Si mente davanti alla macchina da presa? Si mente di fronte a un microfono durante l’intervista? Quanto i gesti e le parole perdono la verità di fronte a una fonte di osservazione esterna? Bernardo Bertolucci è uno degli ultimi grandi maestri del nostro tempo e il giornalista e critico parmense Giancarlo Alviani prova a costruire le diverse sfaccettature della sua personalità attraverso una doppia operazione: una conversazione molto approfondita e intima con il grande regista che occupa le prime 41 pagine del libro e poi nella seconda parte un ribaltamento del punto di vista con le interviste ad attori, attrici, colleghi venuti a contatto con lui nel corso della carriera.
L’intervista con Bertolucci si sviluppa quasi subito sul tema del rapporto con gli attori ripercorrendo le tappe fondamentali della filmografia: gli attori non professionisti de La commare secca [1962] e il tentativo pasoliniano di recuperare quella innocenza arcaica, quella naturalità così vicina al cinema di poesia1; poi nelle opere successive il coinvolgimento di professionisti fino ad arrivare alla parata di stelle di Novecento [1976] e alle grandi produzioni internazionali de L’ultimo imperatore [The Last Emperor, 1987], Il tè nel deserto [The Sheltering Sky, 1990] e Piccolo Buddha [Little Buddha, 1993].

L’originalità del metodo di Bertolucci è quella di provare a tirare fuori dalle grandi star qualcosa di vero, più aderente alla psicologia dell’attore che alle caratteristiche del personaggio che interpreta. Così l’attore diventa co-autore della storia. Bertolucci parla anche della sua esperienza con il Living Theatre e il rapporto con Julian Beck e Judith Malina nella preparazione di uno degli episodi di Amore e rabbia [1969]. E ancora delle influenze del melodramma (la lirica di Strategia del ragno [1970], Prima della rivoluzione [1964], Novecento), quelle letterarie (Il conformista di Moravia, Il sosia di Dostoevskji, i romanzi di Borges, tutta la produzione pasoliniana, l’esistenzialismo di Camus, Sartre e Bowles, i romanzi di Fitzgerald ed Hemingway), pittoriche (Antonio Ligabue, Francis Bacon, Pellizza da Volpedo) e i rapporti con i produttori europei e americani.

La parte finale del colloquio riprende il periodo del ’68 alla luce di Prima della rivoluzione e di The Dreamers – I sognatori [The Dreamers, 2003], sottolineando sia il potere profetico del film del 1963 (che al pari de I pugni in tasca [1965] di Bellocchio anticipava temi e istanze di un movimento che si contrapponeva ai propri padri) che il rifiuto di parte della critica riguardo all’opera del 2003, quasi a volere prendere le distanze da quella generazione che aveva comunque provato a cambiare lo stato delle cose.

Nella seconda parte del libro si susseguono i ricordi personali di coloro che hanno lavorato con Bertolucci. Si inizia con Adriana Asti, ai tempi compagna del regista, che racconta l’intenso periodo di lavorazione di Prima della rivoluzione; poi si continua con Stefania Sandrelli che ricorda gustosi aneddoti sul set di Partner [1968], Il conformista [1970], Novecento e Io ballo da sola [Stealing Beauty, 1996]. Anche gli attori stranieri Jeremy Irons e Joan Chen confermano l’immagine di un professionista scrupoloso, attento ai minimi dettagli e ai rapporti interpersonali sul set, con la grande capacità di cambiare in corsa mood e sensazioni secondo gli stimoli esterni. Marisa Solinas confessa il suo innamoramento segreto ai tempi de La commare secca e Ying Ruocheng, attore cinese che ne L’ultimo imperatore interpreta il direttore del carcere, evidenzia la grande abilità del regista parmense ad affrontare una tematica cinese con un punto di vista europeo.

Le ultime due interviste sono con il regista Francesco Barilli, coprotagonista nel film Prima della rivoluzione e la grande Judith Malina che rievoca la esperienza anarchica del Living Theatre e il grande sforzo nel bilanciare le spinte individualiste con la struttura sociale.
Tutti 
questi pezzi del puzzle, ricomposto in retrospettiva, non fanno che confermare l’immagine di un regista eclettico, sensibile, di grande talento, visionario e con una particolare abilità nell’accompagnare i diversi attori all’interno del suo mondo, fornendo loro le giuste coordinate per non perdersi. Ecco il grande merito del libro di Alviani, la possibilità attraverso le interviste di disegnare il percorso artistico e filosofico di un regista che ha sempre lottato a pugni chiusi per portare avanti la sua visione del mondo, attraverso le varie epoche e le diverse tendenze. Se l’attore può nascondersi dietro a un personaggio rivelando solo una parte del proprio carattere, il Cinema di Bertolucci scendendo ad esplorare emozioni e sentimenti, diventa poesia-immagine e quasi mai mente.

NOTE

1. P.-P. Pasolini, Il cinema di poesia, in Empirismo eretico, Garzanti Gli Elefanti, Milano, 1972.