Come nasce il Laterale Film Festival?

Antonio Capocasale (Organizzatore LFF): Semplificando al massimo direi che, come quasi tutte le nascite, anche questa ha tra i suoi fattori due sentimenti tra loro complementari: quello di un desiderio e quello di una mancanza. Come filmmaker, come studiosi, scrittori, appassionati, avevamo appunto constatata la mancanza di uno spazio libero di ricerca e condivisione artistica, nella fattispecie cinematografica. In più occasioni ci accorgevamo, e registravamo da esperienze altrui, che spesso i festival vedono diventare come preponderanti elementi di per sé accessori (la competizione, il podio, il vetrinizzarsi col bel corto-biglietto da visita-di affidabilità professionale, il premio, ecc.) rispetto alla condivisione del lavoro artistico in senso stretto. Semplicemente, tali manifestazioni non potevano essere organiche a un genuino desiderio di espressione, di sperimentazione, e di condivisione. Una folta schiera di filmmaker (magari con tante nuove idee e pochi mezzi) e anche di pubblici che cerchino del nuovo (e ce ne sono!) sono regolarmente centrifugati da tali manifestazioni.

Desideravamo, e coglievamo il desiderio in altri, di una realtà che, almeno in parte, fosse rappresentativa di lavori coraggiosi, originali, che avevano poca o nulla rappresentanza. L’idea era quindi di non fare qualcosa nei modi scritti da chissà chi (ecco quindi anche i perché dell’indipendenza e l’autofinanziamento), ma come sarebbe piaciuto a quanti, tra gli autori come tra i pubblici, si interrogano sull’immagine, e cercano lavori capaci di pensare diversamente/lateralmente il cinema, di portarlo altrove, e di pensare diversamente il mondo col cinema. Domanda di cinema ancora viva e domanda al cinema (di nuovi sguardi) sono insomma da colmare. C’è poi anche un desiderio relativo alla circuitazione: se è vero che grossomodo negli ultimi venti anni la possibilità tecnica ed economica di fare un film si è estesa in senso più massivo, è anche vero che, paradossalmente, per un movimento eguale per forza e contrario per direzione, si sono assottigliate le possibilità di diffondere effettivamente un film, di “farlo vedere”. E in questo le visualizzazioni di un film da web, per quanto capillari, immediate, dislocate non sono comunque risolutive… 

Se un bambino non ha un gioco, non fa i capricci: lo inventa, lo immagina

laterale film festival 2019Lumen di Richard Ashrowan (UK 2018)

Vorremmo approfondire con te questo motto: «Think Invisible Things».

“Approfondire” mi piace, se ha a che fare col farsi profondo di qualcosa. E non nel senso di “serioso”, ma come dimensione in cui non si è ancora arrivati, che ci chiama a essere sondata. E ricorda la metafora della navigazione, che frequentiamo spesso nei discorsi costruiti in questi anni con autori e pubblici.

Ho deviato un po’ lateralmente (profondamente?) in parte dall’oggetto vero della domanda perché inevitabilmente risponderei con la mia-nostra visualizzazione del motto, il modo cioè in cui ce lo rendiamo visibile, quindi forse lo tradirei un po’.

Ma tutto sommato le cautele non sono il nostro forte, dunque direi che: intanto è un invito, in parte anche giocoso se nei giochi si inventa, a far prendere una via di fuga (cose che cerchiamo in generale e che questo cinema sa trovare) al proprio immaginario, rivolto a tutti, autori, opere, pubblici. Può suonare come una sfida: ecco, se una competizione possibile c’è, è ovviamente con se stessi. Come provare a chiudere gli occhi e farsi immagine dell’aria, come pensare cose che (ancora) non sono, mettere in immagini e suoni cose che non si pensano, impensati del mondo e del cinema. A occhi chiusi cominciano a saltare un po’ di riferimenti, inevitabilmente: è disorientante a tutta prima, ma spinge a darsi altri riferimenti, crearsi altri linguaggi. A occhi chiusi tutte le cose sono invisibili, perciò se li si riapre ci sorprendono con la loro presenza, divenuta ora meno scontata, e più intrigante e inattesa occasione di racconto e di cinema. A occhi chiusi tutte le cose sono invisibili e l’invisibile si può solo immaginare e solo approfondire, per tornare alla deviazione iniziale della risposta…

laterale film festival 2019Two di Vasilios Papaioannu (Usa 2018)

Con quale criterio selezionate i film in concorso?

Ci colpiscono le cose che, in linea di massima, non ci aspettiamo, non solo rispetto a una consuetudine di linguaggi ed espressione più o meno “conosciuti”, ma che arrivino proprio come qualcosa che scarti lateralmente da quelli. Mi viene in mente a questo proposito il bellissimo Manifesto per un nuovo teatro di Pasolini, dove si dice, all’inizio, che “il teatro che vi aspettate, anche come totale novità, non potrà mai essere il teatro che vi aspettate”, perché anche un nuovo fenomeno artistico lo si aspetta in base alle idee che bene o male già si hanno, e dunque nate in seno a una “vecchia” e consolidata idea di teatro, parametro in base al quale si dica cosa teatro è o non è. Quindi, spostando il discorso al film, selezioniamo film che in qualche modo non ci aspettiamo, capaci di fare qualcosa d’altro con l’audiovisivo e dell’audiovisivo, e che quindi contribuiscano a rimettere in discussione, anche, quelle idee per cui si possa dire cosa cinema è o non è. E magari, un film che dia una idea del mondo che non sapevamo ancora di avere.

È sorprendente (altro inatteso, quindi) anche per noi come, dopo la fase delle visioni (che ciascuno effettua individualmente e durante la quale ci limitiamo a segnalare gli uni agli altri, qua e là, qualcosa in particolare), discutendo le nostre preferenze le scopriamo sostanzialmente simili. Ci rendiamo cioè conto di essere come in tacito accordo rispetto a una idea di cinema inaspettato. È segno, credo, non solo di reali e più o meno generiche affinità di gusti cinematografici (e nella selezione evadiamo anche dai nostri stessi riferimenti cinefili), ma, ed è più importante, del fatto che un “domandare altro al cinema” non è istanza puramente singolare e individualistica di “uno”, e che il sentimento di questo “altro” – per innominato che sia – è in qualche modo comune e comunicabile. A selezione effettuata, ci accorgiamo anche che alcune opere sembrano parlare tra loro, per attitudini affini nell’accostare il mezzo-cinema, o per come da prospettive diverse affrontano simili tematiche, pur nella sostanziale eterogeneità e diversificazione complessiva (altri criteri, questi, nella costruzione della selezione). Per altro, quest’anno, abbiamo dato alle tre serate del festival altrettanti titoli – metà corpo metà ombra; dall’esilio; luogo e impulso – come possibili vie d’accesso, allusive e non vincolanti, alla fruizione. Affinchè ciascuno spettatore possa immaginare a propria volta possibili legami tra le suggestioni dei vari corti, quasi facendo “montaggio” della propria esperienza di visione, per libere associazioni. 

laterale film festival 2019A Return di James Edmonds (Germania, UK, 2018)

Come reagisce il pubblico al tipo di cinema che proponete?

Dal punto di vista quantitativo il feedback è stato positivo, l’affluenza in sala è stata notevole.

I segnali più interessanti vengono però da una considerazione del “qualitativo”. Nelle due edizioni precedenti del Festival, come negli eventi “On Tour” in cui abbiamo ripresentato alcuni lavori, dapprima visti in sala, in altri spazi (l’Apollo Undici e la Biblioteca Quarticciolo a Roma, Kinetta Spazio Labus di Benevento) abbiamo registrato interesse negli spettatori, curiosità anche da parte di pubblici non cinefili (o inconsapevolmente cinefili, chissà).

Vuoi nel modo in cui il pubblico ha talora interagito, dialogato, con gli autori in sala, magari ponendo loro domande sui film, sia con alcuni di noi curatori, o anche per come/cosa semplicemente gli spettatori si dicevano tra loro, e ci capitava di “intercettare”. Son tutte cose che ci ricordano che abbiamo a che fare con oggetti sociali (prima ancora che social), e che, insieme all’applauso che talora saluta anche il più “ostico” corto non narrativo, non parlato, ecc., smentiscono radicalmente e con forza il luogo comune di uno spettatore sciocco, frivolo, ignorante.

Al contrario di quanto si dice, curiosità e domanda di cinema nel pubblico, come ho già accennato sopra, non sono affatto scemate. Semmai, la curiosità viene giocoforza meno quando ai pubblici si offre appunto “l’aspettato”, o qualcosa che possano già fruire per canali altri dalla sala, magari domesticamente. I lavori che abbiamo proposto dialogano invece con altri spazi e contesti (gallerie e rassegne d’arte contemporanea, per esempio), spesso, o integrano pratiche capaci di reinventare la narratività sulla base di materiali preesistenti (il found-footage), a volte lambiscono uno sguardo documentario, o riscoprono in maniere del tutto originali la matrice artigianale – nel senso più alto –, del lavoro sull’immagine come lavoro manuale, eccetera.

Un po’ dai film stessi, un po’ dai discorsi costruiti in questi anni, da un certo sentimento del nostro presente, è venuta l’idea di dare come claim alla Terza Edizione del Festival, “A chi fa e cerca film esuli”. Che fra l’altro è anche un altro modo di dire che ai pubblici bisogna fornire vie di fuga in forma di film, o che ne abbiano la forza.