Under the Script

«Il film parla di morte, di sesso e di altro, ma non erano temi fini a se stessi. Si sono imposti in fase di scrittura o durante le riprese, il montaggio…Quando faccio un film non penso alle tematiche che affronterà, mi concentro invece sull’impressione che suscita in me la sceneggiatura e sull’impressione che ho voglia di trasmettere allo spettatore. Qui, come nel romanzo, si trattava davvero di trasmettere un senso di non appartenenza a questo mondo. Questa creatura cammina tra di noi e vede le cose che ci sembrano normali con occhi extraterrestri, il che improvvisamente le rende anormali. È questa la sensazione che mi interessava e che ho voluto trasmettere con il film». 1

Jonathan Glazer, dopo il sottostimato Birth – Io sono Sean [Birth, 2004], presenta alla 70esima mostra di Venezia il suo lavoro più proteiforme e sperimentale, Under the Skin. Il film è, con ogni probabilità, il più fischiato del Festival, nonché il più audace dell’intera mostra veneziana. L’opera dell’autore britannico segna una sorta di punto d’arrivo nella sua poetica; il delineamento di una precisa identità cinematografica e il raggiungimento della maturità stilistica.

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Under the Skin, ovvero, sotto la pelle: proprio dove è situata la vera bellezza che nessuno riesce a vedere, forse perché si è troppo superficiali, troppo libidinosi, troppo (poco) umani. Sotto la materia, sotto la carne, in quella dimensione in cui sarebbe possibile superare il desiderio fisico, se solo l’uomo riuscisse a farne a meno; nella quale ogni tentativo di penetrazione implode, collassa. Ecco che, allora, Under the Skin è già sotto il cinema stesso, proprio perché impenetrabile – sia a livello tramico che formale. E come l’alieno – interpretato da una più che mai seducente Scarlett Johansson – porta all’interno di un fatiscente monolito nero le sue vittime destinate ad affrontare chissà quale moderna odissea, Jonathan Glazer invita lo spettatore ad immergersi in questa cupa e misteriosa esperienza.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett JohanssonLa soglia, il cadente (e metaforico) “monolito nero” nel quale vengono condotti i personaggi del film.

La pellicola, come il personaggio principale del film, non si concede né si apre mai del tutto, ma, piuttosto che farsi compenetrare, preferisce lasciarsi contemplare in maniera transitoria da un occhio – quello di chi assiste a questo spettacolo – disabituato a vedere o, meglio, avvezzo a guardare in modo classico ciò che si trova davanti. Ecco che allora, ancor prima di poter tradurre l’immagine, prima di toccare quella carne cinematografica, il pubblico sta già affondando. La sostanza filmica diviene (o)scura, insondabile, perché la visione, appunto, si fa abissale e ultima: poiché (già) pronta a rinnovarsi e rinascere. E così sfugge via, scivola, sprofonda in un nero liquido primordiale, uterino, da cui tutto nasce e fa ritorno, compreso il cinema, compresa l’arte.

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Le vittime dell’alieno, così come lo spettatore, sprofondano nell’inaccessibilità della visione.

Dunque, ogni desiderio, annullando la propria espressione fisica e svuotandosi da ogni sostanza organica, torna a sospendersi in uno spazio ieratico ed embrionale, in cui tutto è indefinibilmente amniotico. Uno spazio nel quale si assumono delle fattezze mitocondriali, in un processo ontologico che procede a ritroso2. Nel quale la materia organica, attraverso una frantumazione dei corpi e del quadro visuale, viene assorbita da quella crepa aliena, così da tornare, attraverso un flusso mestruale, all’utero dell’universo, a quello spacco iniziale, a quella ferita cosmica. La sfera del desiderare fa ritorno al sacro. Esclude il sesso – e la sessualità vincolante – e il tatto, riportandosi alla propria informità originale e pura. L’essere umano, così come la sua bramosia corporea, viene impercettibilmente “castrato” perché va corretto, riformato da zero. Perché bisogna prima di tutto far ritorno alla verginità della percezione e dello sguardo; al fondamento della vita e del cinema.
Quindi, la pellicola di Glazer, è (anche) una riflessione sulla ricerca della vera grazia: quella disinquinata e perduta o, forse, non ancora trovata; situata under the skin, quindi aliena, estranea, nella quale apprendere e trasmettere le nozioni base di un’umanità che ormai esiste solo come sterile manifestazione materiale.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Il ritorno all’indefinibiltà, alla forma spermatica.

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La sostanza organica maschile che (ri)entra nell’utero dell’universo, assorbita ed inglobata da quello spacco alieno, femminile [ricollegarsi al paragrafo relativo a Lacan], che “ri-compone” e “ri-fissa” la sessualità.

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Under the Skin è cinema del futuro: è un’operazione ambigua, che stimola lo sguardo del pubblico e che re-inizializza l’intuizione spettatoriale, riportandoli ad una liquida dimensione di incorrotta individuazione cinematografica. Un’operazione nella quale si percepisce e si vive qualcosa di autentico ed intimo, che fluidifica lo spazio che separa lo spettatore dal Cinema. Un lungometraggio in cui viene ripensata la grammatica filmica; scomposto e destrutturato il linguaggio cinematografico, proprio come accade in Post tenebras lux [id., 2012]: perché, come il film di Carlos Reygadas, anche l’opera di Glazer è un’esperienza originale, fondante, nella quale è presente un’atavica e affiorante potenza dell’Immagine.

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(In alto: Post tenebras lux. In basso: Under the skin.

Under the Skin è un ibrido tra pellicola mainstream e opera sperimentale; è l’incontro tra il cosiddetto «cinema contemplativo» e il videoclip. Nel lungometraggio del regista inglese, si ha l’impressione che lo spettatore veda e senta per la prima volta, come se il pubblico tornasse ad essere un bambino, un infante; come se la sua sfera sensoriale si depurasse e si ripulisse. Insomma, tornasse vergine. Pronto a subire, ad esser terrorizzato tramite un processo involutivo relativo all’aspetto figurativo e alle sembianze corporee, che si fonda su una visione carnale e spoglia, in cui ogni (residuale) caratterizzazione umana svanisce nelle tenebre dell’Immagine – un po’ come accade nel cinema terremotante di Philippe Grandrieux3.

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vlcsnap-2019-10-28-22h37m41s38In alto: Under the Skin. In basso: Nuova Vita [La Vie Nouvelle, 2002] di Philippe Grandrieux.

Il film parte da un incipit didascalico: l’alieno, come un neonato, tramite un processo integrativo che concerne il linguaggio e la semantica, impara a pronunciare le prime parole (feel field, filts, pool, sell) e ad apprenderne il significato. Poco dopo, avviene una seconda operazione formativa che riguarda l’educazione all’occhio, necessaria per un’integrazione alla vi(s)ta: la protagonista recepisce i colori in maniera primaria, partendo da una scarna visione che riguarda preminentemente un accecante bianco (e nero), come fosse un assimilazione basilare; successivamente, l’aspetto cromatico acquista altre tonalità, ma risulta ancora sfasato, come se questa specifica abilitazione allo sguardo fosse ancora incompiuta – da notare la prevalenza delle sfumature tendenti al viola e al rosso, quasi a voler sottolineare il fatto che il personaggio principale abbia preso come modelli cromatici di riferimento il cappotto della signora e la busta del ragazzo che li camminano davanti. Fino a che, inevitabilmente, raggiungere una conformazione visuale completa.

Under the Skin - immagine 26Pronunciare le prime parole…

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett JohanssonLa visione dei colori primari.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett JohanssonAcquisire determinati dati cromatici in base a ciò che si vede; il viola del cappotto e il rosso della busta.

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Under the Skin - immagine 31La tonalità viola in rilievo.

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Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro La tonalità rossa in risalto.

Under the Skin - immagine 34La normalizzazione del quadro cromatico.

E così, come la scimmia di 2001: Odissea nello spazio [2001: A Space Odissey, Stanley Kubrick, 1968], dal monolito nero apprendeva le prime regole comportamentali, i sentimenti e le basi per una necessaria evoluzione, e la bambina del film di Reygadas, in un terreno fangoso dal sapore onirico e ancestrale, restituiva la propria denominazione alle cose (cows, donkeys, (no) doggies), con Under the Skin ci si trova di fronte ad un altro dawn of man. Dunque tre opere, queste, che si installano nel circuito della settima arte come eventi scardinanti e paradigmatici, proprio perché uniche nel loro modo di concepire e mostrare tutta la potenzialità del Cinema, stravolgendo qualsivoglia dogma filmico e legge formale.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Dawn of man: Under the Skin.

2001 odissea nello spazioDawn of man: 2001: Odissea nello spazio.

72978422_524089791470737_4177680539534229504_nDawn of man: Post tenebras lux.

Sostanzialmente, allora, date queste premesse, il film risulta essere, tra le altre cose, una sortia di educazione antropologica.
A confermare questa ipotesi ci pensano i vari indizi disseminati nella pellicola in maniera pressoché liminale:

1. La protagonista che viene scossa dal pianto di un bambino.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro bambino SUV

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2. il turbamento dovuto alla visione del sangue.

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3. La caduta per strada del personaggio principale. Prova di un qualcosa che, presumibilmente, fino a quel momento risultava essere una sensazione sconosciuta. Lei è visibilmente scioccata, e l’immagine offuscata – il secondo frame – evidenzia la sua destabilizzazione emotiva dovuta alla situazione.

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Under the Skin
appare quindi come una ricerca reiterata, in loop, del valore umano e di una collocazione esistenziale, ritrovabili in ciò che trascende e sorpassa l’umanità stessa: perché servono occhi nuovi per riconoscere i propri limiti, l’esilità di ogni abitudine vitale -, quindi riscontrabile, per assurdo, in quello che non è umanizzato, ma che è oltre-umano, quindi profondamente umano. Ecco che, allora, avviene quasi uno squarcio identitario o, meglio, uno scambio di ruoli: paradossalmente non è più l’alieno in un corpo umano, ma, simbolicamente, un’umana ad essere rinchiusa in un corpo alieno, estraneo – emblematica la scena dello specchio in cui l’extraterrestre vede frantumarsi la propria identità.

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Bloccato in un “universo” – malessere rappresentato dalla mosca che sbatte ripetutamente alla finestra – che gli sta stretto, che non sente più suo, il personaggio principale prende coscienza di ciò: non gli rimane altro che uscire da questa stasi, da questa stagnante indeterminatezza, raffigurata come una nebbia che separa due mondi; uno urbanistico e macchinico e l’altro naturalistico e incorrotto. Il passaggio a quest’ultimo ambiente è ripreso tramite un tarkovskijano campo lunghissimo (tecnica di ripresa adoperata più volte nel corso del lungometraggio), in cui è il decontaminato paesaggio circostante ad essere predominante.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johansson moscaLa mosca, come l’alieno, è intrappolata in questo “spazio” e cerca una via d’uscita.


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Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett JohanssonL’extraterrestre supera questa stasi/nebbia per approdare verso un’altra realtà.

Pertanto, la protagonista, in maniera sempre più evidente, tende a rispecchiarsi nella natura, fino ad inglobarsi, “mischiarsi” in essa, come avviene nella parte finale del film.

under the skin recensione lo specchio scuro

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett JohanssonUnder the Skin diviene, di conseguenza, anche uno specchio per lo spettatore; una pellicola incentrata sul tormento scopico con cui Glazer invita il pubblico, veicolato da una sensualissima Johansson, a guardare e guardarsi, ad esaminare ed esaminarsi.
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Un film sorprendente, coraggioso, ammaliante e non immemore del cinema di Norman J. Warren (si pensi in particolare, a Terrore ad Amityville Park [Prey, 1981]) e denso di riferimenti oltremondani (impossibile non pensare, almeno per un attimo, all’ambiguità di Birth e al suo squilibrante approccio visivo, attraverso il quale, come scrive perfettamente Giulio Sangiorgio, «il fantastico si produce in chi guarda»4), che si mette totalmente in gioco senza lasciare alcuna certezza, dotato di un soundtrack totalmente immersivo ed ipnotico, suggestivo – forse è questa la vera pelle del film -, probabilmente tra i migliori e più conturbanti di questo decennio cinematografico.

Un’opera complessa, stratificata: Under the Skin ha una sottocutanea e simmetrica impronta orrorifica. Sì, perché il film di Glazer è un horror chirurgico, suggerito e dissimulato. Un orrore ritualistico e misterico, sensuale ed erotico e, soprattutto, un horror artistico: un incrocio inquietante tra le linee anatomiche dei lavori di Egon Schiele e le (precise) defigurazioni delle opere di Francis Bacon.

71894994_320072608838675_7632572246984228864_nEgon Schiele, un dipinto.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johanssonfrancis baconFrancis Bacon, un dipinto.

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Così come, sempre per restare in ambito pittorico, vi sono chiari riferimenti ad alcuni dipinti di Caspar David Friedrich, in particolar modo al suo quadro più famoso, Viandante sul mare di nebbia [Der Wanderer über dem Nebelmeer, 1818].

caspar david friedrich

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Viandante sul mare di nebbia Caspar David FriedrichImpossibile, infine, non fare cenno anche alla psicanalisi, e in particolare ad alcune derivazioni che concernono gli studi di Jacques Lacan, che si riflettono inevitabilmente nel tessuto filmico. Per lo psichiatra francese, a differenza di Freud, la donna può emanciparsi dalla castrazione e aprirsi ad altre realtà – ad un godimento-altro, quindi alieno – rispetto ai canoni sessuali del maschio, a condizione, però, di attraversare e di confrontarsi con la suddetta castrazione5. Ciò non si dimostra per una donna un ostacolo insuperabile, ma, sormontando il fallocentrismo freudiano, supera il predominio di questo piacere collocato nella supremazia del membro maschile, anelando, o meglio, raggiungendo il sopracitato godimento-altro – notare, nelle tre immagini che seguono, come l’egemonia maschile (il pene) tenda a scomparire nella materia liquida proprio nel momento in cui dovrebbe avvenire l’amplesso, annullando il proprio peso (differenza) sessuale.

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Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett JohanssonIl (sesso) maschile sprofonda, scompare nell’attimo in cui dovrebbe avvenire l’amplesso; rimane il femminile, il godimento-altro.

Tutti coloro che hanno accesso ad esso possono così collocarsi dalla parte dell’atteggiamento femminile, prescindendo dalla loro condizione biologica e strutturale – si veda l’anatomia pressoché asessuata dell’extraterrestre, nonostante si evinca una tendenza maggiore verso il femmineo.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johansson Jacques Lacan asessuatoI lineamenti “asessuati” della (vera) protagonista.

Un altro motivo lacaniano riscontrabile nella pellicola è rappresentato dalla convergenza tra godimento e pulsione che caratterizza gli esseri umani. Ma la pulsione è muta. Parla tramite i significanti. Ecco che, in base a quest’ultima definizione, salta in mente la dimensione espressiva – il significante – con (e nel)la quale la Johansson seduce le sue vittime in prossimità di un presunto accoppiamento.
Si potrebbe quindi azzardare che Under the Skin forma, insieme ad Solo Dio perdona – Only God Forgives [Only God Forgives, Nicolas Winding Refn, 2013] un dittico lacaniano sulla sessualità – femminile, per quanto concerne il film di Glazer, e maschile, in relazione all’opera di Refn. Per assurdo, Under the Skin pare infatti essere il naturale prolungamento filmico/evolutivo di Solo Dio perdona: la sequenza del tagli delle braccia per mano di Chang (il super-Io?), il poliziotto presente nel lungometraggio di Nicolas Winding Refn, rappresenterebbe la liberazione, l’emancipazione di Julian dal peso fallico, dalla voglia edipica, divenendo, ora, soggetto desiderante e non più soffocato, ma libero dall’oppressione pulsionale.

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johansson Solo Dio perdona Only God Forgives Nicolas Winding Refn castrazioneLa scena della castrazione/liberazione tratta dal film Solo Dio perdona – Only God Forgives.

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È inconfutabile il fatto che il lavoro dell’autore britannico si ponga come un importante operazione epistemologica relativa al fare cinema nel XXI secolo. A confermare ciò ci sono le diversificate scelte di messa in scena: dai quadri fissi, tipici del linguaggio cinematografico di Tsai Ming-liang, che mettono in rilievo un’inesorabile solitudine che dilata i sensi del pubblico….

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johansson campo lunghissimo

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johansson Vive l'amour Tsai Ming-liang campo lunghissimoVive l’amour [Ai qing wan sui, 1994].

…. alle lynchiane sovrimpressioni che si presentano come proiezioni mentali, relative ai sogni e agli incubi, ai desideri e alle paure custoditi nell’inconscio, in cui speranze e angosce bollono all’interno dell’Inconsapevole, pretendendo una forma che li liberi da quella gabbia fisica. Alieni come bambini e bambini come alieni….

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…. passando per la percettività liberante di Bruno Dumont, in cui la natura sembra scarcerare l‘humanité dei suoi protagonisti – a tal proposito Glazer dichiara: «Le immagini poetiche della natura aumentano man mano che lei si umanizza e ciò accade durante un processo velocissimo, per questo verso la fine si fanno più forti6

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Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johansson Hadewijch Bruno DumontHadewijch [id., 2009].

E, ultimo e più importante parallelismo, quello che riguarda la geometria degli spazi. Dato essenziale che accomuna Glazer e Kubrick. Sin dai tempi di Sexy Beast – L’ultimo colpo della bestia [Sexy Beast, 2000], lo spazio glazeriano ha spesso un ruolo di co-protagonista invisibile. La prospettiva è sempre perfettamente laterale o frontale.
Per questo e per altro, sul film e soprattutto sul regista, hanno giustamente scritto queste entusiastiche parole: «A genuine revelation. We may finally have an heir to Kubrick».7

Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett Johansson

20012001: Odissea nello spazio.

Che cos’è, quindi, Under the Skin? Una missione in cui, a livello narrativo e drammmaturgico, il personaggio principale fallisce, ma raggiunge una nuova luce umana, effimera, che luccica e arde per l’ultima volta, divampa in quell’eterno attimo finale, nel quale non resta che sentirsi vivi, non rimane che bruciare in questo mondo freddo e congelato.

Under the Skin - immagine 21Under the Skin - immagine 22Under the Skin Jonathan Glazer Recensione Lo Specchio Scuro Scarlett JohanssonInfine, un Dio-uomo – così scriveva Nietzsche, e così evidenzia Glazer – in moto, davvero al di là del bene e del male, portatore di quell’equilibrio universale, osserva il mondo a trecentosessanta gradi. Comprende che non c’è più speranza.
L’evoluzione si blocca, è in stallo. È cenere (e neve).

Under the Skin Jonathan Glazer Analisi Recensione Lo Specchio ScuroUnder the Skin - immagine 25


NOTE

1. Intervista a Jonathan Glazer a cura di Domenico La Porta, «Cineuropa Film Focus».

2. Un processo “a ritroso” che non può non richiamare la camminate all’indietro dell’extraterrestre, mentre attira le proprie vittime.

3. Cfr. con gli articoli di Nicolò Vigna, Grandrieux, o del terrorismo sensoriale, e Lorenzo Baldassari su La Vie nouvelle, presenti ne Lo Specchio Scuro.

4. Giulio Sangiorgio, Under the Skin, «FilmTv».

5. Cfr. con il terzo e quarto frame del paragrafo relativo all’ossessione scopica.

6. Intervista a Jonathan Glazer a cura di Cristina Battocletti, «Il Sole 24 Ore».

7. La Weekly su Jonathan Glazer: http://www.laweekly.com/2014-01-02/film-tv/grand-budapest-hotel-x-men/