A differenza di altri festival che hanno optato per le piattaforme streaming e di altri che hanno deciso di rimandare l’evento, il Laterale Film Festival 2020 si terrà in presenza. Vorrei chiederti se il Covid-19 ha riportato dei cambiamenti evidenti nel vostro modo di concepire questo festival e, magari, anche nella selezione dei film in concorso.

Antonio Capocasale (Vice-presidente e curatore LFF): Rispondo prima all’implicazione più strettamente “pratica” della tua domanda. Non c’è stato un cambiamento sostanziale nel modo di concepire il festival, se non, certo, a livello delle condizioni materiali di fruizione. Nel senso che naturalmente ci adegueremo alle disposizioni attuali – il distanziamento in sala, il controllo degli ingressi, “le mascherine” – avendo cura di osservarle e farle osservare. Altro discorso è quello dello slittamento delle date del festival, non più a giugno, come da “tradizione”, ma appunto in settembre. E, in tema di slittamento di date, a marzo abbiamo deciso di prorogare la deadline del bando d’iscrizione dei lavori al festival. Questo perché, tenendo conto della difficoltà e dei blocchi imposti dalla pandemia,  abbiamo quindi voluto concedere del tempo in più agli autori, tempo utile per completare, eventualmente, il proprio lavoro, qualora il “lockdown” li avesse impossibilitati. Ecco, in questo senso, ciò che abbiamo sempre perseguito, e con questi piccoli gesti confermiamo, è una logica inclusiva. Invece di “fare il festival comunque”, o “farlo nonostante tutto”, abbiamo preferito che a farlo fossimo (se non) “tutti”, quanti più possibile. E per far questo è stato necessario “aspettarci”, darci tempo, il tempo di essere insieme, quando le condizioni lo avrebbero permesso. Da questo punto di vista, a titolo personale devo dire che ho trovato un po’ ambigui quegli slogan come “la cultura non si ferma”. Perché inizialmente può sembrare un messaggio sicuramente nobile e in qualche modo di resistenza. Ma il fatto è che nessuna cultura e nessuno scambio può prodursi prescindendo da vite umane e condivisione. E se cultura non è scambio non so che altro possa essere. Insomma non può proseguire indifferente a ciò che accade come se nulla fosse (il vero indifferente è il virus stesso, volendo: che la cultura non si fermi, non “gli interessa”, né “lo spaventa”, ovviamente), come invece è stato per altri settori lavorativi che di fatto non si sono fermati. Ecco, questo non fermarsi è in un certo senso tipico del nostro tempo, della produttività a tutti i costi, di una sorta di burnout di massa. E se questa cosa si contagia – termine che uso non a caso – anche alla cultura, pur con nobilissime intenzioni “resistenziali”, è a mio avviso controproducente. Sarebbe terribile prescindere totalmente dal presente, dal mondo in cui ci si trova, da ciò che in esso accade, essergli indifferenti.

 

the flood laterale film festival 2020The Flood [id., 2019] di Kristijan Krajnčan.

 

Guardando il cinema sperimentale recente si sta riscoprendo un nuovo concetto della parola “amatorialità”, non più associato a ogni costo a opere ingenue di fattura “scadente”, ma piuttosto collegato a film che tentano di puntare alla libertà del mezzo espressivo. Pensi che il rapporto tra amatorialità e sperimentazione sia forte attualmente? E cosa può dare secondo te alla sperimentazione questo senso di “liberarsi del cinema per fare cinema?”

Non abbiamo mai inteso l’“amatorialità” come qualcosa di univoco, o di dato una volta per tutte. In questi anni ci siamo resi conto che può declinarsi in diversi modi, intanto. Poi è un concetto che, da tempo, ci sembra in fase di ridefinizione, praticamente costante. Nel senso che è una idea storicamente determinata, che cambia in base alle contingenze. Tecnologiche, e in generale storiche, sociali, culturali e del gusto. Direi che “amatoriale” è semplicemente ciò che una certa società, a un certo punto della sua storia, decide (di accordo più o meno comune) di definire tale. Quindi è un concetto molto relativizzabile, più un costrutto concettuale, e meno un fatto. E non per forza è sinonimo di “ingenuo”, o “scadente”, come dici giustamente. Ma poi: quanto digitale “povero”, tecnicamente “sporco”, è stato utilizzato, negli anni 2000, dai vari Lynch, o Soderbergh, e preceduti dal Dogme95, per fermarci solo a nomi storicizzati? E la stessa tecnologia ha consentito la ripresa di discorsi documentari, o genericamente realisti: vedi Wang Bing, ad esempio. Il cinema non è nei suoi mezzi, semplicemente. Sta nell’intensità dei film, comunque li si faccia. Possono essere buoni o cattivi, ma questo non ha a che vedere coi mezzi, economici e tecnologici, di cui si dispone. Conta, come sempre, l’aver qualcosa da dire. E in questi anni abbiamo cercato, come festival, di spingere in questo senso, allo stesso modo che non abbiamo mai concepito il cortometraggio come qualcosa in minore, ma come forma specifica, cioè consapevolmente adottata da un autore, per un potenziale “suo”, proprio.Quanto al “liberarsi del cinema per fare del cinema”, penso sia stata una tensione sempre attiva nella storia del cinema. Una sorta di fiume carsico che la percorre sotterraneamente.Ogni film che ha marcato un passo in avanti nella storia del cinema non ha fatto che ripensarlo in modo diverso, pensarlo altrimenti, chiudere con ciò che si faceva prima e scoprire nuove possibilità. E questo vale per il cinema “industriale” come per l’amatoriale in ogni sua forma e declinazione. Che poi l’amatorialità intesa appunto come agilità ed economia di mezzi consenta anche l’intensificazione di discorsi sperimentali, libertà espressive e produttive maggiori, ha a che fare soprattutto col linguaggio, più che con i mezzi, con la possibilità di reinventarlo, di ampliarlo. Spesso, la storia di alcune lingue del mondo occidentale, europeo soprattutto, è la storia di una lingua non codificata, una lingua di “amatori”, volendo, per nulla colta, per nulla letteraria, di uso comune. Che però diventa lingua letteraria (vedi l’italiano o l’inglese nelle operazioni, diverse, di Dante o Chaucer). Sarebbe bello se l’amatorialità, al cinema, funzionasse in modo analogo, oggi: si tratta di  prendere qualcosa che alla sua origine cinema non è, ma è solo “tecnica audiovisiva”, che è comune, diffusa, e magari non ha altro fine dalla comunicazione interpersonale, dalla “conversazionalità”, o dall’appunto diaristico, intimo. Ma si fa in modo di trattarla cinematograficamente, di svincolarla, cioè, da quella finalità strettamente pratica per farne linguaggio artistico. E questo dà luogo a due “arricchimenti”: da un lato le possibilità del linguaggio artistico ne risultano ampliate, dall’altro è il linguaggio “comune” a scoprirsi delle possibilità inattese.

 

fossil falls laterale film festival 2020Fossil Falls [id., 2019] di Kate Selenkina & Alexey Kurbatov.

 

La transizione verso le piattaforme di streaming online che il Covid-19 ha accelerato, ha fatto sì che il cinema, il cinema sperimentale nel caso specifico del Laterale, venisse esperito in maniera molto più intima e personale. Credi che questa riconquista individuale, sempre più galoppante, possa “minare” in qualche modo la fruizione comunitaria da cui i festival cinematografici sono animati?

Premetto che non abbiamo nulla contro lo streaming in sé in quanto dispositivo di fruizione. E sarebbe ipocrita schierarci nettamente contro la visione domestica o “portatile”. Come associazione, noi stessi, da studiosi e filmmaker, e non diversamente da tanta cinefilia giovane di questi anni, abbiamo spesso attinto i film che abbiamo imparato ad amare altrove dalla sala. È una cinefilia che ha cercato, magari internettando, i propri oggetti. E giustamente, se in sala non circolavano, esclusi i festival. Abbiamo avuto modo di confrontarci, tra noi, intorno all’idea che, forse, un film resta bellissimo ovunque lo si veda, se è un buon film. Vedessi Aurora [Sunset: A Story of Two Humans, 1927] di Murnau o Ten skies [id., 2010] di Benning anche sullo schermo di uno smartphone, magari rotto, non mi sembrerebbero “meno belli” o meno intensi.Guardare un quadro riprodotto su una pagina web non è lo stesso che vederlo dal vivo, e leggere una poesia in traduzione non è lo stesso che leggerla in originale, ma penso che col cinema il discorso sia completamente diverso. Non è l’oggetto film a cambiare da un supporto all’altro (a essere più o meno bello), non è il cinema a cambiare in base ai luoghi in cui si “vede e vive” e ciò che fa la specificità di un medium è il particolare modo di suscitarti qualcosa. Cambia semplicemente il tipo di esperienza: sociale in sala, individuale altrove. O, al limite, social. Non penso che una dimensione di fruizione possa minare l’altra. È sicuramente vero che è in atto, da tempo, una sorta di “atomizzazione sociale”, di individualismo e isolamento a vari livelli e in varie forme, un po’ come se fossimo tutti hikikomori inconfessi. Questo però non implica che ai festival non si continui ad andare, che continuino ad essere partecipati. I festival non sono disertati, tutt’altro. Pur nell’oscillazione dei numeri da un’annata all’altra. I festival valgono e vengono partecipati anzitutto in quanto “evento”, in quanto occasione in qualche modo “unica”, ma condivisa con un pubblico è qualcosa che non appartiene alla visione domestica individuale. Che ha, certamente, altri pregi, risponde ad altre necessità. Forse il paragone più immediato, per una libera associazione che mi viene da fare (tutt’altro che meditata, quindi “di petto”, quindi discutibilissima), è quello tra l’ascoltare un brano musicale in cuffia, ma registrato da un’esecuzione live, in concerto, e l’essere fisicamente a un concerto…Ad ogni modo, se si vuole che la sala “non venga soppiantata”, occorre ripensarla. E non intendo ripensarne l’offerta, come, cioè, nelle occasioni in cui si proietta su schermo magari uno spettacolo di danza o un concerto anziché un film (tendenza frequente da qualche anno a questa parte). Penso più al ripensamento in quanto spazio sociale. Si tratterebbe di fare, cioè, che continui ad essere spazio sociale, ma in modi altri da come lo è stata storicamente. Perché la società stessa, dacché le sale sono nate, e sono nate per un tipo di società specifica, non ha cessato di cambiare. Non sarebbe insensato, da questo punto di vista, ripensare la sala stessa alla luce (al buio?) di una società che muta a sua volta. Magari, contribuendo anche a orientarla, anziché passivamente “subirne” i trend. Dettare i mutamenti, assecondare quelli in atto.

 

resurrection plant laterale film festival 2020Resurrection Plant [2020], Katia Viscogliosi e Francis Magnenot.

 

Da dove si recuperano le risorse economiche per organizzare un festival così resistenziale? Da vice-presidente e curatore del festival cosa ne pensi delle graduatorie per l’assegnazione dei fondi ministeriali per manifestazioni come queste? Sappiamo che è un tema controverso e che spesso le cifre assegnate non corrispondono all’effettivo contributo culturale dei vari festival. Da questo punto di vista gestire un evento autoprodotto e autofinanziato come il Laterale vi rende più liberi?

Non entro nel merito dei fondi ministeriali per onestà: semplicemente perché è una realtà che non conosciamo direttamente. Temo, comunque, che anche questo caso, per come conosciamo la normativa, regolamenti, graduatorie, ecc., sia piuttosto esemplare di una certa miopia da parte dei legislatori nei riguardi di determinate realtà culturali, l’incapacità di sostenerle per come meriterebbero, o di fondarsi su criteri di valutazione adeguati. E sono criteri che spesso tradiscono alcuni fraintendimenti di fondo: sembrano scambiare la solidità, l’affidabilità, l’interesse di una proposta “su carta” come garanzia immediata di successo. Poi, più in generale tendono a concepire la qualità come qualcosa di misurabile. Il che non è, a differenza della quantità…Per quanto ci riguarda direttamente, invece, e sempre per l’idea di scambio, di collettività, di festival “di tanti”, le energie anche economiche che lo rendono possibile vengono in parte da noi stessi e da chi oltre a noi, forse più di noi, contribuisce a fare che il festival sia. E sono, magari, gli autori stessi. Chiediamo, per l’iscrizione, un piccolo contributo, che abbiamo sempre cercato di fare in modo fosse – anche quello – il più inclusivo possibile, il costo presumibilmente sempre sostenibile. È un meccanismo che sì, ci rende più liberi nel senso di “autonomi”, e però responsabili nei confronti di pubblici, autori, di noi stessi, del nostro e altrui lavoro o altrui tempo. Contando su queste forze si è riusciti “a fare”, in questi anni, prescindendo da realtà istituzionali di sorta. Questo non vuol dire chiudersi in una nicchia, da parte nostra, non vuol dire mettere un veto assoluto alla possibilità di contare, in futuro, su una qualche figura o organismo istituzionale con la quale sia possibile un dialogo (difficile, di questi tempi). Ma la condizione dell’autonomia, per quanto ci riguarda, resta comunque non negoziabile.