Con questo articolo inauguriamo una nuova rubrica: Fuoricampo. Uno spazio pensato per ospitare contributi dal taglio diverso rispetto a quelli abitualmente pubblicati sulla rivista: una sezione di critica cinematografica dedicata alle novità in sala. Approfondimenti, riflessioni – non necessariamente analisi – sui film e sulle tendenze del presente, spesso affidati a esperti del settore. Inauguriamo questa nuova rubrica con una riflessione sul film del momento, Nosferatu di Robert Eggers, a cura dello studioso e critico cinematografico Pier Maria Bocchi, autore del libro So cosa hai fatto. Scenari, pratiche e sentimenti dell’horror moderno (Lindau).
È lecito, innanzitutto, chiedersi quale storia del cinema Robert Eggers conosca. Senza dubbio ha mandato a memoria i capisaldi. Tanto che risulta sterile, come i più hanno giustamente osservato, rintracciare in Nosferatu [id., 2024] assonanze, reminiscenze, omaggi. Si vedono, si riconoscono, si mettono in mostra. Non è un male: i film, come sappiamo, si parlano, anche laddove non è l’autore che li spinge a parlarsi. C’è piuttosto nel quarto lungometraggio del regista statunitense la determinazione, esibita, a interpellare le immagini in qualità di santuari. Il che andrebbe anche bene: pregare le immagini come voti a cui riservare in eterno la propria fede – nella saldezza della fantasia e dell’immaginazione, nel potere seduttivo del trucco come arte, nelle abilità illusionistiche del cinema – è una posizione “politica” occupata da tanti (Quentin Tarantino, per esempio). Tuttavia in Nosferatu Eggers sceglie la mnemonica in quanto modulo di studio e di esecuzione. Ogni cosa è illuminata. Un paradosso, per un film in cui a dominare sono le ombre. In Nosferatu non c’è nulla di sottinteso. Ci siamo abituati, visti i precedenti del regista. Ma facciamo un confronto che sembra assurdo, considerate le rispettive, diversissime, caratteristiche: se in The Substance [id., 2024] Coralie Fargeat assorbe come una spugna il body horror del passato per “vomitarlo” sulla contemporaneità con pertinenza odierna (e mi stupisco che questo aspetto sia stato largamente sottovalutato in favore di una percezione critica di puro collezionismo citazionista), Eggers, come sottolinea Giacomo Calzoni nella sua accorata apologia del film per Duels (la sola cosa bella e finanche convincente che io abbia letto, per inciso), «abita le immagini create in precedenza dai maestri, le attraversa […] e le trasporta nel presente»1. Ecco, questo è un problema. È il grosso problema che ci interessa da vicino, e che interessa la produzione e la diffusione delle immagini oggi. Eggers non solo le abita, le immagini del passato, non solo le venera, ma le occupa con spirito da colonialista. Come se le immagini fossero qualcosa di estremamente appetibile da controllare, da dominare. Non da vivere: al contrario, da invadere, conquistare e possedere. Le immagini Eggers le ha studiate, le ha imparate nel dettaglio, le ha perfino e con ogni probabilità amate, però la sua è semplicemente una recita compilatoria. Quindi sì, Robert Eggers conosce la storia del cinema, ma la conosce, diciamo così, per dispense, che egli declama a voce alta. Senza una sbavatura, senza un errore. Una memoria di ferro, di fronte alla quale non si può che essere persuasi – non c’è niente fuori posto, non ci sono gravi dimenticanze, è un’orazione inattaccabile – e anche un po’ atterriti. Perché non c’è sentimento, non c’è (una) idea. Quello di Eggers è un horror’s digest: redige il cinema, stila le immagini. Non crede in niente se non nella – nobilissima, per carità – divulgazione.
A questo punto però è lecito farsi un’altra domanda: ciò che divulga Nosferatu, in modo come abbiamo notato impeccabile benché meccanico e manualistico, è sufficiente? S’intende: è sufficiente all’horror contemporaneo? A noi? Potremmo ribaltare l’interrogativo così: siamo sicuri che l’esercizio di forza di Eggers sulle immagini sia giusto? Qual è la sensazione che dovremmo provare davanti allo zelo più serioso? Mi vengono in mente i replicanti di Blade Runner [id., 1982]. Vedendo Nosferatu si ha l’impressione di un impegno catalogico francamente circoscritto. Se di cinefilia si deve parlare, giacché è chiaro che Robert Eggers è un autore diligentemente cinefilo, allora non è fuori luogo pretendere qualcosa di più di Murnau, di Herzog e di Coppola. Così, infatti, sono buoni tutti. Prendiamo l’alibi della donna come corpo attivo – e non dunque passivo, non di vittima – di desiderio, di bisogno sessuale, di avidità lasciva, uno dei temi portanti di questo nuovo Nosferatu. Buona parte della Hammer vampiresca è costruita attorno a questo modulo, ed è naturalmente auspicabile che Eggers ne conosca perlomeno i fondamentali, ma come la mettiamo con opere come Ossessione carnale [Vampyres, 1974] e La vestale di Satana [Les Lèvres rouges, 1971]? Ne avrà tenuto conto, Eggers? Sicuramente l’autore conoscerà Miriam si sveglia a mezzanotte [The Hunger, Tony Scott, 1983] (me lo auguro), ma Un abito da sposa macchiato di sangue [La novia ensangrentada, 1972]? E Il bacio del terrore [The Kiss, 1988]? Prendiamo un’altra questione-chiave del film, la tensione erotica tra i sessi: anche a tal riguardo la Hammer insegna, ma perché nessuno ricorda più il Dracula [id., 1979] di John Badham (mi pare che soltanto Calzoni lo menzioni), che è interamente ricreato a partire dall’irresistibile e reciproca attrazione carnale tra il principe delle tenebre e le sue prede, all’epoca una discreta novità per una major americana, quantomeno nell’esplicito e palpabile languore? Lo conoscerà, Eggers? E a proposito della pulsione al male che nasce dentro di noi con nostro sommo raccapriccio, il regista avrà mai sentito parlare di Stress da vampiro [Vampire’s Kiss, 1989]? Non si fraintenda: ovviamente non è indispensabile avere visto gli horror di José Ramón Larraz, di Harry Kümel e di Vicente Aranda, tantomeno i film di Pen Densham e di Robert Bierman, non serve avere visto ogni cosa, epperò qualche immagine in più delle solite, e delle più “scontate”, potrebbe aiutare contro la solerzia più indifferente. Quella, giustappunto, di un sermone troppo pedante. Di mera routine scolastica.
Si è detto, e si dirà: Eggers ha inteso riportare l’horror alle basi del mito. D’accordo, ma il mito lo si deve anche porre in relazione allo stato delle cose, al presente, al mondo che viviamo, altrimenti è un revival sterile, fine a se stesso, senza sbocchi. Lo aveva ben capito Coppola, quando aveva sublimemente piegato il suo Dracula [Bram Stoker’s Dracula, 1992] alla contemporaneità post-pop (e infatti nel suo film la passione e la morte nascevano mentre nasceva il cinema). E lo ha ben capito anche Leigh Whannell, che sfrutta due mitologie altrettanto iconiche, l’uomo invisibile e l’uomo lupo, non con reverenza, e neppure con pignoleria accademica, ma con gesto e sguardo prepotentemente attuali, dentro l’oggi, dentro la nostra realtà, anche a costo di ridimensionarne l’epicità (e che bello l’American Gothic privato di Wolf Man [id., Leigh Whannell, 2025], che è ancora Shining [The Shining, Stanley Kubrick, 1980], è di nuovo Shining, anche in versione Una splendida festa di morte2, c’è perfino la caldaia da rimettere in funzione per fare luce e caldo nel buio dei sentimenti: si torna sempre lì, a quel testo che oggi, ancor più di ieri, risulta per molto cinema e per molti autori una pietra angolare, un termine di paragone tanto estetico quanto argomentativo). Perciò il cinema di Robert Eggers, e Nosferatu non fa eccezione, più che elevated o prestige3 è replicated horror: un ciclostilo, attraverso il quale riprodurre, apparentemente ad infinitum, e in modo ineccepibile, le matrici (i sogni) di cui è fatto il cinema che più gli e ci piace. Fino al precinema, ma a questo proposito lascerei davvero perdere, basterebbe un’altra comparazione, stavolta impietosa, per smorzare qualunque entusiasmo teorico: mettete sui piatti della bilancia le idee teoriche di Nope [id., 2022] di Jordan Peele da una parte e quelle di Nosferatu dall’altra e constatiamo poi tutti insieme da che verso pende. Spiace adoperarsi in continui raffronti, pare una pratica vana, cionondimeno è l’identità del cinema di Robert Eggers a invocarla: un cinema, per l’appunto, del duplicato, del facsimile laborioso. Come The Substance, certamente, però senza l’eccezionale appropriatezza del contributo di Fargeat, che, diversamente da Eggers, comprende nel profondo il suo ruolo di filmmaker contemporanea. Per converso, il regista di Nosferatu è un semplice oratore: un mestiere nobile, che comporta accortezza e astuzia, ma la scioltezza nell’eloquio cela – talvolta, non sempre – l’assenza di una peculiarità. Saper parlare (in pubblico) non vuol dire automaticamente saper ragionare.
Nosferatu, infine, nella sua lussureggiante ma inerte retorica, pone sul tavolo un altro problema, l’ennesimo, che riguarda in particolare la critica. Ed è un problema a mio parere molto urgente, che la critica stessa, per prima, dovrebbe riconoscere e non sottovalutare (quantunque sia molto più comodo far finta di niente). Come scrivere di Nosferatu? In che termini? Quali lemmi usare? Di quali esclamativi giovarsi, in funzione sia elogiativa, sia denigratoria? È un nodo spinoso, che, ancora di più, concerne il sentire, il capire e l’intercettare il (proprio) tempo. Oltre che il (proprio) ruolo. Un nodo che, giusto quale esempio recente, Giurato numero 2 [Juror #2, 2024] di Clint Eastwood ha collocato in primissimo piano tra le impasse di un esercizio – quello del critico – che pare faticare a rinnovarsi nel linguaggio e, a conti fatti, nella sostanza. Fatevi un giro sui social (accettiamola, una buona volta, questa nuova, amatissima e odiatissima forma critica), oppure sorteggiate qualche recensione a caso: limitandoci agli encomi, è tutto un profluvio più o meno superlativo di cupo, sontuoso, avvolgente, malato, morboso, etc. Ammesso e non concesso che un film – e un horror – cupo o cupissimo, sontuoso o sontuosissimo, morboso o morbosissimo, sia di per sé di pregio, e quindi un bel film, e nello specifico un bell’horror, si tratta di una grana oserei affermare (scusatemi) ontologica: si dicono e si scrivono sempre le medesime cose per immagini sempre uguali a se stesse. In fondo, anche Demeter – Il risveglio di Dracula [The Last Voyage of Demeter, André Øvredal, 2023] è cupissimo e abbastanza sontuoso, eppure è stato (meritatamente) dileggiato dai più. Allora è altresì una questione di onestà intellettuale: tra critico e commentatore casuale non c’è più differenza, entrambi si ritrovano con la medesima cassetta degli attrezzi di kinghiana invenzione, sempre quella, ormai però vecchia, impolverata, superata. Ovviamente è una situazione di cui Eggers non ha colpa (e nemmeno Eastwood), ma forse anche sì. Un po’. Come se esistesse un cinema del quale non è possibile dire niente di diverso. Niente di nuovo. Un cinema che contiene e prevede già il suo giudizio, la sua opinione. La sua recensione. Un cinema fatto e (già) finito. Dicevamo, più sopra: senza sbocchi. Ecco. Nosferatu è un film perfettamente inscatolato, per il quale ogni sfida critica, tanto più se fanatica, è disinnescata a priori. Mirrored horror: che si moltiplica nel suo specchio mentre si acconcia e si ammira. Un horror che vive di luci e di ombre riflesse, recitato da Eggers con l’impegno della memoria più convincente, una memoria tuttavia selettiva, a fascicoli, alla Reader’s Digest, esattamente, in nome di una storia del cinema appresa per macro-blocchi; più che una storia direi dunque un almanacco, scandito a voce stentorea e molto sicura di sé, che a udirla mette quasi soggezione tanto è padrona della propria disinvoltura; una prova di inappuntabile decoro ma senza indole, congegnata su un nozionismo di immagini a grandi linee che risulta esangue e esanime. Senza vita. Cinema morto. Come il mito con cui si addobba con sfarzo. Dimenticavo, infatti: Nosferatu è anche sfarzoso.
NOTE
1. G. Calzoni, “L’origine del Male: Nosferatu di Robert Eggers”, Duels, 6/1/2025, https://duels.it/sogni-elettrici/lorigine-del-male-nosferatu-di-robert-eggers/
2. Si tratta del titolo con cui è stato inizialmente pubblicato in Italia il romanzo The Shining di Stephen King.
3. Si veda a questo proposito K. Thompson, “Come è nato il prestige horror?”, Lo Specchio Scuro, 11/8/2022, https://specchioscuro.it/come-e-nato-il-prestige-horror/
