Il mondo in cui si ambienta It Follows [Id., 2014] di David Robert Mitchell1 è segnato da un’indeterminazione delle coordinate spaziotemporali che proietta lo spettatore in un’atmosfera sospesa e irreale. Fuori dal tempo. Prodotto con un budget di circa 2 milioni di dollari (ne incasserà circa 14 milioni solo negli Stai Uniti), il film è una delle opere horror più interessanti dell’ultimo decennio e, retrospettivamente, lo si può considerare uno dei titoli chiave dell’Elevated o Gentrified Horror2. Eppure, attraverso scelte di messa in scena che lo avvicinano alle ricerche svolte nel campo della coeva musica synth-pop, It Follows, nonostante l’indefinitezza della sua ambientazione, fornisce un’angosciante rappresentazione delle paure più recondite della contemporaneità, «tanto da potersi fregiare [paradossalmente, NdR] del titolo di film “generazionale” fuori da ogni tempo e ogni dove».3

Il film di Mitchell si ambienta in una cittadina (le riprese sono avvenute nel Michigan, in particolare a Detroit) spettrale e onirica – molto vicina alle fotografie iperrealiste di Gregory Crewdson – dove l’alternanza di colori caldi e colori freddi e saturi simboleggia l’eterna lotta tra il Bene e il Male. Una città in cui il verde della natura contrasta con le superfici urbane dominate da cottage in legno, muscle car e strade deserte («[…] è come se guardassimo questi sobborghi sonnolenti e i suoi abitanti da dietro un vetro», scrive Daniele Cassandro4). Ne è protagonista Jaime (interpretata da Maika Monroe), detta Jay, una studentessa adolescente perseguitata da una creatura sovrannaturale, evocata attraverso una misteriosa maledizione che si trasmette per via sessuale. 

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I capitoli successivi di questo articolo prenderanno in considerazione alcune tematiche sviluppate dal film, analizzate attraverso il riferimento diretto a singole scene o sequenze.

 

Paratesto: pronome neutro

Prima di entrare più nello specifico filmico, è però necessario prendere in considerazione proprio il titolo, già di per sé una chiave per l’interpretazione del film.“IT → FOLLOWS” infatti, tradotto letteralmente significa “esso segue” o, in altri termini, “colui che ti segue”. “It” è un pronome impersonale, neutro (o di “cosa”), che designa, nel film, “qualcosa” di ambiguo, indefinito e minaccioso, “qualcosa” che cambia incessantemente aspetto e che si materializza per “inseguire” la vittima designata dalla maledizione.

La paura dell’arrivo imminente della “Cosa”5 è stata letta da molti come metafora dell’ansia provata  di fronte all’ineluttabilità della morte e, allo stesso tempo, del terrore che deriva dal doloroso passaggio dall’adolescenza all’età adulta. A tal proposito è davvero evocativa la scena all’interno del cinema6, quando, durante l’attesa Jay propone a Hugh (Jake Weary) “il gioco dello scambio”:

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JAY: «All’inizio devi osservare la folla. Fai il disinvolto e guarda chi ti sta attorno. Adesso senza dirmelo scegli una persona con cui vorresti attuare lo scambio, puoi scegliere chiunque per qualsiasi ragione». 

Jay deve indovinare chi ha scelto Hugh e ha sole due possibilità per farlo. Dopo essersi guardata attorno, indica un giovane che sta flirtando con un’affascinante ragazza all’ingresso in sala: 

JAY: «Quello lì»

HUGH: «No»

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JAY: «D’accordo. Chi avevi scelto?»

HUGH: «Ho scelto lui»

JAY: «Il padre?»

HUGH: «No. Il figlio»

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Poi continua: 

HUGH: «È bello avere ancora tutta la vita davanti, no?»

JAY: «Ma che dici? Non sei mica vecchio. Hai 21 anni»

HUGH: «Lo so ma… guardalo quant’è felice… a quell’età puoi fartela addosso tutte le volte che vuoi. Liberamente»

JAY: «Già. Magari se la sta facendo sotto»

HUGH: «Si, appunto. Io non potrei mai farla franca»

In questa scena, Hugh rappresenta la figura dell’infante, dal momento che, come quest’ultimo, non ha ancora sviluppato la consapevolezza della morte. Del resto, la “Cosa” del film rappresenta proprio «[…] l’incarnazione della mortalità umana, e la condizione dei suoi personaggi è una metafora dell’ansia che proviamo di fronte alla realtà del nostro imminente destino, la terribile sensazione che il momento della morte di qualcuno si avvicini sempre più, la sensazione che la nostra morte segua, opprimendoci di terrore».7

A ben vedere, si tratta di un tema connessa a ciò che Elsaesser ravvisa nel concetto di pathos  – una componente essenziale del melodramma (e dell’opera d’arte in generale, sia essa musicale o figurativa), che ha la capacità di «[…] suscitare intensa emozione affettiva e commozione estetica, con la potenza drammatica in essa contenuta»8 – ovvero, un elemento in grado di relazionarsi con «il fugace, il transitorio, l’effimero nella vita».9 Ciò che è transitorio, qui, è proprio l’età dell’innocenza. Il titolo stesso del film mostra già questo interesse nei confronti del “tempo” e della sua fuggevolezza :«[…] Essere seguiti implica un evento che passerà nel tempo, implica l’attesa di qualcosa da incontrare, e mostra ciò a cui questo film è veramente interessato».10

Allo stesso modo, il titolo “It Follows” finisce per indicare anche chi ci “segue” sulle piattaforme social come Instagam, Facebook o Twitter. «Quale miglior allegoria sui social network e i follower del film di David Robert Mitchell? Come se fosse uno stress test sul rapporto profondo che si instaura tra un profilo e i suoi contatti, It Follows immagina la maledizione di un essere umano che ti segue ovunque. Uno dei segreti della paura al cinema è il senso di disagio e di pericolo che si insinua ovunque. […] Mitchell non solo rende per metafora la dimensione di solitudine che rischia di innescarsi nel rapporto umano via social network, ma chiarisce anche le dinamiche dello stalking, in cui la vittima fa crescere senza volerlo la pericolosità del nemico, mentre la comunità minimizza»11.

 

L’incipit: indeterminatezza temporale

Non vi è alcuna indicazione esplicita all’inizio (né tantomeno nel prosieguo del film) di quale sia il periodo storico della vicenda. Ed è proprio l’indeterminatezza temporale uno degli elementi che segnano in modo più efficace la costruzione delle strategie di tensione. Facendo tesoro del magistero del grande John Carpenter e della sua capacità di trasformare «[…] ambienti residenziali illuminati con calore in paesaggi di terrore»12, Mitchell ricorre ad una serie di scelte di regia e découpage che modellano una crescente atmosfera d’inquietudine morbosa: mobilità del punto di vista, straordinaria cura nella composizione del quadro, focalizzazione indecidibile. Lo spettatore di It Follows è portato, fin da subito, a confrontarsi con l’ignoto. Non a caso, l’incipit di It Follows si fonda visivamente su di uno scontro « […] tra campo e fuori campo, spiazzante e misterioso per lo spettatore».13 Mitchell ci mostra un boulevard freddo e autunnale  – la cui estensione è ulteriormente enfatizzata dal ricorso ad un’aspect ratio di 2,35:1  – ripreso in campo lungo. È un punto di vista che mette in gioco anzitutto lo sguardo dello spettatore. Il regista stesso ha dichiarato in un’intervista che: «[…] la maggior parte del film è girato con un obiettivo da 18 mm. Per lo più abbiamo cercato di includere ampie porzioni di spazio all’interno dei fotogrammi – , in lontananza, ai bordi – […] L’idea era che (il pubblico) potesse vedere in lontananza, vedere lungo i bordi, […] Perciò il pericolo può arrivare da qualsiasi parte e può essere ovunque. Una volta stabilito ciò, qualunque cosa si trovi nell’inquadratura può iniziare a spaventare la gente».14

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Subito, la m.d.p. inizia una lenta esplorazione dello spazio, procedendo da sinistra verso destra fino a riprendere la facciata di una casa. La quiete della scena è immediatamente interrotta da una ragazza che scappa in preda al terrore. È vestita con abiti succinti: pantaloncini, una camicia da notte e tacchi a spillo rossi. Non sappiamo chi o “cosa” la stia seguendo.

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Successivamente, la m.d.p. procede ad un vero e proprio pedinamento della ragazza, attraversando l’intero spazio ripreso con una rotazione sul proprio asse di 360° – «[…] movimento circolare [che] sottolinea ulteriormente la rigida linearità geometrica del mondo davanti allo spettatore»15 – fino a tornare al “punto di partenza”, ovvero al campo lungo che apriva il film: vediamo la ragazza correre, poi soffermarsi al centro della strada e camminare all’indietro, guardarsi attorno, di nuovo correre ed entrare una seconda volta in casa. Dopodiché, vi si allontanerà in auto. Non è dato conoscere, però, la destinazione.16

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Un’ellissi improvvisa ambienta la sequenza successiva in piena notte: un campo lunghissimo mostra lo scenario cupo e desolato di una spiaggia sovrastata da un cielo scurissimo. L’esile corpo della ragazza, relegato al centro dell’inquadratura, risulta quasi compresso all’interno di uno spazio filmico i cui contorni, incerti e indefiniti, contribuiscono ad intensificare la costruzione del suspense. Vediamo quindi la ragazza rincuorare il padre al cellulare17: «Papà, ciao ti voglio bene…» – dice piangendo, disperata e impaurita, mentre «i fari illuminano la sua morte imminente e apparentemente inevitabile».18

Stacco di montaggio. È giorno. Un’alba livida irradia la scena. Vediamo il corpo insanguinato della ragazza. La posa che ha assunto è quasi grottesca: è adagiata sulla sabbia, con la gamba destra tranciata (ma ancora attaccata al corpo) e rivolta verso il volto.19 Non sappiamo che cosa sia successo durante la notte, sede simbolica dell’incontro tra il mondo “reale” e la sua controparte onirica. In fondo, lo stesso Mitchell ha dichiarato in un’intervista:«[…] l’idea di base, il punto principale, proveniva da un incubo ricorrente che avevo fatto quando ero un bambino. Nell’incubo, venivo inseguito da un mostro […] Sembrava gente diversa, e sembrava che fossi l’unica persona in grado di vedere o di reagire. Era molto lento, e veniva sempre verso di me. Camminava verso di me quando ero con amici o familiari, in momenti diversi. Dovevo scappare, o uscire da una finestra, o correre giù per la strada. Era solo questa costante sensazione di ansia e terrore».20

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Ad ogni modo, già dall’incipit un profondo senso di inquietudine e di mistero sembra aver “invaso” anche lo spettatore, catapultandolo all’interno di una dimensione paranoica.21

 

Influenze anni ‘70/’80

Pur non presentando precisi contrassegni che ne segnalino eventuali anacronie, questa scena iniziale sembra omaggiare Halloween – La notte delle streghe [Halloween, 1978] e, più in generale, il cinema di Carpenter, a partire dal ricorso alla soggettiva e dal sapiente uso dello sguardo. A ben vedere, però, il film è denso di rimandi, citazioni e riferimenti al cinema del passato e soprattutto a tutto quel vasto immaginario anni ‘70 e, in particolare, ’80 – tanto presente da renderne quasi impossibile una catalogazione – che va dall’horror d’autore allo slasher e allo zombie movie, per poi passare al body horror fino ad approdare al teen movie, etc. Lo stesso Mitchell non ha mai nascosto la sua passione per l’horror: «[…] Sono un grande fan dell’horror e ho guardato film horror da quando ero giovane. Penso che tutta quella roba si sia definitivamente bruciata nel mio cervello, e penso che ne venga fuori, di sicuro».22

Cerchiamo ora di compilare una breve carrellata esemplificativa dell’immaginario di riferimento del film e di come questi agganci cinefili contribuiscano a creare l’immagine della “Cosa” così come rappresentata in It Follows.

Il cinema americano degli anni Ottanta, come detto, è il principale referente dell’opera di Mitchell, già a partire dall’affiche nordamericana che ricorda palesemente quella di The Hitcher – La lunga strada della paura [The Hitcher, Robert Harmon, 1986]. Anche la storia raccontata dal film di Harmon – un ragazzo (C. Thomas Howell) perseguitato da un serial killer (Rutger Hauer) che è una sorta di angelo del male –, può ricordare It Follows.

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La copertina dell’album del soundtrack23 originale di Disasterpeace (alias Richard Vreeland), invece, ricalca il manifesto di Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York [Rosemary’s Baby, 1968], il capolavoro di Roman Polanski, dove un terrore tutto psicologico si colora di accenti paranoidi, proprio come in It Follows.

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La sinossi del film di Mitchell, inoltre, ha diversi punti in comune con Nightmare – Dal profondo della notte [A Nightmare on Elm Street, Wes Craven, 1984], film in cui un gruppo di adolescenti di una periferia anonima e decadente, circondati da genitori assenti o distratti, uniscono le forze per combattere un’oscura entità che si manifesta in una dimensione prettamente onirica. Un meccanismo, in certo modo, replicato da It Follows: la protagonista Jay chiede infatti aiuto ai suoi amici per trovare il modo di fronteggiare e sconfiggere la “Cosa” del film.

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Questa “Cosa” è un “essere” che non fa pressoché nulla se non camminare minacciosamente verso la propria vittima. Postura e prossemica ricordano gli zombie romeriani, esseri al confine tra la vita e la morte rappresentati in capolavori come La notte dei morti viventi [Night of the Living Dead, George A. Romero, 1968] o Zombi [Dawn of The Dead, George A. Romero, 1978].

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Uno degli elementi più interessanti del film è l’incapacità dei personaggi (e, con loro, dello spettatore) di riconoscere il vero aspetto di tale entità nemica. Come ne La cosa [The Thing, 1982] di Carpenter, l’“essere” che perseguita le vittime di It Follows non ha infatti una “forma” ben precisa, può essere chiunque e assumere il sembiante di una persona comune.

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Tra le tante trasformazioni della “cosa” di Mitchell, è certamente da menzionare l’anziana incontinente che sembra provenire direttamente dalla camera 237 di Shining [The Shining, Stanley Kubrick, 1980].

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L’entità nemica, inoltre, è stata interpretata come una rappresentazione metaforica dell’AIDS (tema molto sentito negli anni Ottanta) e di come questa terribile malattia possa portare all’isolamento, alla paranoia e infine alla morte: «[…] Ho iniziato a pensare che sarebbe stato bello avere qualcosa che potesse essere trasmesso tra le persone. Poi mi resi conto che se fosse stato attraverso il sesso, avrebbe collegato i personaggi fisicamente ed emotivamente […]».24 Quest’ultima dichiarazione del regista sembra riprende alcune linee tracciate da David Cronenberg con Rabid – Sete di Sangue [Rapid, 1977], in cui la protagonista Rose (interpretata dalla celebre pornodiva Marilyn Chambers), per poter sopravvivere, è costretta a contagiare con un terribile morbo tutti gli uomini che incontra, dopo averli sedotti e colpiti con un pungiglione di carne.

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Come abbiamo visto, quindi, Mitchell costruisce una tela immaginaria ben precisa all’interno della quale ambientare il proprio film. Il suo, però, non è un semplice desiderio di chinare il capo di fronte al cinema del passato quanto il tentativo di sfruttarne il lascito per riflettere sul concetto stesso di paura. Quest’aggrovigliata rete di riferimenti sembra creare una nuova dimensione temporale all’interno della quale sono inscritte le vicende del film. Come ha scritto Daniele Cassandro su Internazionale:«[…] C’è anche una scena notturna tra fulmini e saette. È tutto scontato, ma ogni cliché di genere è come falsato, decontestualizzato. È come se David Robert Michell avesse smontato un film dell’orrore e avesse messo ogni suo tassello narrativo in una teca di cristallo o su un piedistallo. Con tanto di didascalia. Un po’ come Marcel Duchamp ha fatto con la ruota di bicicletta o con l’orinatoio. Sono tutti elementi familiari, ma li vediamo sotto una luce nuova, strana e decisamente inquietante».25

In It Follows, gli archetipi dell’horror degli anni ‘70/’80, finiscono per dar vita ad un nuovo orizzonte immaginario all’interno del quale l’horror contemporaneo può raccogliere la sfida di raccontare il presente.

 

La sicurezza degli oggetti: indeterminatezza temporale

Come abbiamo visto, la fitta rete di rimandi cinefili contribuisce a creare una sorta di universo immaginario senza tempo. Il film stesso non esplicita mai il momento storico in cui si dipana la vicenda.

Dopo lo splendido incipit, un movimento rettilineo della m.d.p. riprende una lunga grondaia disseminata di rifiuti. Successivamente, l’asse si inclina e la ripresa si sposta su di un prato tagliato in modo irregolare che circonda una casa dal giardino rigoglioso, fino a focalizzarsi su Jay, la quale si sta preparando ad entrare in piscina. Questa breve scena, inoltre, suggerisce uno degli elementi di maggiore suggestione del film: la presenza di una natura selvaggia e florida che accentua per contrasto il degrado degli ambienti urbani.

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Poco dopo, vediamo Jay rientrare in casa attraverso il foyer, bizzarramente ornato da piante essiccate. Qui, sua sorella Kelly (Lili Sepe), e due amici Paul (Keir Gilchrist) e Yara (Olivia Luccardi), sono seduti sul divano e guardano un film in bianco e nero su una TV analogica squadrata.26 Le pareti sono rivestite da una carta da parati a motivi floreali in cui si notano delle foto incorniciate di ritratti in bianco e nero. Invece, sullo sfondo (ovvero, sul secondo piano di profondità del frame) la madre27 di Jay siede ad un tavolo bevendo un calice di vino rosso. La cucina in cui si trova è allestita con pannelli in legno e finiture che rimandano all’interior design degli anni ’70.

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Bastano queste prime scene perché lo spettatore capisca di trovarsi in un cronotipo indefinito, un modo privo di precise coordinate spaziotemporali, dove elementi tecnologici vintage tipicamente seventies o eighties (TV a tubo catodico o schermo CRT in B/N, décor retrò e auto d’epoca), si saldano ad altri provenienti dal “futuro”, come il curioso e-book reader a forma di conchiglia rosa utilizzato da Yara, o riconoscibili come parte del “presente” dello spettatore (gli abiti).28 Il risultato di questa temporalità incerta (che, per giunta, sembra rimandare a quella pratica artistica, denominata citazionismo, ipermanierismo o pittura colta, «[…] emersa all’inizio degli anni ’80 del Novecento, caratterizzata dalla libera citazione e dal recupero di tecniche, stili e temi dell’arte del passato»)29, è quello di creare un tempo di sogno in cui si modificano le coordinate percettive. Se durante il sogno si sospende la capacità di distinguere tra esperienze reali e immaginarie, prescindendo dai principi logici e dalla precisa collocazione dei fatti in uno spaziotempo definito, il tempo è invece la dimensione nella quale si misura la durata degli eventi. In It Follows, però, la distinzione tra passato, presente e futuro è quasi inesistente. Secondo Inez de Coo30 la temporalità del film è assimilabile a quello che gli antichi greci definivano aion (αἰών; dall’arcaico αἰϝών, aiwón), termine che indica la “forza vitale”, la “durata”,“eternità”: «[…] È per il pensiero greco il concetto del tempo assoluto, opposto a Chronos, che è il tempo in relazione alla vita umana […]».31

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Il look del film, ricco di anacronie e di sovrapposizioni temporali, non serve però solo a costruire un’atmosfera di sospensione onirica ma diventa anche una sorta di metonimia utilizzata per raccontare la precaria situazione socioeconomica delle comunità urbane del Midwest americano.

Riprendendo alcune riflessioni Stefano Baschiera ed Elena Caoduro, possiamo dire che It Follows è uno di quei film recenti «[…] ambientati in un’epoca in cui la tecnologia messa in scena è chiaramente retrodatata e la sua presenza nel profilmico è continuativa e va al di là dell’apparizione occasionale all’interno del fotogramma […]».32 Secondo i due studiosi, esiste un gruppo di opere, all’interno del quale potremmo includere anche It Follows, in cui si parla «di obsolescenza programmata, della limitata longevità d’uso dei beni di consumo e della condizione del tardo capitalismo di associare oggetti obsoleti a personaggi che sono tagliati fuori dalla vita contemporanea».33 Gli oggetti, in It Follows, non sono solo semplici manufatti vintage, ma rappresentano quindi l’impossibilità di adattamento, per alcuni, alle leggi spietate del tardo capitalismo.

 

La fine è il mio inizio: l’eterno ritorno

A prima vista, il finale di It Follows sembra ristabilire l’ordine: l’entità viene sconfitta da Jay e dai suoi amici dopo essere stata attirata in una piscina abbandonata e colpita con una scarica elettrica. Eppure, il film mantiene un senso di ambiguità e incertezza anche dopo lo scontro vittorioso con il mostro. Nella penultima scena del film, ambientata in una stanza d’ospedale, Jara legge assai significativamente questo passo de L’idiota di Dostoevskij: «Pensate alla tortura: ci sono sofferenze e ferite, c’è il tormento fisico, e tutto questo dovrebbe distrarre dalle sofferenza dell’anima perché si soffre soltanto dalle ferite fino a che non si muore. Ma il dolore essenziale non è affatto quello delle ferite, è il sapere con certezza che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi adesso, ecco proprio ora, l’anima vola via dal corpo e tu come persone non esisterai più, e questo ormai con certezza. La cosa più importante, ecco, è questa la certezza».

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Nella scena finale ritorna la medesima ambientazione dell’incipit, dove appaiono i due protagonisti, Jay e Paul, camminando mano nella mano come due innamorati. Dietro di loro, però, scorgiamo una presenza minacciosa che li segue. Uno stratagemma narrativo che dona al film una prospezione temporale non più lineare, ma ciclica. Gli eventi sembrano destinati a ripetersi come in una sorta di eterno ritorno nicciano. «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere».34
Il tempo in It Follows si avvita su stesso. Siamo alla fine eppure siamo tornati all’inizio.

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NOTE

1. Il film è stato presentato in anteprima il 17 maggio 2014 durante l’annuale Festival di Cannes e poi distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi dal 27 marzo 2015. In Italia è uscito con più di un anno di ritardo, il 6 luglio 2016, da Koch Media.

2. Vedi l’articolo di Henri de Corinth dedicato all’Horror gentrificato su queste pagine, https://specchioscuro.it/gentrified-horror/#italiano.

3 F. Bruni, “It Follows di Robert Mitchell”, in DadaMovie, http://www.dadamovie.it/2018/01/24/it-follows-insidioso-ignoto-robert-mitchell/, 25 aprile 2019.

4. D. Cassandro, “It follows è un horror concettuale che ti entra sotto la pelle”, in Internazionale www.internazionale.it/opinione/daniele-cassandro/2016/07/15/it-follows-horror-recensione , 25 aprile 2019.

5. L’entità maligna che perseguita i ragazzi non ha un nome, venendo spesso definita come la “Cosa”.

6. Si tratta del cosiddetto Redford Theatre, un teatro storico americano dallo stile giapponese situato nel quartiere Old Redford di Detroit. Inoltre, proprio in questa sala venne proiettata per la prima volta la pellicola cult di Sam Raimi, La casa [The Evil Dead, 1981].

7. A. Ball, “It Follows, dir. David Robert Mitchell, 2015”, in Middle West Review vol. 4, n.1, Fall 2017, pp. 201-204. (traduzione mia). ì

8. Treccani.it, http://www.treccani.it/enciclopedia/pathos/, 25 aprile 2019.

9. T. Elsaesser,, “Between Erlebnis and Erfahrung: Cinema Experience with Benjamin” in Paragraph, n. 32.3, 2009, p. 300. (traduzione mia).

10. I. de Coo, “It Follows and the affective dread of aion” in Contemporary Theories of Film, 11 maggio 2015. (traduzione mia).

11. My Movies.it, www.mymovies.it/film/2014/itfollows/news/lhorrorrisorgedalleceneri/, 25 aprile 2019.

12. A. A. Dowd, “It Follows is a new classic of both horror and coming-of-age cinema”, in A.V. Club https://film.avclub.com/it-follows-is-a-new-classic-of-both-horror-and-coming-o-1798183055, 25 aprile. (traduzione mia).

13. My Movies.it, www.mymovies.it/film/2014/itfollows/news/lhorrorrisorgedalleceneri/, 25 aprile 2019.

14. MovieMaker, www.moviemaker.com/archives/moviemaking/directing/it-follows-an-interview-with-david-robert-mitchell-on-his-sexy-scary-horror-film/ , 25 aprile 2019 (traduzione mia).

15. B. Dalton, “It Follows: Horror in a Straight Line”, in Intensities: The Journal of Cult Media, n. 8, 2016, pp. 88-89.

16. Bisogna sottolineare anche la complessità del sound design: da quello diegetico (il vento che soffia, i tacchi a spillo che colpiscono l’asfalto, l’apertura della porta d’ingresso e il padre che chiama la ragazza) a quello extra-diegetico (un basso ronzio che “segue” il ritmo dei passi della ragazza e una nota più alta che funziona come un metronomo, dettando i tempi e guidando quasi ogni respiro dello spettatore).

17. Il telefono cellulare è l’unico elemento “moderno”.

18. Ibidem.

19. Sembra allo stesso tempo una citazione e una radicale reinvenzione del ritrovamento di Laura Palmer de I segreti di Twin Peaks [Twin Peaks, creata da David Lynch e da Mark Frost, 1990-1991]

20. Den of Geek, www.denofgeek.com/movies/it-follows/34247/david-robert-mitchell-interview-it-follows-and-horror, 1 aprile 2019 (traduzione mia).

21. Questa sequenza di apertura funge quasi da dichiarazione programmatica, rappresenta la sintesi di ciò che il film andrà a sviluppare: niente è come appare.

22. Ibidem.

23. La colonna sonora del film strizza l’occhio a sua volta ai main theme carpenteriani e/o quelle anni ‘70/’80 dei Goblin conferendo alla narrazione una mirabile fascinazione.

24. Ibidem

25. D. Cassandro, “It follows è un horror concettuale che ti entra sotto la pelle”, in Internazionale www.internazionale.it/opinione/daniele-cassandro/2016/07/15/it-follows-horror-recensione , 25 aprile 2019.

26. I ragazzi guardano in TV: Guerra tra i pianeti [Killers from Space, 1954] di W. Lee Wilder  e Voyage to the Planet of Prehistoric Women [Id., 1968], di Peter Bogdanovich.

27. Infatti in It Follows i genitori sono figure assenti che conosco poco o nulla della vita dei loro figli. Questi sono totalmente e in maniera quasi irrealistica fuori dalle vite dei loro figli, similmente a ciò che ha fatto Gus Van Sant in Elephant [Id., 2003] e Paranoid Park [Id., 2007], i giovani sono soli, e devono lottare caparbiamente contro un mondo triste e crudele.

28. Il tutto viene valorizzato dalla splendida colonna sonora synph pop di Richard Vreeland (alias Disasterpeace) – che strizza l’occhio ai main theme carpenteriani e/o dei Goblin.

29. Treccani.it, http://www.treccani.it/vocabolario/anacronismo/, 25 aprile 2019.

30. Inez de Coo, “It Follows and the affective dread of aion” in Contemporary Theories of Film, 11 maggio 2015.

31, Treccani.it, www.treccani.it/enciclopedia/aion_res-10f7a972-8c5f-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/, 25 aprile 2019.

32. S. Baschiera and E. Caoduro, “Retro, faux-vintage, and anachronism: When cinema looks back”, in NECSUS: European Journal of Media Studies, http://www.necsus-ejms.org/category/autumn-2015_vintage/, 25 aprile 2019 (traduzione mia).

33. Ibidem.

34. F. Nietzsche, La gaia scienza e Idilli di Messina, Adelphi,1977, p. 341.