I cormorani (2016) di Fabio Bobbio è, secondo la definizione dello stesso regista, «un film sulla frontiera». Samuele e Matteo, i due ragazzi protagonisti del film, vivono un momento di transizione: il passaggio dall’adolescenza, stagione degli impulsi e dell’irrazionalità, all’età adulta. Immerso in un ambiente naturale e primitivo che fa da controcanto al paesaggio urbano, scandito da un tempo sospeso e quasi metafisico, I cormorani è uno dei più interessanti esordi italiani degli ultimi anni.

Nel corpo dell’intervista sono contenuti appunti visivi inediti realizzati dal regista durante i sopralluoghi del film.
Ringraziamo Fabio Bobbio per avercene fatto dono.

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Per cominciare: com’è nato I cormorani?

Il film ha avuto una gestazione molto lunga, di circa quattro-cinque anni ma ho ancora molto chiara la prima immagine dalla quale poi è partito tutto: all’epoca vivevo in Spagna ed ero solito passare le vacanze estive nel Canavese, dove sono nato e cresciuto. Una sera di agosto, credo fosse il 2010, ero con alcuni amici ad una festa patronale in campagna – il capannone con l’orchestra, i campi di mais tutt’intorno: la stessa festa in cui ho girato le immagini del finale del film. Mentre cenavamo ho notato due ragazzini al bordo della pista da ballo che prendevano in giro gli adulti impegnati nei balli di gruppo di fronte all’orchestra. Avranno avuto dodici, tredici anni: erano sfacciati ma allo stesso tempo molto innocenti nelle loro risate. Qualche minuto dopo i due erano in pista e, seppur continuando a ridere, avevano cominciato a ballare con gli adulti. Il mio pensiero in quel momento è stato: «ecco si sono trasformati». Quell’immagine mi ha colpito, mi ha emozionato. Tornato a casa ho iniziato a lavorare sull’idea di fermare il tempo di quei due ragazzini attraverso le immagini e i suoni, raccontare l’universo della loro ultima estate da bambini, prima dell’entrata in pista, appena prima del passaggio all’età adulta.

Nel 2007 lei si diploma al Corso Superiore di Documentario Creativo all’Observatorio de Cine di Buenos Aires. Stando alla definizione del critico Tue Steen Müller, il documentario creativo esercita un trattamento visivo della realtà in cui viviamo, declinandola secondo prospettive ed interpretazioni personali. Nel caso dell’esperienza del suo primo lungometraggio I cormorani, in cosa è consistito questo “trattamento visivo”?

L’approccio con l’ambiente è stato totalmente documentaristico, facilitato anche dal fatto che fosse una regione che conosco da tutta la vita. Mi interessava partire dallo spazio reale (l’archeologia industriale, la natura contaminata dagli adulti, il centro commerciale della provincia) per poi sublimarlo e renderlo fantastico attraverso gli occhi dei due ragazzi. Quando si ha quell’età e si gioca in cortile non ci si immagina di essere nel cortile di casa, ma in luoghi molto più interessanti, nelle praterie del Far West o nelle foreste tropicali.

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Guardando I cormorani, mi son venute in mente due pellicole in particolare, con cui il suo film penso trovi affinità: L’estate di Giacomo [2011] di Alessandro Comodin ed Helpless Stones [Koroishi, 2010] di Takuya Dairiki e Takashi Miura. In questi due lungometraggi, come ne I cormorani, c’è una dispersione dei protagonisti (per altro, due per tutti e tre i film) nel paesaggio. E ho pensato anche ad Innocence [id., 2004] di Lucile Hadžihalilović sia per la presenza dei bambini che per la valorizzazione del paesaggio naturalistico, soprattutto di elementi come l’acqua e il bosco. Al di là di queste mie suggestioni, quali film o registi hanno influenzato il suo lavoro? E ci sono, inoltre, altre opere non cinematografiche da cui ha tratto ispirazione?

Sono estremante convinto che tutte le immagini che vediamo – o immaginiamo, nel caso dei libri – rimangano lì archiviate nella nostra testa, ed emergano nel processo creativo. A volte richiamate solamente da una sensazione. Per esempio, se dovessi pensare a ciò che più è legato allo sviluppo del film, il ricordo va diretto alla rilettura dei libri di Pavese quando ero all’estero, al suo modo di elaborare il ricordo personale, descrivere la terra in cui è cresciuto riuscendo a sublimare quello stesso ricordo. Ecco, rivedendo I cormorani non credo si veda una relazione così diretta, ma l’approccio all’idea nasce forse da lì. A livello cinematografico sono sempre stato interessato ai film che sfruttano la libertà narrativa – intesa come approccio ai personaggi e alla scrittura aperta – del documentario, per immaginare storie strutturalmente più complesse. Ma è difficile scegliere qualche regista in particolare, davvero difficile.

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 i cormorani 13Sono qui riportati gli appunti visivi dei sopralluoghi per I cormorani, che mostrano la suggestione da parte di precisi riferimenti pittorici: da Homer ad Hopper.

A proposito dei bambini protagonisti della sua pellicola…Com’è stato lavorare con loro? Quanto è stata importante l’improvvisazione?

Prima di incontrare Matteo e Samuele ho visto circa 120 ragazzi, tutti del Canavese. Questa fase è stata fondamentale, perché mi ha permesso di confrontarmi con un’intera generazione legata a quel territorio. È stato il momento in cui il mio sguardo da adulto verso quel momento della vita è stato messo in discussione dall’esperienza reale di ragazzi di oggi. Fin dall’inizio mi interessava raccontare quell’universo attraverso due elementi: il mio ricordo personale, da adulto, di quel momento della vita – ricordo che spesso, crescendo, si tende a mitizzarlo, rendendolo universale – ed il vissuto dei due protagonisti, partendo dal loro approccio reale alle situazioni che man mano si trovavano ad affrontare. Mi interessava l’idea di lavorare ad un racconto di formazione utilizzandone gli elementi classici, ma evitando il più possibile che lo sguardo fosse quello di un adulto che dirige due giovani attori: dovevano essere loro a indicarci la direzione – anzi, le direzioni –, seppure negli spazi e nei tempi che io indicavo loro. Per questo del film non esiste una sceneggiatura, è un film molto pensato, ma non scritto (se non in montaggio). L’approccio doveva essere quello del gioco infantile: poche regole ma ben definite – tecniche, di spazio e tempo, narrative – e molto istinto.

Prima di realizzare I cormorani, lei ha lavorato al montaggio de I corpi estranei [2013] di Mirko Locatelli. In che modo quest’esperienza ha influenzato la realizzazione de I cormorani?

Collaboro con Mirko Locatelli e Giuditta Tarantelli (sceneggiatrice de I corpi estranei) da molti anni. Fin dall’inizio hanno sostenuto il progetto, prima spronandomi a sviluppare l’idea, poi appoggiandola dal punto di vista produttivo, insieme a Paolo Cavenaghi e la Strani Film. Poco tempo fa abbiamo ricordato il momento in cui gli ho parlato per la prima volta de I cormorani: «Vorrei girare un film non scritto, senza sceneggiatura, con due ragazzi che passano l’estate nei boschi intorno a Rivarolo Canavese, con una piccola troupe, e lavorare in montaggio alla stesura del film». Immaginatevi le facce: sono stati molto coraggiosi a sposare il progetto e l’avventura in generale. Mirko lavora molto spesso con adolescenti e attori non professionisti, ma in particolare quello che stimo molto di lui è la capacità, nei suoi film di finzione, di saper cogliere tutte le sfumature marginali per la narrativa della scena, facendole diventare parte centrale del racconto.

Penso che nel film sia centrale il rapporto di reciproco interscambio tra il bambino, emblema dell’uomo nel suo stadio primitivo, dell’uomo-animale – paradigmatica è la scena della “caccia” in cui il gruppo dei bambini nascosti nel bosco insegue Matteo e Samuele – e la natura in cui è immerso. Da dove nasce il suo interesse per questa tematica?

Samuele e Matteo vivono nel film la loro ultima estate da bambini, che è un momento molto particolare nella vita di ogni individuo, perché è il periodo della trasformazione, del cambiamento, dove in ogni persona convivono le caratteristiche dell’infanzia e quelle dell’età adulta. Continuiamo a giocare, ma il gioco ci annoia, e non sappiamo il perché. È il tempo dell’istinto, dell’irrazionalità, della spensieratezza tipici dell’infanzia, ma anche del confronto, dell’appartenenza e della fisicità caratteristici dell’adolescenza. Mi sembrava importante che questi elementi fossero gli stessi utilizzati da me e dall’intera troupe per raccontare quel mondo. Matteo e Samuele sono diventati le nostre guide, due piccoli animaletti da seguire istintivamente dimenticandoci spesso di come si dovrebbero realizzare i film secondo i canoni classici. È stato un atto di liberazione, ma al tempo stesso credo coerente con quello che volevamo raccontare.

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La scena della caccia

Ne I cormorani mi pare ci sia un altro fil rouge: quello della fuga. I due bambini fuggono dal mondo degli adulti che essi deridono – si pensi poi anche alla relazione che ciò intesse con la natura stessa del film: emblematica è la scena con la prostituta beffardamente derisa da Matteo e Samuele, mentre si spoglia.
Questa fuga, questo allontanamento – che lei inscena nel film e che penso siano rappresentati anche dall’alternanza di ambienti urbani e ambienti naturalistici – si sviluppano come conseguenza di questo
atteggiamento di derisione verificatosi proprio nella realtà. Vuole parlarcene?

Ho sempre pensato a I cormorani come a un film sulla frontiera: quella tra infanzia ed età adulta, tra finzione e documentario, tra mondo urbano e natura incontaminata. Ma non sono sicuro che nel film ci sia una vera e propria fuga da questa frontiera, piuttosto un movimento quasi impercettibile verso l’oltre, verso il valicamento di quel confine, che spesso richiede coraggio. Il fermare il tempo di quell’estate di cui parlavo prima si scontra inevitabilmente con la crescita dei protagonisti, che per natura è inevitabile.

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Questo titolo, I cormorani, mi incuriosisce molto: nella scena in cui i bambini parlano dell’acqua del fiume che sta per finire e dei pesci che scrutano lì intorno, Samuele dice «Guarda Matte, ci son due cormorani». Questi cormorani, però, rimangono fuori campo. Vuole spiegarci la scelta del fuori campo? È stato un modo per conservare la metaforicità del titolo?

I cormorani sono uccelli non autoctoni che negli ultimi anni hanno colonizzato in piccoli gruppi i corsi d’acqua del Nord Italia, alla ricerca di nuovi spazi in cui vivere; sono tra i pochi uccelli acquatici non impermeabili, e quindi ad ogni immersione per la pesca corrisponde un lungo tempo di inattività al sole; inoltre sono animali molto goffi sulla terraferma. Tutti elementi che rivedevo in Matteo e Samuele e nei ragazzi della loro età. Abbiamo girato il film con questo titolo, che era ancora provvisorio. La scena che citi per me è molto importante nel film, perché è il momento in cui Samuele e Matteo tornano a condividere il loro tempo dopo la separazione. Ma qualcosa nel loro atteggiamento è cambiato, si sfidano, si prendono in giro l’uno con l’altro, c’è in loro una sorta di competizione, probabilmente inconsapevole, che però è già tipica dell’adolescenza. Da qualche mese non facevo altro che parlare sul set di cormorani, cercando inutilmente di incontrarli sulle rive del fiume per riprenderli. Durante quella scena Samuele e Matteo hanno cominciato a prendere in giro anche me, a sfidarmi: nel fuori campo i cormorani non c’erano, ma quella battuta di Samuele era molto rappresentativa del legame che si era creato tra il loro universo e il mio sguardo, che ormai da mesi cercava di interpretarlo.

C’è un determinato momento, precedente a questa scena di cui abbiamo appena parlato, che mi ha molto sorpresa: i due bambini giocano con l’acqua e, ad un certo punto, l’acqua va a finire sulla macchina da presa e Matteo fa una faccia quasi preoccupata, rivolgendo lo sguardo in macchina. Si ha la sensazione che la cosiddetta “quarta parete” venga abbattuta… Perché ha voluto conservare questa scena?

Anche questa scena fa parte della sequenza in cui Samuele e Matteo si ritrovano dopo la loro separazione, sicuramente una delle linee narrative più strutturate del film. Il senso di appartenenza al gruppo, al proprio simile è stata una delle cose su cui ho lavorato di più in fase di investigazione del film: mi interessava molto comprendere cosa i ragazzi intendessero per amicizia in quella fase della vita e, lentamente, mi accorgevo che non era un’amicizia pensata, razionale, ma quasi dovuta ad un istinto di appartenenza, di condivisione del tempo e dello spazio. Matteo e Samuele si separano nel film, ma al loro successivo incontro non hanno bisogno di darsi spiegazioni, perché quegli schiaffetti in riva al fiume sono il loro modo, rappresentativo di quell’età, di dirsi: “non ti preoccupare, sono ancora qui”. Parallelamente però, mi interessava lavorare sulla percezione che lo spettatore adulto avrebbe avuto della sparizione di Matteo e delle scene di solitudine di Samuele: l’intenzione era esasperare questa separazione, questo primo momento difficile nella loro amicizia, proiettare i due ragazzi verso l’adolescenza e le sue difficoltà. Volevo che lo spettatore si domandasse che cosa stava accadendo, che desiderasse una spiegazione, mentre per Matteo e Samuele l’unica cosa importante era ritrovarsi al sole, a schizzarsi acqua senza farsi troppe domande. Questo gioco di sguardi, quello del pubblico – adulto e razionale – e quello dei due ragazzi – istintivo e irrazionale, mi sembrava una strada interessante da seguire. Proprio in quella scena, in cui la frattura fra percezione dell’adulto e azione dei protagonisti si fa estrema, Matteo ha regalato al film quello sguardo in camera, rivelatore della consapevolezza del cambiamento dei due ragazzi ma anche della presa di coscienza da parte dello spettatore del gioco-cinema.

Come ultima domanda, vorrei che ci raccontasse qualcosa del suo prossimo film.

Nell’ultimo anno ho viaggiato tanto con I cormorani, che mi ha regalato grandi soddisfazioni. Da qualche mese ho cominciato a lavorare ad alcune idee per il prossimo film, ma sono ancora in fase embrionale. Sicuramente vorrei continuare a lavorare su una realtà complessa e ricca di contrasti, che conosco molto bene, quella della regione canavesana.