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La puntata è dedicata all’ultimo film di Clint Eastwood, Giurato numero 2 [Juror #2, 2024], il suo quarantesimo lungometraggio (senza contare il documentario Piano Blues del 2003) e parrebbe l’ultimo in tutti i sensi, almeno così ha dichiarato il regista novantaquattrenne.
Come si suol dire, Clint era “atteso al varco”, cioè la critica tutta aspettava Giurato numero 2 come uscita-chiave dell’anno, utile per confrontarsi con una filmografia così nutrita e complessa, che ha attraversato decenni del cinema americano apparentemente immutata.
Clint Eastwood è assurto nel Gotha dei grandi autori molto di recente, è bene ricordarselo. A essere generosi si potrebbe dire dagli anni ‘90 quindi già a venti anni dal primo film da regista, ma a essere più maliziosi e rigorosi direi dai primi 2000 e forse dagli oscar per Million Dollar Baby [id., 2004] che sono stati senza dubbio una consacrazione definitiva e ‘storica’. Ed è ovvio che da quando è entrato di diritto nella Storia del cinema, avendo però ancora molti film da girare, le reazioni a ogni nuova uscita siano state spesso entusiaste aprioristicamente, ma talvolta perplesse, scocciate, fredde. Questa casistica, sbilanciata verso la prima reazione ma con significativi cedimenti nella seconda, sembra essersi riproposta anche per Giurato numero 2.
Andrea Bellavita su Cineforum elogia il film ma di traverso nota che la regia è “essenziale, anche un po’ stanca, ridotta alle regole elementari della trasparenza classica” e che il regista è “a corto di immagini, affidando il racconto alle parole”. Simili osservazioni si trovano anche altrove e direi che sono perlopiù corrette ma le metterei all’interno di una cornice differente, come vedremo fra poco.
Su Framed Emanuela Bruschi, riferendosi alla nota ‘intensità’ del cinema eastwoodiano, ne rileva l’affievolirsi e “il risultato finale lascia l’impressione di un’opera incompiuta”: di nuovo anche questa affermazione è a prima vista corretta (quasi in senso letterale) ma è fuori fuoco rispetto all’insieme dell’opera. Anche qui sembra ritrovarsi la stessa perplessità nei confronti della messinscena di contro alla potenza dello script quando si dice che “il conflitto morale” al centro della narrazione è “potente solo sulla carta”. Ma Bruschi aggiunge che questa complessità viene dissolta dalla regia, lo spettatore viene “accompagnato” e il tutto risulta quindi “didascalico”. “Didascalico” – è bene ricordarlo in questi nostri percorsi metacritici – è una delle parole proibite della critica contemporanea: il didascalismo è quasi un peccato mortale, tanto quanto il suo opposto cioè l’eccesso di cripticità; anche se questo talvolta trova ancora dei difensori.
Su Rolling Stones David Fear nomina la parola chiave quando si parla del regista degli Spietati [Unforgiven, 1992]: la ‘classicità’. Lo fa anche attraverso analogie con film del passato come La parola ai giurati [12 Angry Men, 1957] di Sidney Lumet o lo splendido Il tempo si è fermato [The Big Clock, 1944] di John Farrow. Aggiunge anche ironicamente che Clint è “colpevole di voler intrattenere la gente come fosse ancora il 1992”. Non c’è migliore esempio di classicità.
Anche Valentina Colosimo su Vanity Fair cita La parola ai giurati e definisce l’approccio di Eastwood “molto classico”, “essenziale”, “quasi minimalista”, una “regia senza grandi intuizioni” che più che altro “valorizza l’intensità delle interpretazioni e le dinamiche emotive tra i personaggi”.
Potrei andare avanti a lungo con altri esempi molto simili, ma sintetizzando: la ricezione critica è stata generalmente positiva ma hanno più o meno tutti notato alcune diciamo ‘mancanze’ nella messinscena e nell’approccio che da un lato possono rappresentare una maggiore sobrietà (come sostengono alcuni) ma dall’altro possono indicare una distanza, una freddezza, un rifiuto della dimensione psicologica, come lamentano altri.
Sotterranea in queste recensioni c’è l’idea per cui il dilemma etico, da (quasi) sempre al centro dei film di Eastwood, in Giurato numero 2 diventa l’unico perno, acquista una predominanza direi compiutamente teorica, propone un caso di studio da manuale di filosofia morale e niente altro annullando perfino i sentimenti (su Wired si parla addirittura di ‘ragionamento messo in film’). Di fatto questo, a differenza di molto altro Clint, è un film ‘freddo’ ed è a questa caratteristica che vanno attribuite le ‘colpe’ ascritte da alcuni critici. Alla base c’è, credo, un enorme fraintendimento che vado a dissipare. Proviamo a fare emergere l’ideologia dietro la recensione-tipo, vale a dire i bias e le implicite e non dimostrate premesse teoriche che la ispirano.
Come sempre la trama la trovate dappertutto. La vado a riassumere nel modo più stilizzato e astratto possibile in linea col film. Nicholas Hoult interpreta un giovane futuro padre che viene chiamato a fare il giurato (siamo nello stato della Georgia) e si accorge, mentre assiste al dibattimento di un caso di omicidio (anzi di femminicidio) di essere il probabile vero colpevole della morte della vittima. L’imputato – per quanto tossico, violento, poco raccomandabile – è di fatto innocente, nonostante le prove sembrino dire il contrario.


A proposito di quest’ultima affermazione lasciatemi dire che Giurato numero 2 contiene una delle rare confutazioni del concetto di prova, mai viste in un legal drama: il personaggio di J. K. Simmons, detective in pensione dal fiuto infallibile, bacchetta il procuratrice interpretata da Toni Collette e di rimando la polizia che ha svolto le indagini, spiegando come avviene un indagine-tipo e quali confirmation bias ingabbiano i poliziotti impedendo di esplorare altre vie investigative rispetto alla prima imboccata. Curioso come un film così etico si ponga anche dei dubbi di tipo epistemologico, ma gli addetti ai lavori sanno che le due dimensioni sono molto difficili da scindere.


Tornando a noi: cosa fare una volta scoperta la propria colpevolezza? Il protagonista si pone il dilemma con forza, ne parla con un avvocato, fa le sue misurazioni e i suoi tentativi di uscirne ‘pulito’, innanzitutto agli occhi di sé stesso e poi della amata moglie. Ha quantomeno l’obbligo morale minimale di provare a fare assolvere l’imputato, essendo in suo potere farlo in quanto giurato appunto. Sull’obbligo di confessare le proprie colpe e pagarne il prezzo già la questione si complica. Ma il punto è che spingendo gli altri giurati ad avere dubbi sul caso non può impedire che si facciano ipotesi alternative che alla fine potrebbero condurre a lui.
Tutti questi avvenimenti sono puramente linguistici, quasi logici, ogni passaggio è spiegato (il riferimento che ho fatto poco fa ai bias è detto esplicitamente) e i tasselli del puzzle morale si infilano uno dopo l’altro con una esattezza e una precisione matematiche. Ci sono anche i momenti in cui sembra incrinarsi qualcosa: il protagonista si rivela sempre più colpevole andando avanti, occulta prove, mente, ma la cosa non gli scivola addosso. I dubbi morali di Giurato numero 2 sembrano nelle premesse simili alle riflessioni dell’ultimo Woody Allen, da Crimini e misfatti [Crimes and Misdemeanors, 1989] a Match Point [id., 2005] a Irrational Man [id., 2015]. Ma la visione alleniana è molto più cinica e il senso di colpa dei protagonisti dura poco, si dissolve appena riescono a scampare una punizione. Hoult invece è tormentato fino all’ultimo ed è proprio il suo tormento – che è anche il tormento di chi forse non può agire diversamente – a farlo ‘scoprire’. La procuratrice si accorge del suo stato d’animo, lo smaschera ma non può più condannarlo. E lui tira fuori una raffazzonata teoria della ‘giustizia’ che ne immiserisce la caratura morale sul finale. La giustizia che non coincide con la verità è un sofisma per Eastwood o meglio è una affermazione vera (il suo cinema lo testimonia) ma non è certo una giustificazione.

La procuratrice lo lascia andare ma poi forse ha un ripensamento. Il film si conclude proprio su questo forse. Con un intenso campo controcampo che potrebbe essere l’ultimo della carriera di Clint Eastwood e che costringe inevitabilmente lo spettatore a chiedersi dove collocarsi.
Come ho già detto tutto questo è mostrato in una successione di scene di dialogo, e con un approccio più teorico e concettuale che narrativo e psicologico. Facciamo fatica a identificarci in qualcuno ma riflettiamo per tutta la durata del film, senza pausa.
Da qui la freddezza, una freddezza però necessaria perché Eastwood vuole intrattenere ‘pensando’ e ci riesce. Inutile quindi fare riferimento ad altri suoi temi eterni: Hoult è uno dei tanti padri imperfetti del suo cinema che ‘sbagliano’ per proteggere dei figli e spesso ne perdono l’affetto; uno dei tanti modi per rappresentare il tramonto del maschio e della sua stessa icona, centellinato con dovizia dai tempi di Honkytonk Man [id., 1982] almeno.
Il punto è che Eastwood è autore rigorosamente etico e ha deciso, nella parte terminale della sua carriera, di trasporre finalmente un puro teorema morale senza distrazioni di sorta, dove tutto concorre a elaborare una risposta che alla fine non viene fornita. Ma incolonnando tutti gli strumenti per dare la risposta in piena autonomia. Porre l’etica in un piano superiore agli altri elementi. Questo perché Eastwood crede nella realtà e pensa al cinema solo (tra mille virgolette) come mezzo per raccontarla, indicarne le fratture e le parziali suture. È l’autore anti-post-moderno per eccellenza. Ed è un autore di contenuto e non di forma, e questo non è un male. Tuttavia ci sembra che sia un male, perché il pregiudizio critico vuole che l’arte sia innanzitutto forma. E se concediamo l’opposto a Clint Eastwood è perché è nel famoso Gotha degli autori e comunque – recensioni alla mano – glielo concediamo malvolentieri, con un po’ di stizza.
Il farsi da parte, non far sentire la regia, è uno stile, lo stile dell’assenza di stile. Sembra un gioco retorico ma è lo stile del grande cinema classico, da Hawks a Cukor. Lì per intrattenere e basta, spesso (e mi si perdonino le semplificazioni), qui, in Eastwood per costruire un piccolo esperimento che dica le cose essenziali e solo quelle e non distragga troppo lo spettatore con arzigogoli visivi. Ed ecco l’ideologia critica retrostante: ok, è un non stile ma è roba antiquata. È bello ma non si può ignorare tutto il cinema post-1970. Eppure Clint lo fa e se ne frega, avendo già dimostrato di saper fare altro (li ha avuti anche lui momenti di grande sperimentazione, anche nella fase senile).
Usiamo il cinema come viatico per il ragionamento, usiamo un film rigoroso e astratto come Giurato numero 2 come esperimento mentale da proporre a pensatori morali, dove ogni scelta narrativa è pensata per aggiungere dettagli al quadro filosofico e non alle vicende e lasciamo che questi pensatori morali rispondano alla domanda finale, quella lasciata aperta dal finale appunto; facciamolo anche noi certo, non solo i professori di etica.
Per un regista spesso assimilato al pensiero conservatore, alle granitiche certezze, alla ideologia dell’uomo forte (almeno per chiunque non ne abbia visto mezzo fotogramma) concludere la carriera con un finale aperto e dalle risposte etiche inevase, concludere con un gigantesco dubbio, è la prova definitiva della post-post-modernità di Eastwood. Un autore che ha rifiutato molto Novecento, a partire dalle violenze insensate del suo genere il western, diventato anch’esso un problema etico ne Gli spietati; che ha poi rifiutato da subito le derive anti-realistiche dell’ultimo Novecento, i tarantinismi, i decostruzionisti etc, per cui inutile citare il passato ironicamente, inutile far finta che siano morte le grandi narrazioni: forse è più giusto dire che le abbiamo abbandonate imbarazzati dal non essere riusciti a porvi mano. Eastwood ci ha ricordato spesso, dolcemente a dire il vero, senza polemiche e senza antipatiche intransigenze, che le grandi domande del secolo scorso sono ancora senza risposta e che non abbiamo risolto un bel niente. Un monito per i filosofi cinefili che infestano l’etere.
