Nella prefazione, Davide Pulici paragona l’autore del volume qui preso in esame al celeberrimo Jean Floressas Des Esseintes protagonista del capolavoro fine ottocentesco Controcorrente [A rebours, 1884] di Joris Karl Huysmans. Se infatti il grande romanziere adottava una prospettiva decentrata che operasse da cartina tornasole di un’intera società lasciata spesso e volentieri metaforicamente fuoricampo, Fogliato sceglie un approccio simile nell’avvicinarsi ad un materia magmatica, sfumata e profondamente eterogenea come la storia del cinema italiano. Fin dal titolo infatti Italia: ultimo atto – L’alto cinema italiano. Volume 1 – edito da Il Foglio – dichiara una precisa scelta di campo. Ad essere oggetto d’indagine non sono infatti le pellicole più celebri (e celebrate) che sono orgoglio e vanto della nostra cinematografia, quanto un nucleo di opere meno storicizzate criticamente (e sovente dimenticate e pressoché invisibili) rilevatesi egualmente essenziali per comporre il quadro d’insieme di un apparato socioeconomico e dei suoi costumi repentinamente evolutisi. Dal cinema di regime al Boom economico (dove «La città non è più a dimensione uomo, come nel decennio precedente, bensì a dimensione macchina» – scrive l’autore) alla liberalizzazione dei costumi sessuali fino alle significative aperture all’espressione di genere (poliziesco, thriller, horror), nel volume trova spazio l’analisi di film che, per qualità o capacità di lettura del presente o di condensazione e scandaglio di umori e tensioni ad esso consustanziali, si rivelano oggi decisivi per aiutare a comporre un quadro etno-storiografico del nostro Paese, dal crinale degli anni Venti fino ai primi anni Settanta. Film che spesso hanno trovato poco (o nessuno) spazio nelle straordinarie ricognizioni sulla storia del cinema italiano operate p.e. da Argentieri e Brunetta1, d’ascendenza squisitamente popolare (da Treno popolare [1933] di Raffaello Matarazzo a La cuccagna [1962] di Luciano Salce) oppure realizzate da autori difficilmente catalogabili all’interno di collaudate categorie storico-critiche (Brunello Rondi) o estranei alle normali logiche commerciali e distributive (Raffaelle Andreassi).

Treno popolare Raffaello Matarazzo Lo Specchio Scuro

Il demonio Brunello Rondi Lo Specchio Scuro

Sopra: Treno popolare di R. Matarazzo
Sotto: Il demonio [1963] di Brunello Rondi

L’operazione di Fogliato non procede in opposizione rispetto al canone istituzionalizzato di opere e autori che hanno ricevuto una più vasta trattazione critica nel corso dei decenni, ma ne costituisce un vero e proprio corollario o, più precisamente, complemento filologico. Lo stesso autore, infatti, non tace come, talvolta, il valore prettamente cinematografico di alcune opere qui passate in rassegna sia discutibile (si pensi ad un film come Milano nera [1961] di Gian Rocco e Pino Serpi, tratto da un soggetto di Pier Paolo Pasolini, inizialmente deputato a dirigerlo), ma questo certamente non ne compromette né la rilevanza storica né la capacità di sintesi o precognizione di tensioni, comportamenti, ossessioni, manie, atteggiamenti o eventi caratterizzanti la tranche de vie del Belpaese entro cui è avvenuta loro realizzazione (un esempio su tutti: il dimenticato Italia: ultimo atto? [1977] di Massimo Pirri2, da cui il volume prende il titolo, è latore di macabre anticipazioni del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, avvenuti l’anno successivo al completamento della pellicola). Questo perché, se da una parte Fogliato non rinuncia mai ad un penetrante esame autoptico di ciascuno dei titoli affrontati3, dall’altra imbastisce un percorso parallelo che, attraverso la lente d’ingrandimento fornita da episodi di cronaca nera o di costume, permette al lettore di entrare in contatto con una microstoria collaterale che diviene supplemento della Storia ufficiale (dal milieu dei borsaneristi milanesi al celeberrimo Caso Montesi4, solo per fare alcuni esempi).

Terra madre Alessandro Blasetti Lo Specchio Scuro

(Alessandro Blasetti è il primo autore ad essere trattato nel volume. A proposito del suo Terra madre [1931] – da cui è tratto il fotogramma soprastante – l’autore scrive:«[…] Alessandro Blasetti prosegue coerentemente il discorso iniziato con Sole, passando dalla messa in scena della bonifica palustre ad un’altra tematica molto cara al regime, quella del “ritorno alla terra”, funzionale alla politica economica  e demografica intrapresa dal fascismo. […] Attraverso l’illustrazione olografica (e talvolta posticca) della ruralità, Terra madre agisce continuamente sul conflitto città-campagna e sulla radicale antitesi tra i due mondi.» La misura scelta da Fogliato è quella di una ricca e densa analisi testuale compenetrata dalla disanima di aspetti extra-cinematografici fondamentali per tracciare, parallelamente, lo schizzo dell’humus socio-antropologico in cui le opere prese in esame nascono e che di esso sono, a loro volta, cartina tornasole.)

Il volume di Fogliato, quindi, diventa in un certo senso ulteriore motivo di conferma dell’agnizione novecentesca che fa del cinema il veicolo privilegiato per attuare una spettrografia (qualcosa di diverso e più sfumato della semplice documentazione) di usi e costumi della contemporaneità che abita. Notazioni come la storia di Gianni Vernuccio, il primo regista che, coadiuvato dall’operatore (e futuro regista anch’esso) Massimo Dallamano, riprese il cadavere di Mussolini in piazzale Loreto, il ricordo del personaggio di Gildo Beozi (interpretato da Ugo Tognazzi) che ne Il complesso della schiava nubiana [ep. diretto da Franco Rossi nel film collettivo I complessi, 1966] si fa evidente maschera di Giulio Andreotti e anticipa Il divo [Paolo Sorrentino, 2008] o il racconto di Cesare Canevari che dichiara di aver girato il suo Io, Emmanuelle [1969] in un appartamento messo a disposizione da un giovane Silvio Berlusconi non rientrano semplicemente nel campo dell’aneddotica. Diventano, invece, testimonianza della capacità del cinema di essere una chiave di lettura del presente.

Fuoco! Gian Vittorio Baldi Lo Specchio Scuro

(Nel volume è presente anche una meravigliosa intervista a Gian Vittorio Baldi, a proposito di Fuoco! [1968], capolavoro misconosciuto del cinema italiano del Sessantotto da cui è tratto il fotogramma presente qui sopra. Ne riportiamo un estratto significativo non solo per il suo interesse storiografico ma anche, riallacciandoci a quanto affermato poco sopra, per l’incidenza dello stesso sul presente:«A un certo momento, mi sono finalmente deciso, perché mi sembrava che si riproducessero nel mondo delle esplosioni di follia simili a quelle di cui il film é un esempio. Mi sono sentito quasi obbligato, costretto a farlo: Mi sembrava che il soggetto scelto fosse molto importante e che fosse anche importante tentare una sorta di diagnosi del mondo di oggi al di fuori di ogni elemento sociale, politico osociologico, anche se tutto questo il film lo sottintende.
Quello che ho pensato, scegliendo questo soggetto, è che il mondo di oggi sia assolutamente privo di ideologie sicure… La gente crede sempre meno in una cosa precisa. Lo stato di confusione mentale é tale che si assiste a squilibri profondi di comportamenti e atti umani. L’atto di follia, la violenza senza bersaglio, è un esempio tipico del modo di reagire a ciò che una determinata situazione ha di insopportabile. L’uomo non riesce più a sopportare l’abito nel quale è stato messo. Nel mio film io non volevo, non potevo proporre dei metodi terapeutici. Mi sembrava altrettanto importante, prima di tutto, tentare una diagnosi.
Mi ricordo che i miei figli, un giorno, portarono in casa un porcospino. Gli hanno fatto una bella cuccia con dei giornali, gli hanno dato da mangiare dell’insalata; era una femmina e aveva tre piccoli porcospini. Per tutto il giorno rimase tranquilla, ma la notte mangiò i giornali e tentò di fuggire. E’ durato per tre giorni, e per tre notti ha tentato di fuggire. Il mattino del quarto giorno, quando sono andato a vederla con i bambini, aveva ucciso i suoi piccoli. credo che questo sia significativo. L’uomo è oggi prigioniero di un certo mondo e l’esempio di follia che si vede nel mio film è, credo, caratteristico.»)

Impossibile non concludere ricordando come, se è vero che – come sopra ribadito – alcuni film presi in esame non raggiungano certamente un livello d’eccellenza qualitativa, molte pellicole analizzate nel volume meritino invece una vera e propria riconsiderazione. Da Guendalina [1957] di Alberto Lattuada a Febbre di vivere [1953] di Claudio Gora, da Adua e le compagne [1960] di Antonio Pietrangeli a Flashback [1969] di Raffaele Andreassi, da L’assoluto naturale [1969] di Mauro Bolognini a Una vita violenta [1962] di Paolo Heusch e Brunello Rondi (solo per fare alcuni titoli), è lungo l’elenco di tesori nascosti della nostra cinematografia di cui si vorrebbe leggere più spesso.

Adua e le compagne Antonio Pietrangeli Lo Specchio Scuro

(Simone Signoret e Marcello Mastroianni in una scena di Adua e le compagne)

 

NOTE

1. cfr. G.P. Brunetta, Cent’anni di cinema italiano. Vol. 1: Dalle origini alla seconda guerra mondiale, Laterza (Bari-Roma), 2004, G.P. Brunetta, Cent’anni di cinema italiano. Vol. 2: Dal 1945 ai giorni nostri, Laterza (Bari-Roma), 2006 e M. Argentieri, Storia del cinema italiano, Newton Compton (Roma), 2006

2. L’ultima sezione del volume qui preso in esame è dedicata ad un’approfondita analisi, comprensiva di interviste, dell’opera di un cineasta dimenticato e mai esaminato sistematicamente da un punto di vista critico come Massimo Pirri

L'immoralità Massimo Pirri Lo Specchio Scuro

(un fotogramma tratto da L’immoralità [1978])

3. Partendo dall’analisi del testo cinematografico, il lavoro di Fogliato si dilata a macchia d’olio fino a sondare tangenziali elementi storici culturali, etnici e antropologici

4. per approfondire cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Caso_Montesi