È possibile amare un fantasma? È possibile pesarlo? La vecchia bilancia di Sandringham House segnerà zero? O sotto zero? Comunque andrà in tilt. Ancora una volta, Diana Spencer (o il suo fantasma, impersonato da Kristen Stewart) manda all’aria il rito della tradizione. In perenne ritardo, si aggira per il Norfolk, dove è nata, ma senza riconoscere i luoghi. “Non so dove sono!” dice agli avventori d’un caffè, che la guardano allibiti.

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Spencer [id., 2021], di Pablo Larraín, è una favola, ispirata a una tragedia vera (la morte di lady Diana) – ma la favola, in quanto tale, è popolata di orchi. Il più spaventoso non è certo Carlo, il principe di Galles. Non è neppure la regina Elisabetta, della quale conta solo il ritratto, stampato sulle banconote (questa è la sua funzione, e lei lo sa). No, l’orco peggiore è il maggiore Gregory, il sorvegliante ottuso, incaricato di vegliare sulla tranquillità e sulla privacy delle Altezze Reali. Odia i giornalisti, la sua ossessione è la riservatezza: tende chiuse, raccomanda a tutti – pesarsi, mangiare – pesarsi, per dimostrare che si è mangiato, che si è fatto onore al cibo preparato mattina e sera dai cuochi in cucina. Nel Natale della Corte ingrassare è un dovere.

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Diana si perde, dunque, in luoghi che dovrebbe conoscere bene. L’unica cosa che riconosce è lo spaventapasseri che suo padre aveva piantato in mezzo a un campo, tanti anni prima, rivestendolo con il proprio giaccone rosso (o giallo?). Diana era bambina. Con le sue amichette, si divertiva a chiamarlo Bertie, a danzargli attorno come si fa con un feticcio. Ora il fantasma recupera il giaccone, vorrebbe indossarlo, al posto dei vestiti di gala che sono prescritti a Corte per ogni circostanza.

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I figli, William e Harry, sono già sul posto, e si lamentano perché le loro stanze sono fredde. La madre chiede loro se a scuola hanno studiato i verbi (passato, presente e futuro): ma non c’è futuro, dice lei, mentre passato e presente sono la stessa cosa. Tutto è come se fosse già successo. Il tempo non è che un contrattempo.

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Si, tutto è già successo. Enrico VIII ha fatto decapitare Anne Boleyn, benché innocente, per poter sposare Jeanne Seymour. Diana indossa una collana uguale a quella di Anne, se la strappa dal collo, a cena. Le perle cadono nella minestra. Diana le inghiotte, o immagina di inghiottirle.

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Eppure Maggie, la cameriera personale, ama Diana, d’un amore addirittura lesbico. Il maggiore Gregory la licenzia (poi è costretto a riassumerla) per la sua abitudine di lasciare aperte le tende delle finestre della camera, come Sua Altezza desidera. Molti altri l’amano. Certo non più Carlo, da cui ormai la separa il velluto rosso di un enorme biliardo. Davanti a lei una palla bianca, solitaria. Davanti a lui, una miriade di palle rosse, e una palla nera che alla fine le scompiglia. L’ama invece il capocuoco, che le fornisce torcia, tronchesi e stivali, per un’escursione pericolosa nella vecchia casa paterna. L’ama Anna il fantasma di Boleyn, che durante l’escursione la sorregge lungo le scale marcite.

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Diana ride, alle dichiarazioni di Maggie. Ride e ne è sconcertata. In fondo, basta un aggettivo a definire un’Altezza Reale: Guglielmo il Conquistatore, Elisabetta la Regina Vergine. Se un giorno diventassi io regina, riflette, potrebbero chiamarmi Diana la Sconcertata – ma Diana è capace di interrompere una battuta di caccia al fagiano, cui i suoi figli sono obbligati a partecipare, ordinando il cessate il fuoco. Fugge in macchina con i figli a Londra, ordinano robaccia da fastfood (che però le piace) per sé e per loro, col nome (borghese) di Spencer.

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Larraín aveva già girato Jackie, sulla figura di Jacqueline Kennedy. Per Diana Spencer, invece, compie la scelta immaginaria di evocarne il fantasma, e non solo il suo. Non sono tanto corpi che si muovono sullo schermo, quanto gli abiti sinistri della Corte, o quelli di Diana, colorati, vaporosi, animati dal soffio miracoloso e doloroso della bellezza. I suoi vestiti danzano, ballano lungo la spiaggia, nascondono e rivelano. C’è un corpo, sotto? Si, un corpo da amare in quanto irraggiungibile. Corpo carnale, ma vaporoso.

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Se non è possibile pesare un fantasma, è possibile amarlo. Per certuni, è impossibile amare altro.