Seguire un festival in maniera poco programmata – diciamo pure, episodica – può comportare dei vantaggi imprevisti. Con l’accumularsi delle visioni, infatti, opere molto diverse fra loro possono trovarsi a dialogare reciprocamente, aprendosi a nuove letture.
Ecco allora che l’ultimo film visto nel corso di quest’edizione del Torino Film Festival, Un beau soleil intérieur, della regista francese Claire Denis, appare quasi come l’ideale chiusura di un cerchio iniziato sette giorni prima con un altro film francese diretto da una donna, Revenge, di Coralie Fargeat. Due film diversissimi fra loro, letteralmente inconciliabili – quello della Denis è una commedia romantica ispirata ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, con Juliette Binoche al centro di una ronde d’amori e sentimenti; il secondo, un pulp-movie eccessivo e sopra le righe con più di un punto in comune con The Bad Batch [id., Ana Lily Amirpour, 2016] – eppure accomunati da una visione tutta al femminile del mondo e dei rapporti con l’«altra metà dell’inferno» (E. Ghezzi): l’universo maschile.

torino film festival - RevengeRevenge.

Altre storie femminili, questa volta in contesti più strettamente sociali, sono invece il fulcro di Colo, l’ultima, sofferta opera della regista portoghese Teresa Villaverde già autrice dei folgoranti Os Mutantes [id., 1998] e Transe [id., 2006], e Tesnota di Kantemir Balagov, giovane e promettente allievo di Aleksandr Sokurov. Il primo film, in particolare, con i suoi tempi lenti, quasi solenni, e la regia sempre discreta nel rapportarsi con le sofferenze dei suoi protagonisti – e dunque meno “invadente” di quella del pur pregevole film di Balagov, tutto fatto di nervosi movimenti di camera a mano e primi piani – sembra costruire lo spaccato femminile più intenso e maturo visto a questo TFF. Un viaggio alla scoperta di sé, quello compiuto dalla giovane Marta (figlia, come tante sue coetanee, di una famiglia colpita da una crisi economica che sembra non lasciare scampo), che si chiuderà inevitabilmente in un finale sospeso e senza risposte.

torino film festival - colo

torino film festival - tesnotaColo e Tesnota.

E storie femminili sono al centro di altri film visti al Torino Film Festival di quest’anno, quasi a costituire un fil rouge di questa edizione. Penso, ad esempio, al deludente The White Girl, co-diretto da Christopher Doyle – l’abituale direttore della fotografia di Wong Kar-wai –, oppure all’horror The Crescent del canadese Seth A. Smith, film caratterizzato da alcune splendide sequenze “pittoriche”, dai vivaci colori inusuali per una tetra storia di fantasmi e di morti “che non vogliono morire”.
Più interessante, invece, un “piccolo” film visto nella sezione “Onde” (sezione, questa, che spesso regala i film più coraggiosi e sperimentali dell’intero festival), Je ne me souviens de rien, di Diane-Sara Bouzgarrou. Un vero e proprio documento audiovisivo di una giovane ragazza francese di origini tunisine (la stessa autrice del documentario) con l’ossessione di filmare ogni istante della propria vita; frammenti di una identità letteralmente disintegrata che trova la propria ragione d’esistenza esclusivamente nell’atto di registrarsi.

torino film festival - the crescent

torino film festival - Je ne me souviens de rienThe Crescent e Je ne me souviens de rien.

E sono forse proprio i frammenti, di storie incompiute o solo accennate, il punto nodale dei film più importanti visti a questo festival; in special modo, nella splendida sezione “TFF DOC”. Penso all’«impossibile» documentario su Walter Benjamin diretto da Herman Asselberghs, For Now, film che dichiara apertamente i limiti del cinema nel poter raccontare davvero qualcosa di una persona, attraverso uno sguardo consapevolmente arreso. Limiti, questi, messi in evidenza anche da un gioiello come Animal Pensivité di Christine Baudillon (anticipato dall’altrettanto stupefacente Animal Cinema di Emilio Vavarella), film dedicato al mondo animale in cui il leitmotiv delle riprese degli occhi (di giraffe, rinoceronti, lupi, ecc.) sembra suggerire una “soglia” che la macchina da presa non può attraversare: quella dell’Altro.
Ma forse, il più importante film presente in questa sezione resta probabilmente l’ultima opera di un vero e proprio «gigante» del cinema documentario, Napalm di Claude Lanzmann. Qui, il regista di Shoah [id., 1985], col pretesto di realizzare un documentario sulla Corea del Nord, coglie l’occasione per raccontare qualcosa di sé, attraverso i propri ricordi. La città di Pyongyang, con le sue strade, i suoi ponti, i suoi palazzi, diviene allora il teatro di una storia d’amore; una storia che non vediamo, ma che possiamo immaginare dalle evocative parole dello stesso autore.

torino film festival - napalmNapalm.

E ancora: visioni sparse, storie frammentate. Dal fluviale A fábrica de nada di Pedro Pinho, indagine dei mutamenti economico-sociali di un intero paese attraverso un carosello di generi e stili eterogenei, al film in progress Casting di Nicolas Wackerbarth, sulle orme del fassbinderiano Le lacrime amare di Petra von Kant [Die bitteren Tränen der Petra von Kant, 1972]. E poi, l’ultimo film di François-Jacques Ossang, 9 Doigts, noir metafisico girato in un mesmerico bianco e nero ed ambientato su di una ruiziana “nave dei morti”.
Voglio però chiudere con un altro “piccolo” film, vera e propria perla del Festival, En attendant les barbares di Eugène Green. Un’opera estremamente poetica, di impostazione teatrale eppure profondamente cinematografica; sospesa tra il cinema di Manoel de Oliveira ed Éric Rohmer (in special modo, Perceval le Gallois [id., 1978]). Un altro viaggio nell’oltretomba – come lo era il film di Ossang – alla ricerca di se stessi.
Attraverso i frammenti di un discorso impossibile.

torino film festival - 9 Doigts

torino film festival - En attendant les barbares9 Doigts e En attendant les barbares.