Il fantasma della libertà 

Vincere è un film di fantasmi costruito da un insieme di pensieri in dissolvenza incrociata: il fantasma della libertà all’interno del fantasma di un amore dentro il fantasma della ragione all’interno del fantasma del potere. Vincere ci parla di un nostro possibile futuro analizzando il nostro tragico passato. Analizza il privato di una figura storica (Benito Mussolini) per trarre delle conclusioni pubbliche e universali; cerca di contestualizzare gli avvenimenti in un preciso ambiente culturale e politico (il Futurismo con i quadri di Balla, Boccioni, Carrà; la prima guerra mondiale, la rivoluzione russa) per provare a rispondere ad alcuni quesiti essenziali, morali e politici. Bellocchio scende ad illustrare meticolosamente il corpo dei protagonisti per verificare la distanza tra pensiero e azione, tra ragione di stato e questione morale. Nei primi anni del Novecento Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno), prototipo di donna colta e indipendente (la sua immagine sensuale ci richiama alla memoria la pittrice art decò Tamara de Lempicka) è innamorata follemente del giovane Benito Mussolini (Filippo Timi), direttore del giornale Avanti!, del suo sesso impetuoso e appagante, del suo socialismo e anticlericalismo («con le budella dell’ultimo Papa strangoleremo l’ultimo Re»), della lotta in difesa dei più deboli. Ma già nei primi amplessi tra i due amanti notiamo una distanza incomprimibile, un vallo insormontabile: Benito è già dissociato, con il corpo si trova dentro Ida ma con la mente è già proiettato, sul balcone di Palazzo Venezia, osannato dalle folle, guerrafondaio e alleato del Papa.1 2 Una svolta improvvisa e opportunista che ricorda tanti trasformismi politici contemporanei. Mussolini sta già diventando l’immagine dei vecchi film di repertorio che lo ritraggono nelle sue campagne populiste e demagogiche. Si è già tramutato nel simulacro del potere, icona superomistica che travolge chiunque voglia sbarragli la strada (esemplare la scena del duello che richiama quello de L’ora di religione [2002]). Le visioni nella sua mente rimandano a quegli enormi drappi neri, premonizioni del fascismo e della sua scia di morte. Il suo corpo virile, una gigantesca scultura futurista, è concentrato verso la scalata al potere, quasi a volersi sostituire a Dio.

vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro vincere recensione marco bellocchio lo specchio scuro

A Benito non basta più l’amore di una donna che lo ama sinceramente, adesso vuole il piacere infinito della acclamazione collettiva di una folla adulante e plagiata, non importa se vera o finta, non importa se recitante una parte. Diventare la proiezione immaginifica di una massa che ha ragione di esistere solo se si riconosce nel suo capo. Grazie alla fotografia di Daniele Ciprì, vediamo alternarsi immagini di repertorio che raccontano la cronaca impetuosa di quegli anni e lo svolgersi di una vicenda sentimentale pervasa da un immaginario deviato. Al rosso del socialismo fa contrasto il nero del fascismo e molte figure emergono come spettri dalla nebbia di incendi ed esplosioni. Sono gli spettri di due guerre mondiali con il loro debito di orrori e violenze.

vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro

Ida crede ciecamente al fantasma d’amore inventato da Benito: si lascia turlupinare, usare e gettare via come uno straccio. Ma è Ida non è diversa dalle masse oceaniche che applaudono i discorsi interventisti del Duce («Vincere! …e vinceremo!»), che si lasciano gabbare dai sogni di gloria di un megalomane che ha perso definitivamente il contatto con la realtà. E perdersi tra i riflessi di fantasmi di celluloide non è tranciare i legami con il mondo contingente? Ben sottolinea l’aspetto metacinematografico il critico Gianni Canova:

«C’è una scena, fra le tante ambientate in un cinema, che vale da sola l’intero film. Ed è quella in cui Ida Dalser, prima di essere internata ed annientata dalla cieca ferocia del potere, è seduta in sala e guarda l’immagine dell’uomo che ama – ormai così diverso, anche fisicamente, da come lei l’aveva conosciuto – intento a parlare dallo schermo. A un certo punto i fascisti in sala si alzano in piedi e rivolgono all’icona del duce il tributo del saluto romano. Lei, rimasta seduta, si accorge che quei corpi gonfi e ringhianti le ostruiscono la visione, e quindi si alza a sua volta e va a sedersi in primissima fila, davanti a tutti. Ma poi ci ripensa, si alza di nuovo, si avvicina allo schermo e si gira verso la platea. Il fascio di luce del proiettore colpisce il suo corpo, le disegna addosso le immagini, la ingravida di nuovo con l’iconizzazione del duce. Ida è un corpo di carne che vive tra le ombre del cinema, e al tempo stesso è uno sguardo che dallo schermo ci riguarda, e che guarda i fascisti in platea, i quali – pur guardando lo schermo di cui anche lei è parte – nemmeno la vedono, accecati come sono dall’invadenza pervasiva dell’immagine del Capo. Lì, in quell’immagine, in quel farsi cinema di un corpo invisibile che guarda, Bellocchio lascia intravedere quello che forse è l’obiettivo primario del suo film: mostrarci la nostra cecità di spettatori, incapaci di intuire la vita vera, la nuda vita, nel turbinio di immagini con cui il potere celebra se stesso e prende possesso delle nostre teste e dei nostri cuori»3

Il fascismo è melodramma politico4 e Ida è una figura d’opera con sfumature tragiche: si lascia ingannare dalle apparenze, dalla finzione attoriale di un uomo che continua a fare versi e pose buffonesche per accattivarsi la simpatia di un popolo stordito dalla propaganda, dai proclami dannunziani alla radio, dalle autocelebrazioni dei giornali, dalla falsa illusione dei telegiornali cinematografici. Un popolo inebetito da suoni, scoppi, rumori, lampi (tzang, tzang, tumb, tumb) che ha perso la capacità di critica e preferisce, per quieto vivere, il silenzio, l’ipocrisia, la massificazione, la omologazione. Molto precisa Lella Ravasi citando Gadda, identifica l’archetipo del Duce-fallo e della folla femmina pronta a concedersi:

«La collettività subisce l’incanto non più del maestro, nel seno delle arti e mestieri, ma d’un istrione millantatore. Cerebello non ha: dacché impriapito la persona tutta, unica sua cura e ineluttabile conato è questo: ch’ei percepisce raggiunge, “plasma”, tiene, subiuga la sua folla in qualità e come in carne di femina: e plauditrice grandissima. Parole antiche e nuove, immagini a cui dare corpo, le parole di Gadda di Eros e Priapo. Che hanno come riferimento Mussolini e il ventennio fascista. Come si può lavorare attorno a un tema iniziato con Psicologia delle masse e analisi dell’io a prescindere dal contesto in cui e la massa e l’io sono ancora affondati in un brodo archetipico sempre in cottura, pronto a scodellare nuove minestre velenose? Di patologia narcisistica si tratta, va bene. Di perversione feticista anche, centrata sul fallo, “la persona impriapita”. Di delirio di onnipotenza e di autoriferimento, in cui e di cui campa l’istrione millantatore, con la fissazione della “folla-femmina”, ma come mai quello che racconta mi apre scenari illuminanti oggi?»5

Benito Mussolini preferisce la contadina Rachele (che parla in dialetto alle galline) alla colta Ida: come i suoi colleghi nazionalsocialisti, quando sente parlare di cultura mette mano alla pistola. Le donne vorrebbero averlo come amante, gli uomini lo acclamano come una semi divinità, in camicia nera e mano tesa. O è tutto una recita? Il montaggio sincopato fa irrompere momenti apparentemente sconnessi tra loro: ma quelle facce sofferenti di donne rinchiuse nell’ ospedale psichiatrico sono il terribile memento di un destino di follia e di alienazione che attende la nostra protagonista alla fine della Storia, sono la certezza che dietro la messa in scena c’è una enorme scia di sopraffazione e odio. In un periodo di bugie, dire la verità è un atto eversivo: forse è meglio calare la testa e lasciare passare la tempesta («Questo è il tempo di tacere, il tempo di essere attori. Oggi, non dico sempre, ma oggi, bisogna essere dei grandi attori…tanto prima o poi il fascismo finirà») come consiglia lo psichiatra del Manicomio di San Clemente alla Dalser, dopo che quest’ultima è scesa dall’albero in cui si era rifugiata.

vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro

Mentre il “Popolo d’Italia” è totalmente impazzito per il proprio Duce, la donna che un tempo lo ha amato si accorge del perfido disegno del codardo-Benito che ha rinnegato, con moglie e figlio, il proprio passato di giovane rivoluzionario. Un uomo quindi, disposto a tutto, pur di mantenere il Comando e sfidare Dio («se entro cinque minuti non sarò fulminato, Dio non esiste!»). Risulta evidente che Vincere eleva al cubo quella rappresentazione fantasmatica del potere pronto a reincarnarsi nel corpo di un condottiero esperto in strategie della comunicazione e pubblicità. Così è conseguenziale spiegare le ragioni del successo della figura del Duce attraverso la mitizzazione e la deformazione spettacolare della propaganda fascista: «Mussolini si è insediato nel paesaggio reale e immaginario degli italiani non solo e non tanto esercitando il potere, quanto piuttosto recitandolo.»6
In mancanza della televisione è il Cinema ad essere onnipresente nelle vite degli italiani agli inizi del secolo: Bellocchio lo sottolinea con una delle sue più potenti immagini: in una chiesa bombardata trasformata in ospedale da campo, su un drappo bianco sospeso in mezzo al cielo vengono proiettate delle scene di Christus (1916) di Giulio Antamoro. Il dolore e la sofferenza dei feriti di guerra trova una immagine solidale nello specchio della proiezione cinematografica. Un universo di malati e moribondi che cerca la fuga dal reale nell’oasi della fantasia filmica.

vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro

Anche Ida, poco più avanti, nel manicomio in cui è stata vigliaccamente rinchiusa, guardando commossa Il monello [The Kid, 1921] di Charlie Chaplin, prova a immaginare un lieto fine alla sua triste vicenda di madre separata dal figlio.

vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro

Ida Dalser è un personaggio tipicamente “bellocchiano”, con la sua ribellione testarda che si poggia su una giusta causa: mentre nell’Alessandro dei Pugni in Tasca (1965) la violenza contro la istituzione familiare finisce per diventare autodistruttiva e fine a sé stessa, molti personaggi dei film di Bellocchio (la terrorista Chiara in Buongiorno, notte [2003], il pittore Ernesto Picciafuoco ne L’ora di religione e il regista Franco Elica ne Il regista di matrimoni [2006]) posseggono, pur nella crescente inquietudine, una coscienza morale e un bisogno di coerenza che li rende caparbiamente determinati nella loro lotta controcorrente. Sono personaggi che non hanno una dissociazione tra pensiero e azione: agiscono sulla base di un percorso razionale già sottoposto a critiche e verifiche, andando dritti per la loro via crucis di incomprensioni con il mondo circostante. E Ida , nella sua disarmante sincerità, non esita a trasformare la sua ossessione amorosa in una lotta di verità e giustizia, senza scendere a compromessi, provocando nel Sistema di Potere una reazione uguale e contraria. Fa quello che dovrebbe fare la gran parte del popolo italiota che invece recita la sua parte complice: Ida urla, sbraita, insiste, non piega la testa, rivendica il suo ruolo di donna, di moglie, di madre. Non ammutolisce come il Massimo de Il sogno della farfalla (1994), Ida si rende conto che il suo silenzio sarà comunque strumentalizzato da persone in malafede, gerarchi assoldati dal Sistema. E allora lettere su lettere, fiumi di inchiostro a ristabilire una identità perduta, un flusso di parole gettato attraverso le grate nella notte di Natale.

vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro

La Chiesa e lo Stato si alleano in maniera scellerata per creare la cortina fumogena che possa occultare la verità: il manicomio diventa la forma più subdola di controllo di una persona giudicata “folle”, un luogo di repressione più che di cura. E qui si innesta l’altro importante tema, da sempre presente nella filmografia di Bellocchio, quello del rapporto normalità e follia: chi è veramente normale, Benito Mussolini che gigioneggia dai balconi del Potere come una pagliaccio grottesco e porta al massacro della seconda guerra mondiale centinaia di migliaia di vite o Ida che prova ad affermare la sua identità e il suo ruolo non secondario nella ascesa di Mussolini ai vertici del Sistema? (lei vende tutti i suoi averi per farlo diventare direttore del Popolo D’Italia). Chi è veramente folle, la serie di gerarchi fascisti che girano in camicia nera a violentare ed uccidere («allarmi siam fascisti!») o il povero Benito Albino che si impegna in una caricatura riuscitissima del padre, in un misto di odio e orgoglio, nell’ambivalenza del sentimento di un figlio rifiutato da un padre “famoso”, schiacciato tra l’ammirazione di una figura mitologica e il risentimento per un amore negato? Anche qui la capacità visionaria di Bellocchio partorisce un altro splendido momento di Cinema: la fuga del piccolo Albino Benito sotto il letto dopo aver rovesciato il busto dell’ingombrante padre, alla ricerca di una identità perduta («io mi chiamo Benito Albino Mussolini! Come mi chiamo io?»), alle prese con una assenza primordiale, incolmabile. Nel nome del padre che non riconosce il figlio.

vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro vincere marco bellocchio recensione lo specchio scuro

E non è nemmeno un caso che l’incontro tra Benito Albino ormai grande e lo zio Riccardo Paicher avvenga anche questo in un cinema mentre si proietta il film Vecchia Guardia (1935) di Alessandro Blasetti. Del film di chiara propaganda fascista, viene ripresa una scena in cui una ragazzina prende in giro un assessore socialista: è evidente l’intento del regista piacentino di creare un parallelismo tra le immagini cinematografiche (spietate nella loro arroganza e intolleranza) e lo spettro della morte di Giacomo Matteotti1 2. La guerra invade le strade in una enorme nuvola di fumo mentre la gente fugge impazzita in varie direzioni, come fantasma, incapace di vedere la tristezza di una realtà devastante, quella di un uomo che sta portando il suo paese al suicidio. Come abbiamo potuto essere così ciechi? Bellocchio fa ricorso ad una immagine felliniana, quella di un manipolo di ipovedenti che annaspa nelle ombre della notte.

vincere film recensione specchio scuro

In un momento così buio per il nostro paese, in piena recessione prima culturale e poi economica, il messaggio di Bellocchio rischia di passare inosservato: “non dimenticatemi” grida Ida nel sottofinale e il suo sguardo in macchina, così intenso e così triste insieme, sembra volerci mettere in guardia a non ripetere gli errori del passato. Sembra volerci intimare di togliere i pugni dalla tasca e brandirli verso il cielo per ottenere dignità e giustizia, per non accontentarsi di sopravvivere, ma pretendere di vivere in un Paese migliore. Vincere di Marco Bellocchio è da considerare il film italiano più importante degli ultimi vent’anni. E’ raro trovare nei film italiani un così perfetto equilibrio tra la forza visionaria dell’immagine e la potenza espressiva della narrazione, una densità estetica che da superficiale si fa profonda, il tutto espresso attraverso due attori in stato di grazia, Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi. Ci sono uomini, in tutte le epoche storiche, che si credono al di sopra della legge, al di sopra del bene e del male, al di sopra di Dio. Uomini che sopperiscono alla finitezza del loro intelletto con la violenza di una volontà che non conosce limiti. Una volontà di potenza che annienta prima di tutto le persone più deboli ed ingenue, che affidano la loro vita nelle mani di egocentrici psicopatici. Bellocchio chiude in maniera magistrale il film ricordandoci che anche per questi uomini, anche per queste marionette del Potere, arriva l’ora del giudizio della Storia. Forse ci vorrano più di cinque minuti per distruggere false icone e statue dai piedi di argilla. Forse ci saranno ancora sangue e lacrime, e gente rinchiusa in prigioni e manicomi. Però alla fine i conti tornano. E se ci alleniamo alla libertà e alla verità, incessantemente, giorno dopo giorno, alla fine riusciamo a saltare l’ostacolo e spezzare le catene. E il fantasma delle libertà prende nuovamente forma e colore. E lo spettro del potere si dissolve sotto i fasci di luce della proiezione cinematografica. E davvero ancora si può vincere, per Ida Dalser e tutti i ribelli con una causa.

«Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buonsenso della gente a causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare.»
Elsa Morante7

NOTE

1. Fabrizio Fogliato, Rapporto Confidenziale, http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=22363.

2. Fabrizio Fogliato, Rapporto Confidenzialehttp://www.rapportoconfidenziale.org/?p=22509.

3. Gianni Canova, Potere, in Lessico del Cinema Italiano Volume 2, 2015, pp. 429-505.

4. Roberto Tallarita, Gli Spietati, http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=2062.

5. Lella Ravasi, Il Corpo del Capo come feticcio, in Rivista di psicologia analitica, volume 81, 29, 2010.

6. Sergio Luzzatto, Il corpo del duce. Un cadavere tra immaginazione, storia e memoria, Einaudi, Torino, 1998.

7. Elsa Morante, Opere – Volume I Meridiani Mondadori, 1988.