Un legame di qualità

American Crime Story e la decostruzione dei drammi reali nell’America pre-contemporanea.

Antologia

La serie “antologica” è per definizione un prodotto audiovisivo che raccoglie, di stagione in stagione, un discorso narrativamente auto-conclusivo e spesso slegato dai suoi seguiti.
Cionondimeno, il formato si è recentemente evoluto, cercando di adattarsi alle esigenze della neo-serialità, costruendo parchi tematici1 che, pur antologicamente, portassero avanti un’idea audio-visuale di messa in discussione dei principali assiomi del racconto televisivo.
maxresdefault

assassination-of-gianni-versace-cast
Il caso O.J. Simpson
sopra, The Assassination of Gianni Versace sotto. Il lavoro di accurata ricerca dei 
caratteri fa parte, già, della de- e ri- costruzione di un immaginario da sviscerare e riadattare secondo esigenze creative, al fine di adattare, concettualmente e praticamente, il discorso seriale al suo “nuovo” grembo post-moderno.

Percorrendo questa logica Ryan Murphy, già autore di Glee [creata da Ian Brennan, Brad Falchuk e Ryan Murphy, 2009-15] e American Horror Story [creata da Ryan Murphy e Brad Falchuk, 2011-in corso]2, meritevole di un appunto concettuale in questa sede, ha scelto di operare sull’iconografia anni ‘903 , ricostruendo due misfatti il cui impatto, oltreoceano, ha profondamente segnato l’opinione pubblica, mettendo in crisi la certezza fondata sul binomio successo-personalità.
The People vs O.J. Simpson (Il caso O.J. Simpson) prima e The Assassination of Gianni Versace in seconda battuta, infatti, lavorano su icone che, pur vivendo del proprio contesto cronologico (quello dell’estrazione sociale diventa un problema ulteriore, inscritto nella società delle icone postmoderne4), si sospendono nello spazio e nel tempo secondo stilemi che ripropongono la classica crime opera americana, smussandone però l’assetto drammaturgico.

Il caso O.J. Simpson

Muovendosi all’interno del più classico dei format di genere della tv d’oltreoceano, la prima stagione di American Crime Story [creata da Scott Alexander, Larry Karaszewski e Tom Rob Smith, 2016-in corso] punta i riflettori sul rinomato caso che vide coinvolto il campione di football O.J. Simpson (Cuba Gooding Jr.), accusato di aver brutalmente assassinato la ex moglie, Nicole Brown, e Ron Goldman, amico e forse amante di lei.
Nel mosaico di personaggi che Murphy intende mettere in scena sin dal primo episodio, è abbastanza chiaro quale sarà l’indirizzo della serie: ritrarre l’America dei conflitti razziali e della lotta di classe dei primi anni ‘90, già topoi fortunati nel cinema della prima metà di quel decennio (tra tutti, Boyz n the Hood – Strade violente [Boyz n the Hood, John Singleton, 1991], ove lo stesso Cuba Gooding Jr. recitava da protagonista).
Trattando la scena come un campo da football, e l’intero processo come una partita, lavorando quindi di cuciture, tempistiche e nessuna astrazione, solo l’hic et nunc dell’iter processuale, la serie lavora sulla tradizionale dicotomia manichea tra colpevole e innocente che solo nella relazione col suo pubblico, con lo spettatore, può essere messa in discussione.

E proprio nella messa in discussione l’opera trova il suo leitmotiv estetico: riproporre, con precisione d’archivio, i fatti documentati legati al caso affinché rivivano, al netto dell’originale messa in onda, così come il pubblico li percepì ai tempi, chiedendo però uno scarto al pubblico contemporaneo: quello di contestualizzare, decostruire e trovare nel nuovo contesto, quello odierno, risposte più precise.
Gli spettatori sono chiamati anche ad “interagire” con il pubblico dell’epoca, persone che si immedesimarono negli attori coinvolti e nella giuria, tentando di cucire, di mettere insieme prove che portassero alla verità, che consegnassero un Simpson innocente e, soprattutto, nuovamente coerente con l’aspettativa di tutta una nazione.

 O.J. Made in America

È importante, per seguire il percorso seriale di Murphy, provare a comprendere il contesto in cui la sua idea si sviluppa. Parallelamente alla prima stagione di American Crime Story, infatti, Ezra Edelman porta sul grande schermo la stessa identica storia: il caso O.J. e la sua speculazione mediatica nel suo O.J.: Made in America [id., Ezra Edelman, 2016], prodotto da ESPN Films per la sua serie di documentari 30 for 30, che si concentra però, quasi come fosse un controcampo della serie, più sulla vita e la carriera del campione americano, fino al processo e al suo coinvolgimento “materiale”.
Il film, vincitore dell’Oscar per il Miglior Documentario all’89esima edizione dei premi, è diventato, si presume involontariamente, una fondamentale controprova di quanto fluida sia la membrana linguistica contemporanea, capace di offrire uno spaccato, de facto, in termini e sociali e audiovisivi, di una iconografia universalmente conosciuta e chiacchierata.

 mgid_ao_image_mtv_451872

Il verosimile contro l’archivio: la poetica di messinscena diventa una presa di posizione, sociale e, forse, financo politica, sullo sguardo che discute l’icona, sui filtri da adottare e, soprattutto, sulla scelta di una verità da perseguire, prima ancora di interrogarsi sulla Verità che “esce dal pozzo”, per dirla con Jean-Léon Gérȏme.

Dal confronto tra le due opere è dunque possibile leggere in filigrana l’obiettivo del creatore della serie: Murphy cerca di intagliare i suoi personaggi livellandoli in base alle esigenze del racconto, disinteressato ad una ricostruzione effettiva, guardando più agli spazi che intercorrono tra raccontare e mostrare in relazione ad un pubblico che, inevitabilmente, conosce la fine del gioco e il destino degli interpreti.

tumblr_inline_nd34wwqiMs1spn40w (1)


The Assassination of Gianni Versace 


Se la ricostruzione che Murphy opera del caso O.J. Simpson necessita di uno sforzo esegetico tutto sommato agevole, con la seconda stagione di American Crime Story lo sforzo creativo dell’autore assume un tono decisamente più concettuale. Pur partendo dalle stesse fondamenta, questa stagione si struttura attraverso una più ampia architettura audiovisiva, trans-mediale e soprattutto cross-artistica.
Si configura pertanto una logica neo-seriale capace di mettere in discussione le modalità di rappresentazione proprie del linguaggio formulare audiovisivo contemporaneo, sacrificando la narrazione lineare e interpretandola con una metodologia di racconto che procede a ritroso nel tempo, facendo del personaggio stesso di Versace, parimenti al suo assassino (il vero protagonista: Andrew Cunanan), un puzzle, da scomporre e ricomporre ad ogni episodio.

26961676_10215009468819949_3862646772520223926_o
È già tutto in questo campo/controcampo, nel primo episodio: il personaggio Cunanan, lo stilista Versace, che è uomo secondo la sua opera, icona secondo una fama che lo precede, e come la sua nemesi mai domo nella propria libertà sessuale. Ma di chi è la performance? Quale vettore per disporre i protagonisti nella molteplicità degli spazi (e dei tempi) della serie?

Seguendo questo schema, si consuma pertanto il dramma di un’America spaccata, che in questo dramma si specchia e si ritrova, distante e coinvolta, in un ritratto che è anche trasfigurazione.Lo spettatore è chiamato ad esperire il desiderio represso di Cunanan, capace di trasformare ciò che è immobile, mutare uno status quo in una realtà tutta sua, finzionale, la cui rappresentazione audiovisuale non permette però di riconoscere quanto vi sia di ricostruito su base documentale e quanto invece di narrativizzato.

27164840_10215086681070207_7583778500298888839_o
Con Easy Lover di Phil Collins in sottofondo, alla maniera di Glee, Murphy rilegge il suo stesso concept, intrappola i personaggi in parametri iconografici che non permettono ulteriore distinzione tra reale finzionale, reale documentato o finzione narrativa. La trasformazione diventa motrice, i volti cambiano alla maniera della struttura della serie.

Riuscito dunque a creare il perfetto (e più necessario) controcampo alla prima stagione, lavorando in continuità con una ricerca d’archivio, ma discostandosi dagli apparati formulaici tradizionali, Murphy tenta adesso di intagliare e smussare la sua opera, cercando un concept che universalizzi l’indirizzo di American Crime Story, donandovi una natura molteplice e ancor più stratificata. 5
Strizzando un po’ l’occhio alla logica postmoderna della sospensione di tempi e spazi, guardando al modello I segreti di Twin Peaks [Twin Peaks, creata da David Lynch e Mark Frost, 1990-91] come costante riconciliazione ad un modello archetipico, la seria raccoglie i propri frutti muovendosi per distici, ricostruzioni storiche, momento iconici (come il coming out di Versace dopo l’annuncio della malattia, o l’episodio forse più impegnato della stagione, Don’t Ask, Don’t Tell, il quinto).

Schermata 2018-06-18 alle 16.34.15
The Man Who Would Be Vogue 

(Titolo dell’episodio pilota della seconda stagione)

Il percorso linguistico della serie si compie quando torna al principio, alla logica che ne aveva permeato l’intera composizione.
Versace è stato ucciso, Cunanan è la nuova icona che però non avrà mai il tempo di comportarsi, “vestirsi” come tale. Il suo percorso di trasformazione in un’icona si è in qualche modo realizzato: nello scenario di Villa Casaurina (uno spazio che rimanda al teatro tragico classico) si è compiuto l’atto finale di una vera e propria rappresentazione. 
Campo, contro campo, infine il soliloquio di un’immagine che chiude il sipario. L’omosessuale assassino nell’America degli anni ‘90 si è ritagliato un posto al sole, prendendosi quello spazio che un Paese ipocrita e omofobo gli ha sempre negato. Il sogno di Cunanan di “diventare Vogue” si materializza proprio per la sua stessa natura di personaggio, inscritto all’interno di un meccanismo strutturale che lo trasforma, per l’appunto, in icona (perverso raggiungimento individuale dell’American Dream).

Schermata 2018-06-18 alle 16.30.54

Era già tutto chiaro dal primo episodio: Cunanan sublima il desiderio d’essere qualcos’altro dettando gli assiomi estetici della stagione (vedasi il frame riportato a principio del paragrafo), sarto lui stesso della veste che alternerà, nello zoom-out narrativo, la sua vita e quella di Versace.

Eroe tragico, Cunanan è vittima di un fato di cui pure è stato egli stesso demiurgo: nella cornice d’un tempio-teatro, colorato a sua immagine e somiglianza, puntuale controcampo di Villa Casuarina, nonché del teatro ove incontrò Versace, alternandosi alle immagini televisive che cercano di coglierlo, il giovane diventa icona, consacrando la propria immagine, sublimando pertanto un desiderio che è anche collettivo oltreché individuale.

 

Schermata 2018-07-12 alle 15.24.51

 

Allestito come un simulacro egizio, il rifugio di Cunanan è infestato dagli spettri che perseguitano la sua esistenza, mettendolo di fronte ad una realtà che ha ormai permeato ogni illusione.

Schermata 2018-07-12 alle 15.31.11

Il funerale di Versace è esso stesso una rappresentazione, che mette in dubbio la veridicità del narrato finzionale e, tornandovi, alimenta quanto visto prima: Cunanan rimane per la prima volta da solo con la paura di aver immaginato, d’essersi illuso d’aver vestito i panni di un haut couture dell’Alta Società, senza rendersi conto di avere invece, soltanto, performato un soliloquio.

 

NOTE


1D’altro canto, uno dei punti di partenza principali per il discorso è proprio Westworld – Dove tutto è concesso [Westworld, creata da Jonathan Nolan e Lisa Joy, 2016-in corso]), che  del “parco a tema” fa colonna portante dell’esegesi neo-seriale. 

2Seguendo le orme dell’antologia, Murphy aveva già instradato il proprio discorso seriale in una auto-completezza che, di stagione in stagione, guardasse alle altre solo in senso “tematico” (sebbene, ancora, non tematizzante come sarà in American Crime Story); la comparsa e ricomparsa dei caratteri offre oltretutto l’idea che esista una soluzione di continuità, pur distaccata dalle meccaniche narrative. 

3 I “ninetees” sono da considerarsi fondamentali per sviluppo ed evoluzione della serialità televisiva: da Twin Peaks a I Soprano [The Sopranos, creata da David Chase, 1999-2007], passando per X-Files [The X-Files, creata da Chris Carter, 1993-in corso], il seriale in palinsesto comincia ad assumere una fisionomia sempre più autonoma rispetto alle referenze cinematografiche che, pure, danno i natali; tornare dunque un ventennio indietro significa collocare le icone in quel contesto che, mettendole in discussione, tentava di iconizzare il senso stesso del seriale, le cui sorte sarebbero dipese quasi esclusivamente dalla capacità di affezionare un pubblico mutevole e sempre più esigente sul fronte tematico, con il rischio di allontanarsi dal “personaggio” classicamente inteso. Si potrebbe dire che la serie di Murphy tratti proprio di ciò. 

4Non troppo diverso è quello che lo stesso autore si propone di fare con Glee, prima sua creatura seriale divenuta piccolo cult tra gli appassionati: rileggere le icone del “pop”, inteso musicalmente, al fine di rapportare i suoi personaggi ad esse, travestirle da esse, calcando lo stereotipo sino a farlo diventare il principio della locomozione narrativa. 

5Assai similmente, A Random Killing, terzo episodio della stagione, aveva mostrato, con l’omicidio dell’imprenditore Lee Miglin, quanto Murphy tenga allo sfatamento del mito iconografico e la pop-izzazione della sua esecuzione. Così, Marilyn Miglin continua la propria vendita di profumi, dapprima in un 4:3 televisivo, poi nel 16:9 (anche qui, controcampo strutturale) che la consegna, nell’architettura estetica dell’episodio, al carnefice del marito. 

Schermata 2018-06-18 alle 16.31.53Schermata 2018-06-18 alle 16.32.08