È l’attraversamento di una terra, la mia, e di un tempo, che invece mi ha preceduto.

Simone Massi1

Presentato a Fuori Concorso alla 71a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, L’attesa del maggio è una sintesi po(i)etica – in 8′ di cui 2′ di titoli di coda – del cinema di Simone Massi, del suo percorso di “animatore resistente”2 iniziato nell’ormai lontano 1995 con il bellissimo minuto e sette secondi di Immemoria.

L'attesa del maggio 1
Sintetizzare la sinossi di un film di Massi è operazione tanto impossibile, quanto, forse, fuorviante. Utilizzando le parole dello stesso regista, «L’attesa del maggio racconta di un disertore che getta l’arma e si mette in cammino per tornare a casa.»3
Eppure, nel suo cinema l’evento, il fatto, l’avvenimento (ciò che, in una parola, può considerarsi “evenemenziale”) è solamente una parte del tutto. I suoi film intrecciano filamenti di cronaca, memoria e sogno, seguono percorsi che sono della mente e della coscienza e li restituiscono attraverso il ricorso irriducibile al piano sequenza e alla metamorfosi.
Vero che ne L’attesa del maggio sono presenti più stacchi rispetto a quanti abitualmente dimorano nei suoi lavori, ma si tratta di piccole sincopi, di aritmie predisposte per apparecchiare il viaggio di una memoria che abbraccia il percorso di un’intera esistenza. Rispetto a molti dei suoi cortometraggi precedenti – con riferimento in particolare a quelli realizzati da La memoria dei cani (2006) ad Animo resistente (2013) – Massi qui non circoscrive il racconto ad un episodio peculiare ma lo dilata: più che in un ricordo, sceglie di entrare nei ricordi del protagonista. Non appena l’itinerario associativo della memoria e del sogno prende corpo, ecco iniziare un ininterrotto piano sequenza attraverso cui – al solito – il film si isola in una dimensione di alterità temporale. Ogni durata è annullata cosicché un’immagine, un suono, un istante o un volto si richiamino costantemente l’uno nell’altro, in un’incessante reminiscenza senza soluzione di continuità: la corona di un cappello può diventare la sommità di un colle popolato da vecchie case, la pupilla può trasformarsi nel pavimento – illuminato dalla flebile luce di una torcia – di una Chiesa/rifugio, il quarto di luna può tramutarsi in una falce a mezzaluna e quest’ultima assumere a sua volta la sagoma dolce e carezzevole delle colline marchigiane. Come se non bastasse, non sono solo i ricordi a svanire, a dissolversi l’uno nell’altro, ma anche le parole: la frase che apre il film («Lo sguardo teso e l’orecchio a cercare/li ho reimparati da Julia/Ma fatico a distinguerli dalle foglie… Il maggio, il merlo: si nascondono al momento del canto. Non si fanno vedere») pare quasi il frantume di un discorso, sembra provenire da un flusso di pensieri di cui è possibile solo intercettare una parte.

La vita, che sia vissuta o sognata, è un piano sequenza, un andare avanti, una lenta metamorfosi – dice lo stesso Massi4

E questo piano sequenza, questa lenta metamorfosi – unitamente ad una cura talmente minuziosa e dettagliata del disegno da rasentare l’iperrealismo nella riproduzione del singolo elemento – sono strettamente necessari per moltiplicare, in un certo senso, i piani di visione: quello fattuale della ricostruzione, quello mentale del ricordo e dell’associazione e quello onirico del viaggio senza coordinate spaziali. In tal modo, tutte queste dimensioni vengono portare ad intrecciarsi in una quarta, nuova dimensione di realtà: un pensiero, un sogno, un ricordo o un’emozione possono essere tanto reali quanto un evento o un fatto.

L'attesa del maggio 2
Radicalizzando un topos comune a tutta la sua produzione, si pensi in particolare a Nuvole, mani, anche ne L’attesa del maggio la narrazione sembra procedere intersecando tra loro diversi frammenti, come cocci di un vaso spezzato pronti ad essere rincollati secondo una nuova logica. Sono frammenti di tempo, di memoria, di parole, di ricordi, di sogni, di attimi, istanti, vita ma anche frammenti di Storia ufficiale (i fascisti a cavallo) che s’intreccia con la Storia personale (la cui S è maiuscola come quella della storia collettiva), quella della fuga (i binari) e del ritorno, quella delle esperienze vissute e delle memore evocate. Gli eventi più piccoli vengono isolati dal tempo e diventano “monumentali”, si riappropriano della loro unicità.
Nel bellissimo documentario – intitolato, con calzante intuizione, Animata resistenza – che Francesco Montagner e Alberto Girotto hanno dedicato a Massi, il regista afferma a tal proposito: «Mi sono divertito a prendere storie che mi erano state raccontate o che avevo visto con i miei occhi e farle diventare dei sogni, trattarle come se fossero dei sogni: togliendo la parola ai personaggi, rendendo i gesti molto lenti, quasi da automi. In maniera tale che un evento – che io sapevo benissimo com’era accaduto nella realtà – fosse disinnescato, diventasse qualcosa d’altro. Più surreale, più leggero, più onirico. Partire dal fatto reale per farlo diventare sogno.»
In fondo, la definizione di un personalissimo concetto di tempo è sempre stata al centro dell’opera di Massi: già da Immemoria, il cineasta urbinate cercava, per riutilizzare un’espressione di Tarkovskij, di scolpire un tempo alternativo a quello cronologico (nel corto fanno capolino due orologi sovradimensionati che quasi paiono come una seconda prigione del protagonista). Ne L’attesa del maggio il tempo assume una rarefazione definitiva, diviene tempo (e sguardo: nell’attimo in cui il protagonista si copre gli occhi, il film finisce) della coscienza.
Un tempo e sguardo della coscienza che non possono quindi avere una regolare prospezione lineare. Come spesso è accaduto anche in passato, la struttura è infatti circolare. Il film inizia e finisce con il protagonista adulto, in mezzo si stagliano particelle della sua storia.
Si tratta, invero, di «lavorare il tempo fino a dilatarlo e costringerlo a una forma circolare»4. Circolare perché corrisponde a quello a-cronologico del ricordo, un tempo in cui la narrazione può recuperare la stessa mutevolezza fabulatoria del racconto orale, in cui tutto procede con la stessa disarmonia “armonica” di un fiume carsico.

L'attesa del maggio 3
C’è un aspetto fondamentale da segnalare ne L’attesa del maggio, una prospettiva che marca uno scarto all’interno della filmografia di Massi: se si esclude Venezia/Massi (ovvero il cortometraggio che Alberto Barbera ha chiesto al regista per la sigla che accompagna le proiezioni del Festival di Venezia dal 2012), per la prima volta l’autore diventa protagonista “adulto” del suo cinema.

Il protagonista diventai io, gettando la sciarpa e la maschera, dopo che nei film precedenti avevo ritratto me stesso in forma di ragazzino scompigliato e lunare5

Non si tratta semplicemente di autobiografismo – anche se ovviamente la sua vita, la sua storia e le sue origini hanno un ruolo centrale nel suo cinema:«Ho scelto di raccontare il mondo contadino perché è di lì che provengo […]»6 – quanto anche di una forma d’onestà intellettuale, quella di mettersi in gioco in prima persona e di testimoniare un’adesione convinta e personale ad una memoria (e a tradizioni) collettive (siano la civiltà contadina forgiata dal lavoro nei campi e oggi pressoché scomparsa, i giorni tristi e bui della Seconda Guerra Mondiale o la Resistenza, da intendersi anche come “stato mentale” prima ancora che come movimento politico). Forse – come dice lo stesso Massi – si tratta di un’«autobiografia dell’anima»7: per la prima volta si rappresenta da adulto, ma il suo sguardo di regista/osservatore conserva intatta l’innocenza della meraviglia, di chi sa ancora stupirsi ascoltando il canto del merlo, osservando un albero o ricordando il confessionale in penombra di una Chiesa. E con lui, preparato ad osservare, può stupirsi anche lo spettatore e, magari, recuperare quello sguardo sopito e dimenticato.
Non bisogna, inoltre, sottovalutare come la presenza dell’autore nel “ruolo” del protagonista e il lungo viaggio che il medesimo percorre all’interno dell’opera possano avvalorare anche l’ipotesi avanzata da Roberto Della Torre8 secondo cui «il film sembra essere […] una riflessione sul proprio percorso artistico […] e sul mistero del processo creativo.» È fuor di dubbio, infatti, che L’attesa del maggio rappresenti una tappa che riassume e, contemporaneamente, rilancia l’opera di Massi. Come dice lui stesso:«[…] mi pare che questo nuovo film sia la somma di quelli precedenti e insieme la summa della mia “carriera” »5

L'attesa del maggio 4
La somma e summa della sua carriera, dunque. Una carriera attraversata da piccole/grandi storie votate «alla tradizione del mondo contadino e della sua cultura, alla memoria delle lotte partigiane e della Resistenza, al richiamo dei principi essenziali della vita e dell’individuo.»9
Ad esser creta e legante di questi scorci di poesia modulare non può che essere la necessità del ricordo come azione politica. L’urgenza, altresì, di mantenere vivo il legame genetico tra l’Uomo e la Terra e di rinvigorire il ricordo dei racconti dei “vinti”10 (siano contadini, emigranti, operai, minatori, partigiani o anche disertori), silloge – con il suo concentrato di storie – di un “mondo perduto” (citare De Seta non è casuale), evocato pressoché sempre da Tengo la posizione (2001) in poi.
Un mondo di cui è necessario avere «[…] memoria e rispetto, preservare e proteggere alcuni valori, la terra e anche gli animali che abitano la Terra […]»11: non è peregrino, in fondo, pensare l’urbanizzazione – che diverrà selvaggia con il Boom – come il controcampo possibile (e invisibile) di molti film di Massi (p.e. La memoria de cani, Dell’ammazzare il maiale, Io so chi sono, Tengo la posizione, Piccola mare, Nuvole, mani, Animo resistente e appunto L’attesa del maggio).

Eppure, ricordare significa anche non tacere. La bellezza, tanto evidente quanto per certi versi ermetica, impenetrabile, del mondo contadino (nello specifico, marchigiano) s’imbranca – anche ne L’attesa del maggio – con l’asperità e la crudezza.
Massi, però, non mostra né si compiace mai di brutalità e nefandezze: rimangono fuoricampo, sono elise o suggerite. Gli episodi di violenza (forse evocati dal rosso della sciarpa nell’incipit così come dallo sguardo triste e imperso del maiale, nonché suggeriti dalla teoria di persone schierate di fronte ai soldati e dal finale “anamnestico”) non sono mai mostrati: accadeva così p.e. ne La memoria dei cani (con la fucilazione del cane) o nella soggettiva dell’animale protagonista di Dell’ammazzare il maiale. Escludere la brutalità senza tacerla è una scelta precisa, forse anzitutto morale, e la capacità di suggerirla attraverso procedimenti filmici e profilmici ha un impatto straordinario; opera non solo a livello emotivo/emozionale, ma finisce per impressionarsi – vivida e e inestirpabile – nella memoria di chi guarda.

L'attesa del maggio 5
Facendo un piccolo passo indietro, è doveroso tornare brevemente agli animali.
Anche ne L’attesa del maggio, gli uomini, ammutoliti, sono figure sfuggenti, inafferrabili, guardano sovente verso il basso. Il maiale, il cane e il misterioso elefante che apre la processione di ricordi sembrano essere le uniche figure completamente innocenti, incontaminate forse perché fuor della Storia. E così capita con tutti gli animali del suo cinema.
«Gli animali sono la bellezza e l’innocenza del mondo. Sono anima e basta.»12

L'attesa del maggio 6

L'attesa del maggio 7
L'attesa del maggio 8
Il cinema di Simone Massi non assomiglia a quello di nessun altro.
Il principale referente sono le sue stesse storie (e i suoi sogni), il retroterra socioculturale di cui è espressione. Prima che il cinema di animazione, le sue ispirazioni dichiarate sono anzitutto letterarie (Pavese, Rigoni-Stern, Dolci o anche le infinite vertigini di Borges), poi pittoriche (dal Magritte dei primi cortometraggi a p.e. Fattori e Paolo Uccello) e infine provengono dal cinema, diciamo così, live action (Tarkovskij in primis, poi Fellini, Sokurov, Ėjzenštein, Angelopulos ecc.).
Anche L’attesa del maggio è realizzato con la medesima, complessissima tecnica dei graffi – da lui stesso “scoperta” durante la lavorazione de La memoria dei cani – caratteristica dei suoi ultimi film. Un procedimento atto a sottrarre materia e colore per ottenere – come fossero anch’essi delle scoperte – i potenti chiaroscuri che lo contraddistinguono.

È forse l’unica tecnica di disegno in cui la mano deve togliere per creare.13

È un’animazione – con un piccolo calembour si potrebbe parlare di vera e propria “azione che dona l’anima” – squisitamente artigianale, ben distante dalla speditezza del rendering digitale. Ognuno dei circa duemila disegni del film è realizzato a mano dall’autore (per questo, per realizzare un film di pochi minuti è talvolta necessario più di un anno di lavorazione) e poi ripreso dalla moglie Julia (per la prima volta, con L’attesa del maggio, attraverso un supporto ad Alta Definizione).
Qui, una volta di più, Massi si dimostra vero “animatore resistente”, nel suo rifiuto – tanto estetico quanto “morale” – delle facilitazioni tecnologiche che sbriciolano (in fase produttiva) la materia delle linee, delle figure e dei contorni. Il suo è un bianconero scisso dal tempo ordinario ma inscritto in un eterno presente come il tempo del mito e del sogno:

Ho sempre sognato in bianco e nero.14

Si può dire che Massi scavi il nero per arrivare al bianco: il bianco è una conquista. Ne L’attesa del maggio, il bianco dei cieli lattiginosi e degli spazi aperti di pianori e colline vive in rapporto d’antinomia con i grigi polverosi e i neri delle figure umane e delle architetture. Il bianco esprime, in un certo modo, l’armonia, il silenzio e la tranquillità faticosamente raggiunti: non a caso, il nero – ad un grado puramente tecnico/formale – ha una precisa funzione tensiva. La riconfigurazione delle linee di nero tra un disegno e l’altro contribuisce a creare movimento attraverso un continuo cambiare di direzione in una specie di moto perpetuo.
È quindi il nero uno dei recettori cinestetici del cinema di Massi, come lo sono i continui movimenti di macchina a scoprire, avvicinandosi – con vertiginosi zoom in avanti – alle diverse figure e precipitandosi a perpendicolo nel suo universo paesistico/scenografico. Lo zoom stesso, oltre che morfema e stilema tecnico, diventa strumento ideale di conoscenza, avvicinarsi alla “cosa” per poterla finalmente vedere, per potersene stupire o meravigliare.
La tecnica di disegno, quindi, è perfettamente combaciante con la continua metamorfosi, con la tensione onirica, con il ritmo spezzato e lo swing fratturato del ricordo propri del cinema dell’autore.

L'attesa del maggio 9

L'attesa del maggio 10

Come già accadeva in Dell’ammazzare il maiale, l’unico colore del film, oltre al b/n, è il rosso (il rosso della Resistenza ma anche del sangue versato) della sciarpa (una sciarpa rossa indossata dal protagonista/autore che richiama la sciarpa della sua opera-manifesto, significativamente intitolata Tengo la posizione). Sciarpa che, inoltre, è un indumento d’autunno e inverno, le stagioni nelle quali sono principalmente calati i film di Massi (il maggio, la primavera, è infatti un’attesa).

L'attesa del maggio 11

Tengo la posizione
(Sopra: L’attesa del maggio. Sotto: Tengo la posizione)

Ne L’attesa del maggio – come in tutta la sua opera – il soundtrack è fondamentale per creare quell’atmosfera che è al contempo verista ed onirica, lirica e misterica, arcaica e mistica.
I suoni (ri)costruiti da Stefano Sasso s’attagliano perfettamente alle immagini. Hanno una funzione che è più contrappuntistica che didascalica: il realismo del “rumore” (il fruscio della sciarpa, i latrati, lo scalpiccio delle foglie) trasfonde il proprio tono all’onirismo ovattato del “suono”. Spesso il suono anticipa le immagini (il rumore del treno arriva prima dell’immagine dei binari) oppure dà al racconto un’ulteriore linea poetica. Può essere accompagnamento o metonimia, materico o astratto, concreto o distante.
Perfettamente integrati al tessuto sonoro e a loro volta nodali per produrre quella sospensione ineffabile e atemporale, propria del film, sono le note della fisarmonica di Roberto Picchio e i canti di Öykü Aras. Nella fase di postproduzione – curata da Lola Capote Ortiz – il suono della fisarmonica – strumento tradizionalmente legato al clima di festa – sottolinea per contrasto momenti di dolore o preoccupazione (i bambini schierati in prima fila di fronte ai soldati) o dona malinconia al ricordo del lavoro manuale nei campi. I canti, invece, paiono bagnati dall’eterna inquietudine del ricordo, come appendici sorte da un orizzonte temporale lontano: le parole stesse sono intangibili, eteree, fulminee come un pensiero.

Negli anni, un poco alla volta, ho maturato delle idee che mi hanno portato a ragionare sui passi, fino a capire qualcosa, forse perfino le ragioni del viaggio: raccontare la piccola poesia della mia famiglia, foglie dell’albero del Tempo. Istanti che si sono rifiutati di passare, volti e gesti che hanno voluto diventare haiku. 15

Non c’è niente di più calzante di un haiku – breve componimento di tre frasi per diciassette sillabe (secondo l’alfabeto occidentale) capace di catturare sensazioni, stati d’animo e immagini spesso ispirati alla natura, agli elementi – come termine di paragone per raccontare intuitivamente L’attesa del maggio. Perché, come in tutto il cinema dell’autore marchigiano, anche L’attesa del maggio è un invito a riappropriarci della bellezza, della purezza che è nella semplicità (la semplicità è sublime, e in un certo senso, è la cosa più “complessa” che esista), della meraviglia che può suscitare un albero, un sentiero, una collina o un ricordo; con l’onestà del non tirarsi indietro, del ricordare anche gli spigoli più bui e cupi che popolano la vita (e la sua memoria).
Per citare Fromm, Massi ci riporta alla necessità di “anteporre l’essere all’avere”. Ma non solo. I suoi film sono la testimonianza più diretta, limpida e struggente di come i terrigeni non siano persone legate esclusivamente alla manualità laboriosa e massacrante del lavoro nei campi, ma che in loro si nasconda la forma più bella e pura di creatività – è il protagonista/adolescente che, durante il raccolto, trasforma la luna in una falce – una fantasia nobile. E liberissima: forse perché nasconde quella stessa fatica, quella lotta quotidiana per tenere la posizione, quell’animo resistente.


NOTE

1. Intervista di Giancarlo Balmas, Writer’s Guild Italia, 30/07/2014.

2. “È una definizione che mi piace molto. Perché faccio animazione da vent’anni e non ho mai avuto un salario. Perché per conservare la mia indipendenza di autore devo necessariamente resistere” – scrive lo stesso Simone Massi in Nuvole e mani – Il cinema animato di Simone Massi (a cura di Fabrizio Tassi), Minimum Fax, pag. 30.

3. Intervista di Federico Temperini, Il resto del Carlino.

4. Nuvole e mani – Il cinema animato di Simone Massi (a cura di Fabrizio Tassi), Minimum Fax, pag. 57.

5. Nuvole e mani – Il cinema animato di Simone Massi (a cura di Fabrizio Tassi), Minimum Fax, pag. 93.

6. Nuvole e mani – Il cinema animato di Simone Massi (a cura di Fabrizio Tassi), Minimum Fax, pag. 47.

7. Poesia bianca – Il cinema di Simone Massi (a cura di Roberto Della Torre), Quaderni Fondazione Cineteca Italiana, pag. 100.

8.
http://test.simonemassi.it/cms/uploads/ajaximagemanager/uploaded/Recensioni_NEW/2014_LAttesaDelMaggio.pdf.

9. Alberto Barbera in Nuvole e mani – Il cinema animato di Simone Massi (a cura di Fabrizio Tassi), Minimum Fax, pag.6,

10. È il termine utilizzato dallo stesso regista.

11. Nuvole e mani – Il cinema animato di Simone Massi (a cura di Fabrizio Tassi), Minimum Fax, pag.65.

12. Poesia bianca – Il cinema di Simone Massi (a cura di Roberto Della Torre), Quaderni Fondazione Cineteca Italiana, pag. 101.

13. Simone Massi in Poesia bianca – Il cinema di Simone Massi (a cura di Roberto Della Torre), Quaderni Fondazione Cineteca Italiana, pag. 92.

14. Nuvole e mani – Il cinema animato di Simone Massi (a cura di Fabrizio Tassi), Minimum Fax, pag.32.

15. Poesia bianca – Il cinema di Simone Massi (a cura di Roberto Della Torre), Quaderni Fondazione Cineteca Italiana, pag. 112.