’esemplare conseguenza di questo tentativo coraggioso di chinarsi sull’abisso del proprio Io per cogliere le voci più segrete e nascoste. Le musiche malinconiche di Gato Barbieri non fanno che accentuare quel senso di Paradiso Perduto che accompagna il film dalla prima all’ultima inquadratura. Marlon Brando non è solo Paul ma anche il sistema hollywoodiano con tutto il peso e la responsabilità del mito: la T-shirt bianca e le note biografiche della cameriera («lo sa che è stato un boxeur ma gli è andata male…poi ha fatto l’attore.. e  poi suonatore di bongo…rivoluzionario in Sud America…e giornalista in Giappone…un giorno sbarca a Thaiti, fa il vagabondo, impara il francese poi arriva a Parigi e qui incontra una donna con i soldi, la sposa e…») rimandano ai film interpretati dall’attore (Un tram che si chiama Desiderio [A Streetcar Named Desire, Elia Kazan, 1951], Fronte del porto [On the Waterfront, Elia Kazan, 1954], Gli ammutinati del Bounty [Mutiny on the Bounty, Lewis Milestone, 1962], Viva Zapata! [id., Elia Kazan, 1952], Sayonara [id., Joshua Logan, 1957], Queimada [Gillo Pontecorvo, 1962])3. Jean Pierre Leaud non è solo Tom il fidanzato di Jeanne ma rappresenta nella sua ricerca del cinema-verità (sta girando con la fidanzata un film televisivo dal titolo Ritratto di ragazza), un chiaro manifesto della Nouvelle Vague da affondare come il salvagente L’Atalante [id., Jean Vigo, 1934]. Maria Schneider non è solo la ragazza borghese Jeanne, ma l’emblema di tutto un movimento «Dopo la Rivoluzione» alle prese con il reflusso e con la tendenza al conformismo delle regole della famiglia occidentale vero oggetto della pubblicità consumistica.  Il cinema verità si trasforma quasi subito in cinema falsità perché il solo fatto di essere consapevoli di essere all’interno di un film provoca una distorsione dell’immagine di sé: Jeanne perde la propria identità per aderire all’immaginario borghese di fidanzata-moglie-madre con i suoi splendidi bambini (se maschio verrà chiamato Fidel come Castro, se femmina Rosa come Rosa Luxemburg, ma Rosa è anche il nome della moglie di Paul).

ultimo tango a parigi nouvelle vague

Analisi di una sequenza divenuta leggenda

Proprio contro la istituzione della famiglia è una delle scene più importanti del film, quella della sodomizzazione di Jeanne con l’ausilio di un panetto di burro. Scena che ha causato una serie infinita di problemi censori e che nel 1976 comportò il rogo della pellicola e la perdita dei diritti civili per 5 anni per il regista e per il produttore Alberto Grimaldi.
La forza di questa sequenza non è in ciò che mostra (lo stupro anale) ma soprattutto nella violenza psicologica che Paul usa su Jeanne attraverso il monologo sulla famiglia. Mentre la immobilizza prendendola alle spalle e dopo averla penetrata, Paul intima a Jeanne di ripetere le sue parole:

Segreto di famiglia? Te lo dico io il segreto di famiglia. […] Voglio farti un discorso sulla famiglia: quella santa istituzione inventata per educare i selvaggi alla virtù… E adesso ripeti insieme a me […]: santa famiglia, sacrario di buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, dove la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo…

Bertolucci inquadra il piede di Marlon Brando che avvicina a sé il panetto di burro mentre gira ventre a terra Maria Schneider e la immobilizza. Poi con un gesto rapido le abbassa i pantaloni e con le dita intrise di burro ne lubrifica l’ano. Poi si posiziona sopra di lei e la penetra mentre l’inquadratura passa da un piano ravvicinato a una ripresa dall’alto e l’atto si completa con l’orgasmo di Paul tra le parole fucking…fucking.

ultimo tango a parigi burro

Quello che scandalizzò i censori fu questo mix tra immagine “eretica” e discorso politico sovversivo teso a scardinare uno dei capisaldi su cui si fonda la società occidentale.4
Bertolucci fa propria la lezione pasoliniana per cui il vissuto quotidiano diventa preistoria di un mondo in decomposizione. Al fondo di ogni trasgressione c’è la ribellione contro il padre, contro dio, contro lo stato…e solo attraverso la trasgressione l’uomo è capace di divenire padrone della propria intelligenza e rovesciare i tabù della propria epoca.5

Il grande scandalo portò un clamoroso record di incassi nel 1972 con sei miliardi di lire in Italia e 96 milioni di dollari in tutto il mondo.
La diatriba legale andò ancora avanti: nel 1982 venne clandestinamente proiettata una copia in possesso del regista (si diceva appartenesse a Fassbinder, appena deceduto) e vi furono di nuovo sequestro e condanne. Finalmente nel 1987, il giudice Paolo Colella riesaminò la pellicola e stabilì con l’aiuto di periti esperti che Ultimo tango a Parigi doveva considerarsi un’opera d’arte e non offendeva il comune senso del pudore anche in virtù dei mutamenti culturali e sessuali della società.

L’azione di Marlon Brando 

Intervistato sul suo rapporto con Marlon Brando nel film, Bertolucci ha sempre dichiarato che dietro la figura di questo americano quarantenne disperato aveva nascosto molte delle sue paure e delle proprie fantasie sessuali.3 È curioso notare come proprio nel 1972 esce un altro importante film che ha come protagonista un professore di liceo (Alain Delon) che indossa lo stesso decadente cappotto cammello di Marlon Brando. La prima notte di quiete di Valerio Zurlini è per certi versi un film gemello di Ultimo tango nella descrizione del rapporto tra una persona matura e una ragazza figlia del proprio tempo. L’anelito funebre che ammanta entrambe le opere equipara un “ultimo”(tango) a una “prima”(notte): in un modo o nell’altro i due protagonisti maschili non fanno che rinviare l’appuntamento con la morte.

ultimo tango a parigi prima notte di quiete

12002915_1726583724237043_4479928138664107171_nUltimo tango a Parigi e La prima notte di quiete.

Durante le riprese Brando tendeva molto a improvvisare e per problemi di memoria scriveva le sue battute dappertutto. Ma se è vero che i rapporti con la star americana non sono rimasti idilliaci dopo aver girato il film è anche vero che Brando regala uno dei più potenti monologhi della sua carriera e molto del materiale è frutto della propria sensibilità e del proprio background. La scena è quella di Paul di fronte al cadavere della moglie Rosa: Brando passa da improvvisi moti di rabbia in progressione a scoppi di pianto.

ultimo tango a parigi recensione

Sei ridicola truccata così. Come la caricatura di una puttana. Vedo il tocco della “mammina”. Una falsa Ofelia annegata nel bagno. Vorrei che ti vedessi, come rideresti! Sei il capolavoro di tua madre. Tutti questi cazzo di fiori non mi fanno respirare. Sai ho trovato una scatola di cartone piena di cose tue: penne, portachiavi, valuta straniera, preservativi francesi…un po’ di tutto. Anche un colletto da prete. Non so perché raccoglievi le cose lasciate dai clienti, anche il rasoio. Anche se un marito vivesse duecento fottuti anni non riuscirebbe a comprendere la vera natura della moglie. Penso che potrei arrivare a comprendere l’universo ma non a scoprire la verità su di te mai! Chi diavolo eri? Ricordi il primo giorno che venni qui? Sapevo che non potevo venire a letto con te se non dicevo…uh cosa avevo detto? Oh si Posso avere il conto?… devo andare via. Ricordi? La scorsa notte ho spento le luci a tua madre e tutto l’albergo si è svegliato. C’erano i tuoi “ospiti” come tu li chiamavi. Forse c’ero compreso anche io, vero? Per cinque anni sono stato più un ospite che un marito. Privilegiato s’intende. Ora per aiutarmi a capirti mi lasci Marcell in eredità. Un doppione di marito in un doppione di camera. Sai non ho avuto il coraggio di chiedergli, se anche i nostri vizi erano un doppione dei vostri. Per te il nostro matrimonio è stato una tana. Per uscirne ti è bastato un rasoio e una vasca piena d’acqua. Maledetta puttana da quattro soldi: Spero tu marcisca all’inferno. Sei peggio della peggior scrofa che si possa incontrare e sai perché? Perché mi hai mentito! Io che mi fidavo di te…hai mentito sapendo di mentire.. su dimmi che non menti? Hai qualcosa da dire? Non sei capace di dire niente eh? Dimmi qualcosa, sorridi troia! Avanti, dì qualcosa di carino.. sorridi e dimmi che mi sono sbagliato fottuta troia, fottuta scopatrice di porci…Scusami io non posso vedere questa maledetta roba sul tuo viso…Tu non ti truccavi mai…ti levo tutta questa porcheria. Tu odiavi il rossetto…Io non so perché l’hai fatto.. oh  dio  mi  spiace lo farei anche io se sapessi come… Io non lo so ma devo trovare il modo…

L’altra scena in cui Marlon Brando riesce a tirar fuori una prestazione sorprendente è quella dell’incontro con Marcell (Massimo Girotti), l’amante di Rosa. Sono presenti le tematiche del sosia e del doppelgänger già mostrate in Partner.. I due uomini si trovano seduti uno accanto all’altro nel letto, con la stessa vestaglia, la stessa rassegnata malinconia. Sono tristissimi nel registrare i danni del tempo sul proprio corpo: i capelli che cadono o che si ingrigiscono, la comparsa della pancia, la prostata grossa come una patata, i patetici rituali per mantenersi in forma. In questa duplicazione dostoevskjiana, i due uomini sembrano riprodurre una ideale figura maschile impossibile da realizzare in concreto: il suicidio di Rosa regala alla donna l’eterna giovinezza e ai due uomini un destino di decadenza e di decomposizione. Il topo che Paul troverà stecchito nella sua alcova è il simbolo di questo destino di morte e di putrefazione.

ultimo tango a parigi bertolucci

La reazione di Maria Schneider

Uno dei più buffi paradossi critici è che con tutta l’attenzione alle scene di sesso e alla performance di Marlon Brando molta della critica si lasciò sfuggire la grande portata della prova della Schneider. Fin dalle prime scene al telefono del Kennedy Eiffel Bar in Avenue du President Kennedy 16 a Parigi, l’attrice francese allora diciannovenne mostra una grande padronanza di sé e regala al suo personaggio un misto di innocenza e perversione che è perfetto per gli intenti di Bertolucci. La parte era stata pensata per Dominique Sanda che al tempo era incinta ma la vitalità e il furore rivoluzionario della Schneider si modellano perfettamente con la creazione di un personaggio molto istintuale che pur affascinata dalla figura d’autorità non tarda a metterne in discussione lo statuto.

ultimo tango a parigi schneider

La Schneider passa dai grugniti e dai versi animaleschi dei congressi carnali con Paul al tuffo dentro i ricordi della sua infanzia: gli odori forti, le muffe, le vacche, il primo amore per il cugino (con il quale si masturba sotto un albero in una gara che premia chi per primo raggiunge l’orgasmo), razzismi della servitù (la governante Olimpia parla del cane Mustafà e del suo fiuto particolare a scovare un povero arabo) e ancora più indietro con l’immagine del padre colonnello, le frasi proibite cercate nel dizionario La Rousse. Jeanne ritorna bambina nascondendosi sotto il tavolo ma non si rivela minimamente alla macchina da presa del fidanzato Paul, che si rende a sua volta conto dell’inafferrabilità del suo soggetto cinematografico. Quando la vediamo impugnare la pistola con in testa il cappello del padre colonnello intuiamo che la giovane ribelle vuole reclamare la propria libertà dai vincoli familiari.

ultimo tango a parigi psicoanalisi

E’ proprio nel rapporto con Paul che Jeanne realizza che la manipolazione maschile può avvenire sia attraverso il sesso (Paul la coinvolge in una relazione sadomasochistica), sia attraverso il tentativo di plasmare l’immagine dell’amata secondo il proprio desiderio (Tom riprende Jeanne non rappresentando la sua essenza ma semplicemente proponendone un’immagine falsa). Se è vero che la scena della sodomia non era inizialmente prevista in sceneggiatura e fu un colpo basso della coppia Brando-Bertolucci (il regista chiederà scusa alla Schneider per il tradimento ma ribadirà la natura finzionale del gesto) bisogna ammettere che lo sviluppo degli eventi dà la possibilità a Jeanne di ribaltare la posizione di dominanza di Paul: prima è lei stessa a sodomizzarlo dopo essersi tagliata le unghie (e mentre lo fa si eccita con la coprolalia immaginando un threesome con un maiale) e poi ne scopre la natura illusoria di immagine proiettiva. Jeanne comincia il suo processo di autodeterminazione con un atto masturbatorio: la gestione del proprio corpo e l’autoerotismo riflettono una pratica artaudiana, l’inquietudine di una incarnazione che è crudele nel suo rigore e nella sua lucidità.

ultimo tango a parigi recensione

E da qui che Jeanne prende le distanze da Paul, lo compatisce quando lo osserva nella sua fragilità fuori dall’appartamento-bozzolo di seta, lo umilia masturbandolo nel locale dell’ultimo tango. Quando Paul mette in testa il berretto del padre, l’identificazione-proiezione porta alla cancellazione definitiva del super io genitoriale paterno.

ultimo tango a parigi marlon brando

Non si tratta più di trasformare il caso in destino ma di avere il coraggio di troncare una relazione malata in cui il dolore e il senso di colpa diventano alibi per parassitare l’altra persona svuotandola della energia vitale. «È finita, è finita…» grida più volte la Schneider e noi sappiamo che non si riferisce solo alla sua storia con Paul. Il principio di azione-reazione fa sì che ad ogni tentativo di Paul di fagocitarla, Jeanne risponda affermando il principio di autodeterminazione a quello di sottomissione: se il matrimonio è pop, l’amore sicuramente non è pop.

Viaggio al termine del desiderio

Bertolucci avrebbe voluto intitolare Ultimo tango a Parigi La Petite Mort: in fondo tutte le immagini che il cinema ci presenta, in quanto implicate nel movimento e quindi nel tempo, in quanto immagini del divenire, impronte della durata, indipendentemente dalla bellezza o dalla bruttezza di ciò che ci fanno vedere, sarebbero sempre, in qualche modo, immagini di morte6.  Bataille ritorna in maniera circolare in corsi e ricorsi filmici: «l’associazione della violenza della morte con la violenza sessuale ha questo doppio senso. Da un lato la convulsione della carne è tanto più precipitata quanto è più vicina al cedimento, e dall’altro, se la convulsione gliene lascia il tempo, favorisce la voluttà. L’angoscia mortale non tende necessariamente alla voluttà, ma la voluttà nell’angoscia mortale è più profonda…»1
Fuori dal materiale rosso placentare dell’appartamento, il personaggio di Paul perde la sua grandezza tragica e diventa caricatura, figura deformata e disturbata della pittura baconiana. Durante la gara di tango di fronte al professionismo dei ballerini, le mosse sgraziate e buffonesche di Marlon Brando capovolgono la sensualità della danza in deriva clownesca.
Bertolucci segue con un lungo carrello laterale il disperato inseguimento di Paul per le vie di Parigi fino a che l’immagine si sdoppia allo specchio come in una dissociazione psicotica.

ultimo tango a parigi bertolucci

I ruoli adesso sono ribaltati: Paul è un bambino sperduto che vive per la seconda volta il lutto per la perdita della persona amata mentre Jeanne di fronte a questa regressione autodistruttiva, ribadisce la necessità di un percorso maturativo: bisogna crescere, bisogna diventare adulti anche se questo comporta una sofferenza “terribile”. Il viso di Maria Schneider è in primo piano mentre ripete la versione da dare alla polizia e sullo sfondo sfocato in posizione fetale c’è il cadavere di un amore che ha osato pronunciare il suo nome. Sotto la ringhiera del balcone l’ultimo chewing-gum tramandato ai posteri per l’ardua sentenza. L’ultimo tango di Maria e Marlon è un viaggio senza ritorno al termine del desiderio: dance me to the end of love7.

ultimo tango a parigi finale

NOTE

1. Georges Bataille. L’erotismo. SE editore.2017 

2. Pauline Kael. The Age of Movies. Selected Writings of Pauline Kael. Edited by Sanford Schwartz. pp 331-339, 2016 

3. Gideon Bachmann and Bernardo Bertolucci. Every Sexual Relatioship is condemned: an interview with Bernardo Bertolucci apropos Last Tango in Paris. Film Quarterly vol 26, n 3 pp 2-9, 1973 

4. Stefano Socci. Bernardo Bertolucci. Edizioni il Castoro pp 55-61, 2013 

5. Pino Bertelli. Cinema dell’eresia. Gli incendiari dell’immaginario. NdA Press 2005 

6. Alessandro Cappabianca. L’immagine estrema. Cinema e pratiche della crudeltà. Costa e Nolan 2005 

7. Leonard Cohen. Dance me to the end of love dall’album Various Positions 1984