Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul sito del British Film Institute ed è disponibile qui: https://www2.bfi.org.uk/news-opinion/sight-sound-magazine/comment/bradlands/entity-sidney-j-furie-horror-patriarchy-haunted-house-gothic-evil
Se al giorno d’oggi Entity [The Entity, 1982] di Sidney J. Furie si è guadagnato una certa reputazione, il merito è da ascriversi in parte al patrocinio di Martin Scorsese, che lo ha incluso in una lista dei film più spaventosi mai realizzati, e in parte a Peter Tscherkassky, i cui cortometraggi in found footage Outer Space [id., 1999] e Dream Work [id., 2001]1 lo rielaborano in una nuova forma. La critica lo ha generalmente liquidato come un horror piuttosto sgradevole destinato al grande pubblico, eppure il film si distingue all’interno del genere per la sua capacità di rinnovarne certi tratti stereotipici.

La protagonista di Entity è Carla Moran (Barbara Hershey), una donna rimasta vittima di una serie di aggressioni, molte delle quali di natura apertamente sessuale, compiute da una creatura invisibile la cui natura è assimilabile a quella di un fantasma. Dopo aver cercato invano di convincere lo psichiatra Phil Sneiderman (Ron Silver) della reale esistenza del suo molestatore, Carla ottiene l’aiuto di alcuni parapsicologi. Costoro tendono una trappola all’entità creando una riproduzione della casa della donna all’interno di una palestra universitaria, ma il misterioso essere riesce a fuggire e nel finale, appena varcata la soglia di casa, Carla sente una voce maschile che la deride.

Si potrebbe istituire un parallelismo tra Entity ed E.T. l’extra-terrestre [E.T. the Extra-Terrestrial, 1982] di Steven Spielberg. Le somiglianze tra i due film (evidenti fin dai titoli speculari) sono infatti così numerose da permettere un riassunto comune delle rispettive sinossi:
Una madre single con tre figli (due ragazze e un ragazzo nel film di Furie, due ragazzi e una ragazza in quello di Spielberg) scopre che la sua casa è stata occupata da un essere “magico”, il quale sul piano simbolico/immaginario rimpiazza la figura del padre assente. Un gruppo di scienziati si unisce per investigare sull’intruso e, alla fine, questi si dilegua, ma non prima di aver chiaramente manifestato l’intenzione di lasciare qualche traccia della sua presenza. («Sarò con te»)2.


Sopra: Entity
Sotto: E.T. l’extra-terrestre
Risulta quindi piuttosto immediato considerare Entity come una sorta di appendice critica a E.T., ma la verità è che bisogna escludere qualsiasi filiazione diretta: il film di Spielberg è stato distribuito (il 10 giugno 1982) diversi mesi prima di quello di Furie (che è stato proiettato nel Regno Unito il 30 settembre 1982 ed è arrivato in America il 4 febbraio 1983) ma è stato girato leggermente dopo (Entity risulta protetto da copyright nel 1981, E.T. nel 1982). Le affinità tra questi due progetti ci dicono comunque molto sul peso specifico che l’America reaganiana attribuiva alla mascolinità e all’ideologia virile: evidentemente non mancava il pubblico per una fiaba conservatrice incentrata su un benevolo intruso di sesso maschile il cui messaggio d’addio a un personaggio femminile è «Sii buona», mentre era scarso l’interesse per un lavoro dove quello stesso intruso è ritratto come un viscido misogino le cui parole finali sono «Bentornata a casa, troia».


Gli sforzi attraverso cui Carla cerca di convincere gli spettatori della veridicità delle aggressioni sessuali subite assumono una risonanza sicuramente diversa nell’epoca odierna che ha visto la nascita del #MeToo. Ma è attraverso il rapporto che il film instaura con un movimento espressivo (specialmente letterario) decisamente meno contemporaneo come quello del gotico che si può meglio comprendere il valore di Entity.



Specchi e superfici riflettenti sono elementi ricorrenti nel genere gotico per rappresentare una realtà ambigua e oscure in cui forze misteriose si annidano dietro la superficie del visibile. Non vi fa eccezione Entity, dove il ricorso estensivo al buio, alla penombra e all’out of focus da parte del direttore della fotografia Stephen H. Burum rende le sagome e le forme ulteriormente indistinguibili.
Il genere gotico si fonda spesso sul tentativo di definire che cosa sia il Male: si tratta di una vera e propria entità dotata di un’esistenze fattuale e oggettiva perché inscritta ontologicamente nella natura oppure è un principio soggettivo condizionato dal sistema di valori di una determinata società? Nei lavori ascrivibili al gotico, questa domanda rimane spesso irrisolta. Persino quando si propende per una definizione più marcatamente oggettivo/fattuale (come nel caso de L’esorcista [The Exorcist, William Friedkin, 1973]), permane comunque un senso d’inquietudine e d’incompletezza. Allo stesso tempo, narrazioni gotiche che favoriscono invece una lettura in chiave soggettivistica come Il grande inquisitore [Witchfinder General, 1968] di Michael Reeves e Wampyr [Martin, 1976] di George A. Romero sembrano invece posizionarsi quasi al di fuori del genere. Il gotico, quindi, consente l’articolazione di concetti altrove inesprimibili, ma lasciandosi sempre dietro una scia di ambiguità. Per esempio, succede spesso che la sessualità non orientata alla riproduzione non venga né condannata come opera del Diavolo né, al contrario, celebrata in qualità di atto liberatorio.


Sessualità e possessione corporea in Entity (fotogramma superiore) e L’esorcista (fotogramma inferiore).
Quello che rende Entity così affascinante è il suo tentativo di ripensare il concetto stesso di gotico. La nostra cultura postmoderna tende spesso a respingere le opere d’arte del passato con uno sprezzante atteggiamento di superiorità. In fondo, oggi non è più necessario ricorrere a quelle convenzioni fortemente codificate dalla letteratura del XVIII° secolo che negavano la natura demoniaca dei desideri sessuali. Tuttavia, Entity adotta una prospettiva ancora più sfumata e dimostra come il gotico, pur essendo un genere apparentemente superato, può ancora fornire qualche valido strumento per analizzare la profonda penetrazione dell’ideologia patriarcale in tutti gli aspetti della realtà.


Certo, Furie non vuole discostarsi risolutamente dalle convenzioni del genere. Gran parte del film s’interroga infatti sull’origine dell’entità che attacca Carla: esiste per davvero, come credono i parapsicologi, o è invece una proiezione delle fantasie della stessa Carla, come sostiene il Dr. Sneiderman? Al regista, però, non interessa tanto risolvere questo dilemma quanto invece esplorarlo da una nuova prospettiva. L’entità possiede certamente un’esistenza concreta, ma, contrariamente alle opinioni dei parapsicologi, assume allo stesso tempo anche una funzione simbolica. È infatti l’incarnazione della violenza maschile esterna e quindi oggettivabile (e non, come presume il Dr. Sneiderman, il derivato della sessualità repressa interiore e soggettiva di Carla). Così, da una parte i parapsicologi valutano le esperienze di Carla come effettive ma ne fraintendono la natura, mentre dall’altra il Dr. Sneiderman considera le esperienze della sua paziente come manifestazioni simboliche ma interpreta erroneamente la natura di questa simbologia.



Sneiderman, il cui atteggiamento comprensivo non nasconde un discreto grado di ambiguità sottolineato da certi minacciosi primi piani a cui ricorre Furie, ha ben poco da offrire a Carla se non propinarle la reiterata raccomandazione di “essere buona”. Si tratta per certi versi dell’ennesimo rimando involontario a E.T. (la potenziale funzione salvifica della figura del dottore non si attualizza e anzi Sneiderman si mostra spesso superficiale e finisce talvolta per coprirsi di ridicolo). Ed è possibile intravvedere un’altra eco del film di Spielberg nel modo in cui, in entrambe le opere, la prima apparizione di un uomo adulto viene ritardata di quasi 30 minuti. All’inizio, Carla interagisce con “qualcuno” che esiste soltanto come voce e forma incorporea. Dopo la prima aggressione, la giovane si rifugia presso la casa dell’amica Cindy e di suo marito George, il quale però rimane confinato in una stanza collocata fuoricampo da dove è possibile sentirlo lamentarsi con una certa petulanza. Si può dire che il film crei una specie di legame simbolico tra George e la misteriosa entità, ovvero un altro “uomo” la cui voce proviene dal fuoricampo. Non solo: è possibile riscontrare dei collegamenti espliciti tra questo molestatore fantasmatico, il Dr. Sneiderman e i parapsicologi, poiché tutti quanti vedono Carla come un mezzo per perseguire i propri fini o soddisfare i propri bisogni.

Carla e Cindy (Margaret Blye)


Se Sniederman (vedi il primo dei due fotogrammi qui sopra) si mostra scettico nei confronti di una spiegazione logico/fattuale degli eventi, Billy (David Labiosa), il figlio maggiore di Carla, viene anch’egli aggredito dall’entità mentre cerca di salvare la madre dalla possessione. E lo stesso succede al compagno (Alex Rocco) della donna: lo spettatore è quindi invitato a non mettere in dubbio lo statuto di verità degli eventi. I dubbi, semmai, vengono disseminati sul piano ermeneutico: il prodotto di un inconscio turbato (e di una personalità sessualmente repressa), come vorrebbe Sneiderman, o l’eredità della cultura patriarcale fondata sul dominio del maschio?


Consapevole di non potersi aspettare alcun sostegno concreto da parte di coloro che vorrebbero salvarla, Carla è spinta semplicemente ad allontanarsi dal caos e quindi ad abbandonare la casa che è stata il teatro dei maltrattamenti subiti. È qui che il piano figurale e quello reale tornano a scontrarsi: Carla potrebbe benissimo lasciare l’edificio (simbolo dell’eredità patriarcale), ma finisce per rimanervi prigioniera, come se il lascito di quella cultura fosse inestirpabile. Il destino della protagonista rimane perciò incerto, analogamente a quello che attende Ethan Edwards (John Wayne) nell’epilogo di Sentieri selvaggi [The Searchers, 1956] di John Ford: le ultime inquadrature di Entity sono infatti accompagnate da un testo che sottolinea proprio questa indeterminatezza e informa lo spettatore di aver assistito a «una narrazione fittizia di un vero incidente».

Come detto, nel film il dato reale e quello simbolico non riescono a trovare una piena convergenza; anzi, la narrazione si concentra esplicitamente sulle rispettive discrepanze. La didascalia conclusiva («La vera Carla Moran oggi vive in Texas con i suoi figli. Gli attacchi, sebbene diminuiti sia di frequenza che d’intensità… continuano») sembra produrre l’effetto di rendere i molteplici fili narrativi, psicologici, simbolici e soprannaturali lambiti da Entity ancora più ambigui e contraddittori. E non bisogna pensare a questo come a un difetto, ma come al segno tangibile delle ambizioni di Furie.

NOTE
1. Le date dei due cortometraggi di Tscherkassky indicate da Stevens divergono da quelle riportate in sede di traduzione. Ciò perché in questa sede si è preferito ricorrere alla datazione indicata dall’Internet Movie Database.
2. La frase con cui E.T. si congeda dal piccolo Elliott. In originale «I’ll be right here».
