Confutatis maledictis,
Flammis acribus addictis,
Voca me cum benedictis.

Oro supplex et acclinis,
Cor contritum quasi cinis,
Gere curam mei finis.

– Tommaso da Celano (?), Dies Irae

Dopo aver ultimato le riprese di Casa de Lava (1994) a Capo Verde, Pedro Costa fa ritorno nella sua città natale, Lisbona, dove scopre il quartiere di Fontaínhas, un bairro de lata abitato per lo più da capoverdiani che lasciarono le loro aride isole vulcaniche in cerca di una terra promessa mai materializzatasi. Nella baraccopoli di Fontaínhas e in altri ghetti periferici della Cidade Branca, Costa trova una comunità fragile e disorientata di “dannati della terra”, alcuni dei quali diventano suoi buoni amici, collaboratori e co-autori a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Il sodalizio umano e artistico tra Costa e la comunità creolo-capoverdiana di Lisbona è testimoniato dai film Ossos (1997), No Quarto da Vanda (2000), Juventude Em Marcha (2006), Tarrafal (2007), A Caça ao Coelho com Pau (2007), O Nosso Homem (2010), Lamento da Vida Jovem (2012), Cavalo Dinheiro (2014) e Vitalina Varela (2019) – cronaca in fieri di come vive (e come muore) l’altra metà del mondo.
Secondo Costa,
Cavalo Dinheiro e Vitalina Varela compongono una sorta di dittico sulla vita quotidiana degli immigrati capoverdiani a Lisbona, con Cavalo Dinheiro che offre un punto di vista maschile e Vitalina Varela un punto di vista femminile sul “grande sogno portoghese” delle popolazioni africane ex-colonizzate. In Cavalo Dinheiro, il muratore capoverdiano Ventura (classe 1955) interpreta una versione leggermente romanzata di se stesso intenta a fronteggiare incubi, demoni e deliri nei corridoi della paura di un ospedale-fortezza. Al fianco di Ventura in questa odissea nella mente c’è una sua lontana cugina, Vitalina Varela (classe 1960), nel ruolo di una sorta di sacerdotessa voodoo. In Vitalina Varela, invece, i ruoli si invertono: la protagonista è Vitalina e Ventura è l’aiutante magico. Vitalina interpreta se stessa, una contadina capoverdiana che, a causa di problemi con il visto, arriva a Lisbona troppo tardi per partecipare al funerale del marito immigrato Joaquim (1957-2013); Ventura è un prete cattolico mezzo matto e mezzo santo che cerca di alleviare il lutto e la furia di Vitalina per la fine della sua storia d’amore con Joaquim. “Condividiamo il lutto…”, dice il prete Ventura a Vitalina in una scena di Vitalina Varela, “Tu hai perso tuo marito, io ho perso la mia fede in questa oscurità…”. Ogni speranza è davvero perduta nella notte senza stelle e senza fine? Domanda difficile, che ho sentito il bisogno di rivolgere a Pedro Costa durante un weekend piovoso di fine settembre.

Pedro Costa: Dopo aver realizzato Juventude Em Marcha, avevo sempre più la sensazione di passare la maggior parte del mio tempo con Ventura, in un mondo di soli uomini. Fui perciò felice quando Vitalina apparve nella mia vita nell’autunno del 2013, nel bel mezzo delle riprese di Cavalo Dinheiro. Molto semplicemente, l’incontro con Vitalina meritava un film. Pensai inoltre che questo incontro mi avrebbe dato la possibilità di esplorare la storia della diaspora del popolo capoverdiano da un punto di vista diverso dal solito, cioè da un punto di vista femminile. Vitalina e io diventammo amici e lei acconsentì a interpretare un piccolo ruolo in Cavalo Dinheiro, a fianco del protagonista Ventura; e più facevo la conoscenza di Vitalina, più mi convincevo che il mio prossimo film sarebbe stato con lei e su di lei. Pensai che Vitalina potesse essere la star di un film sulla sua stessa vita, un film basato sulle sue esperienze e sui suoi ricordi – una sorta di opera complementare a Cavalo Dinheiro, con Vitalina come protagonista e, forse, con Ventura in un ruolo di supporto. Cominciai così a mettere insieme questo progetto con Vitalina mentre Cavalo Dinheiro era ancora in fase di ripresa. Per il progetto su Vitalina ho quasi subito ottenuto dei finanziamenti, che ho poi usato per completare Cavalo Dinheiro. Perciò, come vedi, Cavalo Dinheiro e Vitalina Varela sono connessi in modo inestricabile. Si tratta veramente di film gemelli.

Michael Guarneri: In principio era Vitalina…

PC: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Vitalina, e il Verbo era Vitalina. [Sorride] All’inizio del progetto Vitalina Varela c’erano solo Vitalina e il suo drammatico arrivo a Lisbona, nella casa del suo defunto marito nel quartiere di Cova da Moura. Il film cominciò lentamente a prendere forma e a svilupparsi quando cominciai a far visita a Vitalina e a parlare con lei ogni giorno: lei mi raccontava tutto di sé, del marito Joaquim che era emigrato a Lisbona e l’aveva abbandonata a Capo Verde, dei suoi due figli, della sua vita di contadina a Capo Verde, della sua vita da immigrata in Portogallo… Io ascoltavo i suoi ricordi e suggerivo alcune direzioni che il nostro film avrebbe potuto prendere. Vitalina accettò alcune idee e naturalmente ne rigettò altre. Io continuavo a fare il mio lavoro: suggerire, aggiungere, concentrare, eliminare il superfluo per ottenere precisione e concisione del racconto. In questo modo, cominciammo a costruire un itinerario per Vitalina. A volte, tra noi, scherzavamo un po’ perché ci sembrava che la storia che stavamo mettendo insieme fosse una vera e propria Via Crucis… E poi, nell’estate del 2015, Cavalo Dinheiro vinse l’ARRI/OSRAM Prize al Filmfest München e, come premio, mi fu data la possibilità di scegliere una videocamera Arriflex e due lenti Arri. Chiamai immediatamente il mio amico Leonardo Simões, che è un direttore della fotografia, e iniziammo a discutere della nuova attrezzatura in relazione al luogo in cui volevo girare gran parte del film, ovvero la casa di Vitalina a Cova da Moura, che è assai piccola e abbastanza oscura. Scegliemmo due lenti wide angle (una 15mm e una 28mm), le testammo scrupolosamente e ottenemmo dei buoni risultati, perciò l’idea di girare in casa di Vitalina cominciò a sembrare fattibile.

vitalina4

MG: Per girare Vitalina Varela hai anche affittato uno studio cinematografico…

PC: No, non un vero studio cinematografico! Con il nostro budget risicato non avremmo mai potuto permetterci una tale follia! Il produttore Abel Chaves e io affittammo per un paio d’anni un cinema abbandonato a Sacavém, una costruzione in rovina che abbiamo convertito in una specie di studio cinematografico. Così, avevamo due basi d’appoggio per le riprese di Vitalina Varela: la casa di Vitalina a Cova da Moura (il nostro set principale) e il Cinema São José, un cinema abbandonato nel vicino quartiere di Sacavém.

MG: Ricordo un aneddoto che raccontasti a proposito del tuo amico e collega Jean-Marie Straub. Un giorno di tanti anni fa, Straub sgridò alcuni giovani studenti di cinema dicendo: “Se vi mettete a ridere ogni volta che sentite la parola ‘Dio’, non potrete mai girare un film!”. Cosa evoca, a te personalmente, la parola “Dio”?

PC: Non molto, a essere sincero. Ma Vitalina è credente, come la maggior parte dei capoverdiani della sua generazione. Dio non poteva essere evitato in Vitalina Varela. È un po’ come l’eroina in No Quarto da Vanda: non avrei mai potuto girare un film con Vanda senza filmare l’eroina. O meglio, forse avrei potuto, ma allora non sarebbe stato un film su Vanda… In ogni caso, per quanto concerne Vitalina, la fede in Dio era un argomento che lei toccava spesso nelle nostre conversazioni. Parlando del suo viaggio – questa dolorosa Via Crucis tra Capo Verde e Portogallo – Vitalina continuava a menzionare il fatto che ci fosse solo Dio al suo fianco. Nessuno dava solidarietà a Vitalina, nessuno la aiutava. C’è questa terribile storia che Vitalina mi ha raccontato: le prime settimane dopo il suo arrivo a Lisbona Vitalina le passò chiusa nella casa del marito morto, in completa solitudine, finché un giorno si decise ad andare alla chiesa di Damaia, nei pressi di Cova da Moura. Vitalina andò a questa chiesa per chiedere un po’ di cibo e per parlare con qualche anima gentile, ma l’accoglienza che ricevette fu a dir poco ostile. I volontari della chiesa non le diedero alcun aiuto, né materiale né spirituale. Si limitarono a dirle: “Che ci fai ancora a Lisbona? Tuo marito è morto e sepolto, la tua vita non è qui. Perché non te ne torni al tuo Paese? Qui a Lisbona abbiamo già tanti di quei problemi, c’è la crisi economica…”. Così Vitalina se ne andò e fece voto di non tornare mai più a quella chiesa. Vitalina si trovò un’altra chiesa: come dicevo, Vitalina è credente, va a Messa ogni domenica e poi prega da sola, nella sua casa. Dio è parte della sua vita. Ancora di più, Dio è parte della sua solitudine. Perciò, aldilà delle mie personali convinzioni in materia di religione, non potevo proprio evitare questa presenza in Vitalina Varela. Chissà, forse qualcuno lassù ci ha dato una mano per realizzare questo film… [Sorride]

MG: Vitalina ha un solo crocifisso nella sua casa. Nel film, lo tiene avvolto in un foulard bianco, su un piccolo altare dedicato al marito morto.

PC: È il cerimoniale del lutto nella comunità africana: un piccolo altare con il crocifisso, le candele, le foto del defunto e un piccolo piatto per raccogliere offerte. Noi andiamo al funerale, il defunto viene seppellito ed è più o meno tutto: generalmente, noi non teniamo altari in casa nostra per settimane e settimane. Nella comunità africana, invece, il lutto ha ancora una certa ritualità, una certa… sacralidade. Dato che hai menzionato il foulard… All’inizio del film, Vitalina giunge alla casa del marito morto, si toglie il foulard nero e ne indossa uno bianco. Questo è parte del rituale funerario capoverdiano. La vedova di solito indossa un foulard bianco alla veglia funebre, alla Messa funebre e alla sepoltura. Poi, al termine delle cerimonie pubbliche, inizia il lutto domestico, ovvero il lutto privato, e la vedova indossa il foulard nero. Nella vita reale, Vitalina non ha potuto prendere parte ad alcuna cerimonia “ufficiale” per il marito morto perché è arrivata a Lisbona troppo tardi e tutto si era già svolto. Ma siccome nella vita reale non aveva potuto partecipare ad alcuna cerimonia pubblica, Vitalina ha insistito per celebrare il rituale dei foulard nel film. Penso che Vitalina volesse in qualche modo rivendicare il suo diritto di moglie di effettuare il rito funerario. Così, alla fine, il desiderio di Vitalina di commemorare a dovere il marito morto ha combaciato perfettamente con quella che io credo essere un’importante funzione del cinema: tenere viva la fiamma. Tutta la nostra piccola troupe lo ha capito – Vitalina, io, Leonardo alla videocamera, Gazua al microfono, gli assistenti Vítor e Leão, e João il direttore di produzione: il lutto sono le riprese, e le riprese sono il lutto. A dire il vero, nel bene e nel male, quando giro un film, mi trovo spesso a vivere più in mezzo ai morti che in mezzo ai vivi. Il cinema è un potentissimo mezzo di comunicazione con l’Aldilà. Non a caso, Vitalina Varela uscirà nelle sale portoghesi il primo di novembre [alla vigilia del giorno dei morti]…

vitalina_parede

MG: Nel finale di Cavalo Dinheiro, Ventura lascia l’ospedale-fortezza in cui era stato internato. La sua malattia è incurabile, ma il nostro eroe sembra rivitalizzato, pronto per ritornare a perlustrare le strade della periferia di Lisbona alla ricerca di figli, figlie, fratelli e sorelle smarriti. Tuttavia, nelle prime due inquadrature di Vitalina Varela, Ventura appare in pessima forma… Ventura – il padre fondatore di Fontaínhas, il leader della lunga parata dei capoverdiani in diaspora – si regge a malapena in piedi!

PC:Vitalina Varela è stato più difficile da girare rispetto a Cavalo Dinheiro. Per tutti noi, e specialmente per Ventura. Durante le riprese di Vitalina Varela, sfortunatamente, Ventura ha avuto due attacchi di cuore, uno piuttosto lieve e l’altro un po’ più grave. Il primo attacco avvenne un pomeriggio mentre ci apprestavamo a girare: mi preoccupai quando Ventura mi disse che non si sentiva più il braccio sinistro, ma un minuto dopo era tutto passato. Il secondo attacco, invece, confinò Ventura in un letto d’ospedale per un mese. Poi ci fu un lungo periodo di terapia e riabilitazione. Ventura ci diede un bello spavento e anche lui si spaventò molto. Durante le riprese di Vitalina Varela tutti noi facevamo a turno per stargli vicino, per essere sicuri che ci fosse sempre qualcuno ad assisterlo in caso di bisogno. Le scene di Ventura furono quasi tutte girate nel cinema che avevamo affittato, dove c’erano delle stufette elettriche e tutto il necessario per far stare comodo Ventura. L’ho detto diverse volte: Ventura, Vitalina e Vanda appartengono a una grande tradizione, sono attori da studio. Hanno bisogno di una certa protezione, di una certa clausura, di un certa luce.

MG: Come è nata l’idea di far recitare a Ventura il ruolo di un prete che ha perso la fede?

PC: L’idea è venuta molto tardi, diversi mesi dopo l’inizio della produzione. Padre Ventura è apparso a causa di alcune storie che Vitalina mi ha raccontato. Vitalina mi raccontò che, dopo il suo arrivo a Lisbona, per diversi mesi resistette all’impulso di andare a visitare la tomba di suo marito Joaquim. Vitalina era così depressa e infuriata con il suo defunto marito che non voleva nemmeno vedere la sua tomba, e perciò rinviò la visita al cimitero per settimane e settimane. Poi, una notte, uscì dalla sua casa di Cova da Moura, vagabondò nei paraggi, si perse e, dopo un po’, iniziò a seguire una persona a caso in strada. Vitalina si era convinta che questa persona potesse in qualche modo condurla al cimitero dove Joaquim era sepolto. Ma, al posto del cimitero, Vitalina trovò una baracca adibita a chiesa in Quinta da Lage, a 500 metri da Cova da Moura. Poi, Vitalina mi raccontò un’altra storia, una storia vera capitata tanti anni prima nella parrocchia del suo villaggio a Capo Verde. Una domenica, un giovane prete capoverdiano si rifiuta di battezzare un gruppo di fedeli per delle stupide ragioni burocratiche; i fedeli, delusi, se ne vanno a bordo di un furgoncino; il furgoncino si schianta e muoiono tutti in modo orribile. A causa dei rimorsi, il giovane prete impazzisce e diventa un mendicante che vaga urlando per le strade di Capo Verde, come un folle nei romanzi di Marguerite Duras. Allora gli alti prelati della chiesa cattolica fanno “deportare” il povero prete in Portogallo, dove – secondo alcune voci – egli sopravvive in estrema povertà, senza nemmeno un tetto sopra la testa. Anche Ventura conosceva questa storia e i suoi occhi scintillavano di malizia ogni volta che la sentiva raccontare… Se doveva esserci un prete in Vitalina Varela, non poteva dunque essere altri che Ventura!

vitalina_ventura2

MG: Il prete Ventura di Vitalina Varela sembra portare alle estreme conseguenze la fragilità, la solitudine e i dubbi del giovane prete senza nome di Diario di un curato di campagna (1951) di Robert Bresson…

PC: È impossibile non pensare a Diario di un curato di campagna di Bresson, è un film indimenticabile. Come il giovane prete di Ambricourt, Padre Ventura vuole pagare i debiti dei fedeli con le sue mani vuote. Come il giovane prete di Ambricourt, Padre Ventura è esausto, abbattuto, e beve troppo. Ma in Padre Ventura c’è anche qualcosa che appartiene al predicatore sano e forte di Stars in My Crown (1950) di Jacques Tourneur. È quella scintilla, quel luccichio infantile nei suoi occhi… Padre Ventura ha in sé un po’ dello humor e della verve che appartengono all’uomo dei miracoli interpretato da Joel McCrea in Stars in My Crown.

MG: Pensi che il prete Ventura sarà mai in grado di dire che “Tutto è Grazia”, come fa il giovane prete di Ambricourt nel finale di Diario di un curato di campagna?

PC: Lo spero. [Pausa] Sai una cosa? In un certo senso, penso che Padre Ventura lo dica. Mentre parla con Vitalina nella chiesa deserta, egli bisbiglia: “Anche la paura può entrare in Paradiso…”. Non è forse un altro modo per dire che “Tutto è Grazia”?

MG: Il prete Ventura ha difficoltà ad assolvere le funzioni retoriche del suo ministero perché ha perso la fede, ma offre comunque un aiuto concreto ai suoi parrocchiani, per esempio pagando svariate multe e bollette, anche se lui stesso non ha un soldo. Per citare Diario di un curato di campagna: “Quale meraviglia che una persona possa donare ciò che non possiede! Oh, dolce miracolo delle nostre mani vuote!

PC: Sai, quello che facciamo è un lavoro che nasce, cresce e si sviluppa lentamente. Un piccolissimo raggio di sole colpisce il nudo pavimento della chiesa, Padre Ventura non ha altro da dare ai suoi fedeli. Egli apre le sue mani tremanti e vuote. Un dolce miracolo. I film che noi facciamo sono anch’essi così, in un certo senso. Io non posso dare molto ai miei amici capoverdiani. Non posso dare loro la ricchezza, un futuro roseo, la speranza. Ma forse c’è tutto da guadagnare dal nostro lavoro nel cinema. Il cinema può mostrare come sono andati realmente i fatti e, in qualche modo, vendicare coloro che hanno subito un torto. Un dolce miracolo, davvero.

vitalina_maos

MG: Torniamo a Vitalina…

PC: Vitalina è l’attrice protagonista, la sceneggiatrice, l’istigatrice, la sorgente del film. Cosa vuoi sapere?

MG: Parlami della sua solitudine.

PC: Persino nelle sue fotografie di matrimonio Vitalina è sola! Sai, nei primi anni Ottanta, lei e Joaquim si sposarono per procura: Vitalina era nel suo villaggio a Capo Verde con l’abito da sposa bianco, mentre Joaquim era da qualche parte a Lisbona, dove era emigrato nel 1977 – una firma qui, una firma lì, uno scambio di lettere tra diocesi, e l’unione fu resa legale davanti agli occhi di Dio e degli uomini. Dopo il matrimonio per procura, Joaquim tornò a Capo Verde due sole volte, mise incinta Vitalina per due volte, scappò da lei e infine, nell’estate del 2013, morì. Ora, ciò che trovo interessante è che, dopo tanti anni di matrimonio a distanza, Vitalina aveva messo da parte suo marito. Lei sapeva che Joaquim aveva un’altra vita a Lisbona, non poteva farci niente. Vitalina e Joaquim avevano due figli, un maschio e una femmina, perciò di tanto in tanto Vitalina doveva avere a che fare con Joaquim, mandargli dei documenti a proposito dei figli e cose del genere. Ma Vitalina aveva chiuso con Joaquim da un punto di vista sentimentale. E poi, improvvisamente, Joaquim morì, e Vitalina venne travolta da un fiume di emozioni. Fu uno scontro tra il dolore e la furia. C’era – e per certi versi c’è ancora – un dramma che strazia Vitalina: questa donna sta piangendo la fine del proprio amore e, allo stesso tempo, sta ancora lottando contro Joaquim a causa delle mille bugie e dei mille tradimenti dell’uomo. Vitalina concepisce la morte di Joaquim come il suo supremo atto di codardia. Vale la pena di chiedersi: perché Vitalina ha preso l’aereo per il Portogallo? Perché ha deciso di vivere per sempre nella casa di suo marito a Cova da Moura? La sua scelta è un mistero. Perché vuole restare in Portogallo? Ogni volta che parlo con lei, Vitalina ritorna sempre con la mente a Capo Verde, al suo villaggio natale, alle montagne, al suo piccolo appezzamento di terra da coltivare, ai suoi animali, al vento dell’isola, al sole… E allora perché resta in Portogallo? È una domanda spaventosa… Da un lato c’è il richiamo della terra, dall’altro c’è una rabbia furiosa, un’accusa contro Joaquim, contro gli uomini capoverdiani, contro tutti gli uomini.

ventura_janela

MG: Vitalina è letteralmente circondata da uomini in Vitalina Varela

PC: Un mondo di uomini è un mondo violento, triste. Gli uomini che vedi nel film sono gli amici, colleghi e vicini di casa di Joaquim: muratori, mendicanti, operai edili in pensione, spacciatori part-time… uomini di tutte le età, uomini a pezzi, la maggior parte alcolizzati. L’unica donna che Vitalina incontra è Marina, la fidanzata del vagabondo Ntoni, ma Marina muore poco dopo, bruciata viva… La prima volta che incontrai Vitalina sentii la sua disperazione, ma sentii anche la rabbia, la rivolta: Vitalina sta affrontando la questione dell’uomo, vuole davvero trovare una soluzione al problema dei rapporti con l’altro sesso e cacciare tutti gli uomini dalla sua vita. Per questo, in Vitalina Varela, ho sentito il bisogno di allineare tutti questi uomini di fronte a lei, come in un confronto all’americana.

MG: Mi sembra però che, nonostante la sua rabbia contro Joaquim e contro l’universo maschile in genere, Vitalina doni un minimo di speranza agli uomini soli e disperati del quartiere: Vitalina fa compagnia al prete Ventura e ne condivide il lutto, poi cucina per Ntoni e forse lo convince ad andare in chiesa

PC: Per rispondere alla questione – all’enigma – dell’uomo, Vitalina sta cercando di capire tutti questi uomini perduti che la circondano. Forse… sì… forse potrebbe consolarli…

MG: Come la Vergine Maria, Vitalina è la Consolatrice degli Afflitti. Eppure, appena questa Madonna Nera arriva a Lisbona, tutti i suoi fratelli e sorelle immigrati la esortano a tornare a Capo Verde: “Qui in Portogallo non c’è niente per te. Tornatene a casa!”.

PC: Questi sono i fatti puri e semplici. Queste sono le prime parole che sono state rivolte a Vitalina appena scesa dall’aereo: “Tuo marito è morto, la tua vita non è qui, torna a Capo Verde, è meglio per te, qui non c’è posto per un altro caso come il tuo…”. In un certo senso, penso che la sofferenza e il lutto di Vitalina fossero troppo scandalosi e la gente del quartiere non ne poteva più di scandali. Le prime scene di Vitalina Varela sono come sospese perché Vitalina potrebbe tornare a Capo Verde da un momento all’altro… Potrebbe stare a Lisbona un paio di giorni e poi tornarsene a casa… e invece no, alla fine Vitalina rimane, e il film è con lei. Vitalina vuole rimanere e il film la segue. Vitalina vuole vendicarsi dei torti subiti e il film è dalla sua parte. Vitalina dice a suo marito morto: “Non puoi più scappare ora, codardo! Adesso devi dirmi tutto quello che non mi hai mai detto!”. E aspetta un segno di risposta, un po’ di sollievo...

MG: I dialoghi di Vitalina con il marito morto – e in particolare il dialogo muto presso la tomba di Joaquim e il flashback finale che hai girato a Capo Verde – mi hanno ricordato una massima del tuo amico e maestro António Reis, il quale sosteneva che, nella vita come nel cinema, è fondamentale “imparare a dire addio”…

PC: Ci vuole coraggio a dire ciao. Ma ci vuole un sacco di lavoro per dire addio. Non è per niente facile. In Vitalina Varela, Vitalina dice addio a tante cose. Alla fine del film, è il nostro turno di dire addio a lei: tutti i film devono dire addio ai propri personaggi, è inevitabile. Detto questo, dedichiamo ora un momento, un breve pensiero per António Reis e Mikio Naruse. [Pausa] Per quanto mi riguarda, dopo tutto quello che Vitalina ha passato, dopo tutti gli sforzi e tutto il dolore della sua Via Crucis, non volevo che il film finisse con lei rinchiusa nella sua casa di Cova da Moura. Sarebbe equivalso a una condanna. Sarebbe stato facile e accondiscendente e stupido. Dunque, la questione per me era: come possiamo dire addio a Vitalina e renderle giustizia? Beh, proprio come il suo film gemello Cavalo Dinheiro, Vitalina Varela mi sembrava un tentativo di andare indietro nel tempo, non per nostalgia o melancolia, ma per affrontare un mucchio di vecchi sogni e incubi. Nel corso di Vitalina Varela, Vitalina va indietro, indietro, indietro, così ho pensato che, alla fine del film, Vitalina dovesse andare indietro fino al principio di tutto, e il principio di tutto, ovviamente, è l’inizio della sua storia d’amore con Joaquim, la prima scintilla d’amore e felicità.

MG: Pensi che, nella vita reale, Vitalina si sia ormai messa il cuore in pace? Pensi che abbia ormai detto addio in modo definitivo a Joaquim?

PC: Non lo so. Ma se Vitalina non lo ha ancora fatto, lo dovrà fare prima o poi, come capita a tutti noi a un certo punto della nostra vita. E, allo stesso tempo, non possiamo mai dire veramente addio, non trovi? Possiamo lasciarci alle spalle alcune persone e alcune cose, nel bene e nel male, ma non possiamo mai dire loro addio del tutto. Queste persone, queste cose rimarranno con noi, vive, dentro di noi, per sempre. “I never can say goodbye, no, no, no”: conosci la canzone dei Jackson 5?

Amburgo, 28-29 settembre 2019

vitalina4_cama

Il testo integrale dell’intervista è disponibile in lingua inglese su Débordements (http://www.debordements.fr/Pedro-Costa-2019). Per maggiori informazioni sulla vita e l’opera di Pedro Costa, si veda la monografia di Michael Guarneri intitolata Questi fiori malati: il cinema di Pedro Costa, edita da Bébert Edizioni (https://www.openddb.it/libri/questi-fiori-malati/).