La civiltà è come un sottile strato di ghiaccio su un profondo oceano di caos e oscurità.
Werner Herzog

Michelangelo Frammartino è alla ricerca dell’invisibile. Dal buio della grotta dei sogni dimenticati1 emergono immagini che non avrebbero visto mai la luce. È l’intervento del regista/architetto/speleologo che sposta più in là l’asticella della realtà contingente, rubando qualche zolla di spazio al fuoricampo. Michelangelo Frammartino continua coerentemente il discorso iniziato nel 2003 con Il dono e proseguito nel 2010 con Le quattro volte spostando la ricerca stilistica su un abisso verticale, quello profondissimo del Bifurto, nella zona del parco naturale del Pollino. Dalla storia di un vecchio contadino calabrese che proprio in prossimità della morte realizza la completezza della propria vita nella gratuità di un dono, si passa a moltiplicare le storie creando un filo comune invisibile che possa legare insieme il mondo umano, quello animale, quello vegetale e quello minerale. Infine si scende giù in una fessura della terra per ridare la luce e la vita a immagini che credevamo perdute. Dilatazione dei tempi, dialoghi quasi assenti, precisione architettonica degli spazi inquadrati, in sottofondo il forte rumore della vita. Belati, colpi di tosse, campanacci, fruscii di foglie, urla, lo scorrere dell’acqua. Pochissime parole, la maggior parte incomprensibili, quasi tradissero il significato profondo delle cose, quasi facessero svanire l’invisibile che tende ad emergere dalle superficie del buio. L’irruzione della morte in questi universi sincronici sembra un evento naturale, conseguenziale, che non interrompe il ciclo della vita, anzi per contrasto ne mette in risalto la continuità, con una pacata accettazione. La figura di Zì Nicola (Nicola Lanza) de Il buco (2021) è cosi vicina a quella del vecchio pastore (Giuseppe Fuda) de Le quattro volte che ricorda ancora il vecchio nonno Angelo (Angelo Frammartino) ne Il dono. Tutte e tre le figure sembrano prepararsi al congedo terreno prima esplorando la realtà circostante con dei richiami e poi attraverso la vista.

Il dono.

Le quattro volte.

Il buco.

Come Zi Nicola manda versi alle sue capre, cosi gli speleologi misurano la profondità dell’abisso con il rumore dei sassi lanciati all’interno e con la loro voce: quando delle carte date alle fiamme vendono lanciate dentro il buco l’effetto è magico. Trarre immagini dall’utero della terra, afferrare la testa di zone inesplorate e farle nascere a mani nude. Poi si passa alla luce delle lampade frontali per illuminare la grotta, poi si arriva in fondo alla grotta senza più altri cunicoli o vie collaterali e con un gesto quasi malinconico si dà il segnale di stop.

Il merito di Frammartino è di avere voluto ricreare dal vero l’impresa degli speleologi che nel 1961 scesero fino a 683 metri senza neanche pubblicizzare l’eccezionalità dell’evento, scegliendo il basso profilo del ricercatore/eremita. Contemporaneamente le televisioni davano risonanza alla costruzione del Pirellone, ai tempi il grattacielo più alto d’Europa con i suoi 127 metri e 31 piani. Ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria e nell’era del boom economico, delle riviste che avevano in prima pagina le foto di Sophia Loren e Kennedy, dei lanci nello spazio, scendere in una grotta sembra un gesto rivoluzionario controcorrente. Oltre al recupero del materiale d’epoca e delle attrezzature di quel tempo, Frammartino coinvolge il direttore della fotografia Renato Berta che lavora sulle immagini ad alta definizione sgranandole e il tecnico del suono Simone Oliviero che crea un effetto live surround con il sistema Dolby Atmos 5.12.

Nel suo saggio Rethinking Trascendental Style3 Paul Schrader ha individuato i canoni dello slow-cinema (lunghi piano sequenza meditativi, assenza di colonna sonora, pochi dialoghi, utilizzo di attori non professionisti, montaggio non convenzionale) ed ha inserito Michelangelo Frammartino nella corrente “The Survellaince Camera” ossia in quel tipo di estetica che tende a scavalcare la narrazione e a preferire la ripresa diretta della quotidianità per fare emergere sotto-testi spesso invisibili (in questo gruppo ci sono anche Lav Diaz, Béla Tarr, Tsai Ming-Liang e tanti altri ). Si deve sottolineare che Frammartino è l’unico regista italiano contemporaneo citato e che fra quelli del passato spiccano i nomi di Pasolini, Rossellini, Antonioni seppur in aree stilistiche completamente differenti. Se è vero che molti critici hanno citato il lavoro di De Seta, Olmi e Kiarostami come punti di riferimento per questo tipo di linguaggio, bisogna anche ammettere che Frammartino non cerca mai di fare parlare i luoghi con storie preformate ma esercita un potere magnetico sulla realtà oggettiva allo scopo di fare emergere voci/suoni/frammenti indipendentemente dalla visione soggettiva dell’artista. Affascinato sin dai tempi dello Studio Azzurro4 dei meccanismi che si mettono in moto autonomamente nella interazione tra l’uomo e l’ambiente, Frammartino lascia che sia la grotta a dirigere gli speleologi, a determinare i punti luce e i punti di ripresa, le discese in sicurezza sulla via dell’acqua. Per stemperare la potenza della natura in relazione allo sguardo umano inserisce anche qualche intermezzo ironico come gli speleologi intorno al fuoco che scherzano (la loro disposizione nello spazio ricorda la entrata del buco) e la palla che finisce dentro la voragine (il pallone che subisce la inevitabile legge di gravità era già stato citato ne Il dono). Se l’occhio tende ad imporre la propria visione, l’orecchio non può che registrare la voce della grotta. Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualche cosa la riusciremmo a sentire5.

Frammartino elimina i dialoghi e riduce la voce umana a strani fonemi, richiami per le capre e le mucche, segni di riconoscimento in mezzo ad una natura silenziosa e abissale. In questo silenzio in cui anche il rumore di una goccia d’acqua assume una eco metafisica, il buio profondo del “buco” annulla ogni riferimento spaziale e temporale e crea un effetto di dispersione identitaria. Non solo non sappiamo dove siamo, abbiamo perso anche contezza del nostro corpo. Paradossalmente se si prende confidenza con questo buio, la morte non fa più paura. E Zio Nicola diventa un richiamo dentro la nebbia, la sua voce continua a rimbalzare tra le valli come una eco immortale.

Viene in mente il lavoro Alberi (2013)6, una video installazione in loop presentata con grande successo al MoMA a New York e in altri musei internazionali. Lì veniva esplorata la leggenda del “romit” maschera popolare del Carnevale di Satriano di Lucania: lì gli uomini del paese si ricoprono di edera fino a perdere le sembianze umane in una perfetta fusione uomo-natura. Zi Nicola in realtà non muore, diventa un soffio di vento, una colonna di fumo, un fronte di nebbia umida che invade lentamente i luoghi dell’accampamento, un albero che perde le foglie.

Alberi.

Il cinema di Michelangelo Frammartino si poggia su questa resurrezione. La natura è la via d’accesso alla forma nascosta di tutte le cose, e il cinema è capace di rappresentare indirettamente queste forme. Non ha bisogno di spiegare, ma cerca un senso al di là delle immagini mostrate, come se, da un certo punto in poi, la macchina da presa riuscisse a intravedere un’altra immagine e ancora un’altra sottostante e poi un’altra ancora. Non c’è distacco, gelida osservazione antropologica, mera registrazione documentaristica. No, lo sguardo di Frammartino è empatico, dalla parte di ogni essere animato o inanimato, sia esso una capra che una roccia. Proprio in questo perfetto combaciare di contenente e contenuto riesce nella difficile impresa di fare avvertire allo spettatore la sensazione, per qualche istante, di trovarsi in armonia con l’universo.

 

NOTE

1. Werner Herzog. Cave of Forgotten Dreams, 2010

2. Dal Dietro le quinte de Il buco. Extra DVD Il buco di Michelangelo Frammartino Lucky Red 2022

3. Paul Schrader. Rethinking Transcendental Style in Transcendental Style in Film. University of California Press. 2018

4. Lo Studio Azzurro è un gruppo di artisti dei nuovi media, fondato nel 1982 da Fabio Cirifino (fotografia), Paolo Rosa (arte visiva e cinema) e Leonardo Sangiorgi (grafica) a Milano. Michelangelo Frammartino ha frequentato il gruppo negli anni 90, ritrovando un ponte tra arti visuali e architettura.

5. Modifica della citazione di Federico Fellini in La Voce della Luna: Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…

6. Michelangelo Frammartino Alberi, 2013, https://www.youtube.com/watch?v=nGfqHFjF8iw&t=1167s