Perché la solitudine è un mondo di immagini senza fine.

È una delle ultime battute di Efeso di Alberto Baroni1, in cui viene messa in scena l’impossibile narrazione – tra il biblico e il mitologico – di un eremita e dei silenziosi luoghi naturali che lo circondano e che si riempiono di fantasmi e di miti. La voice over continua a ricordare, soprattutto verso la fine del film, come l’immagine rappresenti una dimensione per forza di cose staccata dall’Essere (“Affinché sia l’essere a costituirsi è possibile dissolvere l’immagine?”). Questa distinzione così idealistica è ribadita dalla presenza, nel cortometraggio italiano, di una serie di didascalie che dividono il “testo filmico” in atti e scene, indicando con brevi frasi come “Efeso gioca a dadi” o “Chiusura del Bardo” eventi che nella scena o non avvengono chiaramente oppure avvengono in modo quasi decontestualizzato, in una dimensione ritualistica e ancestrale astratta da situazioni e luoghi reali (ovvero in quanto geograficamente localizzabili: ricordiamoci che Efeso è una città).

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Luigi Chiarini, in Arte e Tecnica del Film, citato a sua volta da Fernaldo di Giammatteo in Che cos’è il cinema, afferma che immagine e parola, in quanto forme artistiche, devono rimanere distinte, se non si vuole degenerare in una “decadenza dell’arte”2. Tuttavia, come afferma il filosofo Galvano della Volpe, contraddicendo Chiarini, lo spettatore può anche avvicinarsi al film combinando sfera puramente sensoriale e razionale, in una sintesi che a quel punto non è concessa esclusivamente alla parola o all’immagine, ma ad entrambe, insieme, contemporaneamente.
Nel suo cortometraggio, Baroni sembra discutere proprio la distinzione tra parola e immagine, tra astrazione del concetto e concretezza dell’immagine riprodotta: gli spazi scenici sono completamente liberati dalla presenza della civiltà, sono pura natura, mentre i personaggi si muovono all’interno di essi come in una recita, dialogando con modi ed espressioni smaccatamente artificiosi. Detto altrimenti, lo spettatore si confronta con sequenze dal carattere fondamentalmente astratto (l’astrazione del concetto, della parola), ma lo fa attraverso un’esperienza che è concreta (la concretezza dell’immagine riprodotta).
Volendo forzare un attimo le cose, Meister Eckhart, noto teologo tedesco del ‘200, tratta in modo indiretto questa pratica dell’astrazione dalle coordinate spaziotemporali definendola “distacco”. Così ne parla Alberto Gerosa scrivendo di Eckhart: «il distacco consiste proprio nel rimuovere qualsiasi dato poiché esso, per quanto grande, puro o nobile sia, è pur sempre limitato dal suo essere situato all’interno di determinate coordinate spazio-temporali, il che significa che esso è sempre, inesorabilmente finito. Dio è invece infinito per definizione, al di sopra dello spazio e del tempo. Chi rimane legato a qualsivoglia contenuto non potrà quindi divenire mai simile a Dio, né tantomeno diventare uno con Dio»3.
Si accolga la provocazione: Dio è l’invisibile, per il Laterale Film Festival, e lo spettatore ideale è colui che desidera diventare «uno con l’invisibile».

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Questa mancata corrispondenza fra testo scritto, immagine e voice over, in Efeso, mette in gioco proprio la sfera dell’invisibile al cinema, da sempre il perno fondamentale del discorso portato avanti dal Laterale Film Festival, nel 2019 giunto alla sua terza edizione. Il festival di Cosenza propone una selezione di opere il cui fine è quello di attuare un ripensamento di due concetti fondativi dell’atto cinematografico: quelli di visione e di messa in scena. Pur trattandosi spesso di film spogli ed essenziali (Esfinge di Elisa Celda e Gabriel Ruiz-Larrea) oppure amatoriali e frenetici (A Return di James Edmonds), essi invitano lo spettatore ad interrogarsi sulla natura percettiva della visione cinematografica, ricordandogli come concretezza e astrazione siano elementi indispensabili di quest’esperienza.

laterale film festival 2019Esfinge.

Laterale3A Return.

La sfera dell’invisibile messa in gioco da questa contraddizione è direttamente chiamata in causa da alcune delle voice over dei corti della selezione Laterale 2019, in particolare si pensi a Horta di Pilar Palomero oppure a quelle di A Picture of a Beast Precedes the Beast di Marta Stysiak.
Nel primo, l’alternarsi di una serie di fotografie riesce a immergere lo spettatore, non senza malinconia, non solo nel trascorrere del tempo di una famiglia, percepito attraverso gli occhi di uno dei suoi componenti, ma anche nell’incertezza di uno sguardo che si fa via via più dinamico e opaco. Dalla fissità nitida e ieratica di inquadrature costruite come ritratti di paesaggi e di spazi della prima parte alle leggere sporcature della seconda (perdita di trasparenza, brevi panoramiche che squarciano l’immobilità del quadro), fino al momento POV della terza: una sorta di poesia in tre strofe, incorniciata nei versi poetici di Jaime Gil de Biedma.

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Anche quest’ultimo, poeta catalano nato nel 1929, sembra interrogarsi sulla natura invisibile delle cose, degli eventi, delle sensazioni. Una strofa della poesia Gli spettri recita così:

Non so come spiegarlo, è come se tutto, come se tutto il mondo intorno fosse fermo ma continuasse a muoversi cinicamente, come se niente, come se niente fosse vero. Ogni apparizione che passa, ogni corpo in pena non annuncia morte, dice che la morte stava già fra noi senza che lo sapessimo.

Dunque una mestizia e un senso di morte non troppo distanti da quella solitudine come “mondo di immagini senza fine” di Efeso di Baroni. Un senso di morte che è rievocato anche dal secondo corto citato, quello di Marta Stysiak, in cui l’atto del percepire diventa quasi un rituale mistico, un’immersione di sensi, un momento di catarsi panteistica.

laterale film festival 2019A Picture of the Beast Precedes the Beast.

Questo breve film misterioso, incorniciato da una voce fuori campo che procede per accenni senza mai raccontare davvero e popolato da figure primordiali che si aggirano grottescamente fra i luoghi filmati, crea un’atmosfera sospesa alimentata da un profondo senso di dispersione evocato fin dalla citazione di Meister Eckhart con cui si apre: «When the Soul wants to experience something, she throws out an image in front of her and then steps into it».
Quindi, l’immagine si configura come vicario del rapporto tra l’Io e il mondo. Magari, l’immagine di un luogo fisico (la “distopia del presente” di Monte Amiata di Tommaso Donati, con i suoi rigorosi tagli prospettici e le sue superfici fredde e asettiche, oppure le miniere di Level 305 di Adriana Ferrarese, in cui ci immergiamo come in un incubo dantesco) o l’immagine di un luogo dell’anima (le riprese di Viaggio di Alex Morelli, che mettono in costante dialogo spazi interiori ed esteriori, mostrando un’Italia dalla spazialità astratta e vagamente metafisica come accadeva in Viaggio in Italia [1954] di Roberto Rossellini).Ancora una volta, il vero protagonista è ciò che è invisibile.
Eppure, non si tratta di qualcosa sempre, necessariamente irraggiungibile. Talvolta, infatti, il cinema ci permette di farne esperienza.

laterale film festival 2019Monte Amiata.

laterale film festival 2019Viaggio.

Parlando più specificatamente di cinema fantastico, Giorgio Cremonini in Viaggio attraverso l’impossibile (il cui titolo cita appunto Georges Méliès) parla infatti della possibilità di “vedere l’impossibile”, atto che porta con sé una «valenza emotiva e stupefacente»4. Non troviamo corti di genere fantastico nella sezione del Laterale 2019, ma troviamo certo corti che ci mettono di fronte alla possibilità di “vedere l’impossibile”.
E l’impossibile può manifestarsi in varie forme.
Si vedano questi esempi:

  • l’impossibile di Lumen di Richard Ashrowan in cui percepiamo un forte senso di materialità data dal ricorso a quello stesso Super-8 utilizzato dai grandi cineasti avanguardisti del passato, qui sfruttato per tentare di filmare il contatto “impossibile” tra delle mani immerse nella penombra e la luce. In questo caso potremmo parlare di un “impossibile sinestetico”;

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  • l’impossibile del mistero di A Return di James Edmonds, che sembra un tributo a Jonas Mekas (con tanto di firma e data finali), composto di singoli fotogrammi recuperati da vari home video, a loro volta riattualizzati attraverso un montaggio profondamente dinamico che può ricordare le«immagini mentali»5 delle animazioni di Zbigniew Rybczynski o i lampi di luci di Eugène Deslaw e quelli, successivi, di Marie Menken; una “sintesi” di immagini prodotta, paradossalmente, attraverso l’eccesso, dove momenti più quotidiani si alternano ad una successione “anti-geometrica” di pattern, di superfici pieghettate, ruvide, lisce, dal diverso colore e separate da linee. L’esito ci appare per certi versi misterioso, visto anche l’accostamento di immagini fra loro apparentemente contraddittorie, quali per esempio il susseguirsi – irregolare, non consequenziale come in Cassis [1966] di Mekas – di uno stesso paesaggio in un momenti diversi della giornata, quasi come se ci si trovasse in un quadro impressionista di Claude Monet. In questo caso, la scaturigine del mistero è la riflessione sull’impossibilità del raccontare stesso: un’impossibilità, in qualche misura, “semantica”;

A RETURN 02

  • l’impossibile di Clearing di Eric Ko, in cui sembra di percepire i lamenti di divinità ctonie. Un corto che inizia come un incubo litografico di Hans Hartung e poi, una volta che le cupe sonorità dell’inizio si sono armonizzate in un flusso di suoni omogenei via via sempre più palpitanti, mostra sullo schermo una successione d’immagini realizzate mischiando polvere pigmentata, carta, acqua e ossido di ferro magnetizzato, quasi a formare una serie di macchie provenienti da uno stravagante test di Rorschach. Fino a quando l’immagine stessa, nel finale, si scioglie ulteriormente in un misterioso “brodo primordiale” di pixel in cui nulla è oramai riconoscibile. In questo caso, l’impossibilità è quella di “vedere realmente qualcosa”.

laterale film festival 2019Hans Hartung, T 1938-30.

Laterale15Clearing.

Fare esperienza dell’impossibile è caratteristica prioritaria della Settima Arte, sembra dirci il Laterale Film Festival con questa terza edizione. Un impossibile che in un certo senso ricorda il divino di Meister Eckhart, oppure la possibilità del divino al Cinema che si sente nelle parole di Bruno Dumont quando definisce il montaggio come un’apertura alla trasfigurazione e alla spiritualità:«credo profondamente che il Cinema sia un’Arte dell’interiorità; filma l’interiore, il cuore, quello che non possiamo filmare, quindi filmiamo l’esterno tentando di rappresentare l’interno»6.
Un po’ come quello che vediamo in Luna in Capricorno di Ilaria Pezone 7, in cui sembra di assistere alla messa in scena del flusso percettivo di una coscienza intorpidita dal sonno che ri-arrangia quello che vede, ulteriormente annebbiata da una strana coincidenza mistico-astrale che vuole la Luna nella posizione del Capricorno. Da qui, la sensazione di osservare qualcosa attraverso gli occhi di uno stalker che guarda verso l’alto, verso una finestra, verso una luna che a un certo punto sembra respirare. Un’interiorità che diventa cosmica.

Laterale16Laterale17Luna in Capricorno.

Guardare i cortometraggi proposti è stata un’esperienza di grandissima immersione, a cui ci ha abituato il Laterale Film Festival da tre edizioni, e che ogni anno è sempre più urgente rassegna di visioni “laterali”, “invisibili”, “impossibili”, “divine”.

NOTE

1. cfr. con le interviste realizzate per Lo Specchio Scuro da Martina Mele e Mario Blaconà ad alcuni degli autori che hanno partecipato al Festival, tra cui lo stesso Baroni, reperibili qui: https://specchioscuro.it/abecedario-laterale-incontro-con-gli-autori-del-laterale-film-festival-2019/

2. cfr. L. Chiarini, Arte e tecnica del film, Laterza, Bari, 1962 

3. Ivi: http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/gerosa.htm

4. cfr. G. Cremonini, Viaggio attraverso l’impossibile. Il fantastico nel cinema, Edizioni di Cineforum, Bergamo, 2003 

5. http://digicult.it/it/digimag/issue-040/italiano-a-milano-la-poetica-di-zbigniew-rybczynski/ 

6. vedi l’intervista rilasciata ad Enrico B. Lo Coco e Marco Grifò disponibile su queste pagine: https://specchioscuro.it/luomo-e-cio-che-guarda-una-conversazione-con-bruno-dumont/

7. vedi intervista rilasciata a Martina Mele su queste pagine: https://specchioscuro.it/intervista-ad-ilaria-pezone/