The Role [Rol, 2013], ad oggi ultimo lungometraggio di Konstantin Lopushansky, sviluppa ulteriormente quel metalinguismo che già in parte aveva caratterizzato molte delle opere precedenti.1 In questa occasione, il regista di Russian Symphony [Russkaya Simfoniya, 1994] si spinge ancora più in là: con The Role, infatti, Lopushansky mette a punto un plot – scritto a quattro mani con Pavel Finn – in cui è proprio il rapporto inestricabile tra realtà e finzione, tra rappresentazione e rappresentato, ad essere lo snodo principale (e fondante) dell’opera stessa. Interpretato da un imponente Maksim Sukhanov nei panni dell’attore teatrale “in crisi” Nikolay Yevlakhov, The Role si rivela, dunque, un testo importante per analizzare quello scarto che intercorre fra attore e ruolo interpretato. Una distanza incolmabile che conduce a un inevitabile scacco identitario. E che, come vedremo, nel caso di The Role farà letteralmente ripiegare il film su se stesso.

Girato in un bianco e nero “mesmerico” – scelta che configura il film in qualità di operazione nostalgica e stilizzata, nonché prossima ad un altro grande film russo uscito lo stesso anno, Hard to Be a God [Trudno byt’ bogom, 2013] di Aleksei German –, The Role si rivela essere un film tanto inattuale (la scelta del bianco e nero a discapito del colore, da sempre privilegiato nella filmografia di Lopushansky2) quanto senza (o al di fuori dal) tempo: e soprattutto, di un modernismo cinematografico consapevolmente fuori tempo massimo. È d’altronde proprio il Tempo (e le sue pieghe) ad essere, con tutta probabilità, uno dei veri nuclei tematici di quest’opera. Ambientato all’inizio degli anni Venti, The Role vede protagonista Nikolay Pavlovich Yevlakhov, un rinomato attore teatrale di origini russe fuggito dalla patria a causa dei Bolscevichi e ora residente in Finlandia.

the role - 1L’attore teatrale Yevlakhov mentre firma autografi.

La scelta di un plot dichiaratamente metalinguistico (film nel film/teatro nel teatro/ecc.) non è esclusivamente necessaria a svelare l’impianto filmico dell’opera stessa. Nelle intenzioni di Lopushansky v’è soprattutto un sentimento, in primis, umano. «Uno dei temi del film è il mistero della creatività: essa è magica, e il prezzo pagato da un artista per il proprio capolavoro apre le porte dell’animo umano.»3 Ma non solo. The Role è, per certi versi, anche un’indagine sulla storia della Russia e sul concetto stesso di storia come nodo inestricabile e non traducibile se non attraverso un sacrificio doloroso: un auto-annullamento per diventare altro-da-sé: «Per afferrare il senso di ciò che accade a questa nazione, l’attore è in grado di compiere una sola cosa: appropriarsi dell’immagine di una persona dall’altro lato della barricata; capire le vie della patria penetrando nell’anima di un altro uomo.»4 Lopushansky, per farlo, realizza un film in cui un personaggio decide di assumere su di sé il doloroso carico del tempo (di un altro) e farsi così egli stesso immagine-cristallo (per riprendere la terminologia di Deleuze) in cui si specchino, al contempo, passato, presente e futuro. A caro prezzo.

L’uomo che visse due volte

Il film comincia dove si chiudeva The Turn of The Century [Konets Veka, 2001], il precedente lavoro di Lopushansky: uno cielo stellato.5 Una figura indistinta appare, poco a poco, al centro dell’inquadratura. Una lentissima messa a fuoco ci fa scorgere la fisionomia: è il volto assorto del protagonista, probabilmente intento a contemplarsi allo specchio. Si tratta di un momento a suo modo “amletico”, auto-riflessivo, in cui il protagonista interroga se stesso e la propria identità, fisica e non. Dunque, fin dalle prime immagini, The Role mette in scena una crisi identitaria (o un ripensamento della stessa) che passa necessariamente dal volto e dal corpo.

the role - 2

Dopo i titoli di testa, una didascalia ci informa che siamo nell’anno 1923, in Finlandia. Quella che vediamo è la casa dell’attore teatrale Nikolay Yevlakhov. È mattino, e Amalia, la moglie di Yevlakhov, cerca di spronare il marito, oblomovianamente coricato sul letto, a reagire all’inattività che lo blocca. Da tempo, infatti, egli si ostina a rinunciare ai ruoli che gli vengono offerti: sostiene che un attore deve interpretare esclusivamente quel ruolo che gli assegna il destino, nel teatro della vita.

the role - 3Yevlakhov, come Oblomov nell’omonimo romanzo, colpito dall’accidia che lo blocca a casa.

Anche la visita di uno psicologo non gli è d’aiuto: Yevlakhov è letteralmente ossessionato dalla figura di Ignat Plotnikov, comandante dell’armata rossa che conobbe fugacemente, quattro anni prima, in Siberia. Fisicamente, i due si assomiglia molto – sono, difatti, interpretati entrambi da Sukhanov. Yevlakhov ha acquistato le memorie di Plotnikov, i suoi vestiti, lo stesso revolver che utilizzò in combattimento: tutti mezzi necessari, a suo dire, per rievocare il passato. Egli vuole farsi copia, sostituirsi a Plotnikov: l’unica chance, questa, per “recitare davvero”: «Egli desidera […] trasformare se stesso da un asceta decadente ad un asceta rivoluzionario».6 Prima di leggere le memorie di Plotnikov alla moglie (la quale, pedinandolo, ha scoperto il luogo dove si reca di nascosto per studiare il proprio “ruolo”), Yevlakhov, emblematicamente (teatralmente?), si posiziona davanti alla lampadina che illumina la stanza. Per vedere meglio, certo, ma più sottilmente per evocare metacinematograficamente la “proiezione” imminente (il flashback). D’altronde, non è forse una luce, quella del proiettore, che dà vita all’immagine, nel buio della sala cinematografica?

the role - 4

the role - 5Yevlakhov mentre si appresta a leggere le memorie di Plotnikov: un momento “teatrale”.

Lo stacco al passato è netto: dopo un primo piano di Yevlakhov, letteralmente spiritato nel suo delirio – con, alle proprie spalle, il vestito del comandante alla stregua di un fantasma che lo osserva silenzioso – siamo catapultati nel 1919, in Siberia, su di un treno bloccato dai manifestanti in rivolta.

the role - 6

the role - 7Lo stacco al passato.

Plotnikov scende dal treno e dà l’ordine di effettuare alcune esecuzioni sommarie. Tra i civili c’è anche Yevlakhov. I due si guardano, stupefatti. Un campo e un contro-campo: è lo sdoppiamento del sé.7

the role - 8

the role - 9

Ma un ricordo, un flashback, non basta a Yevlakhov: egli vuole sostituirsi letteralmente a Plotnikov. Decide dunque di tornare là dove morì il comandante, in Siberia. Prima scortato in auto e poi per mezzo di un treno – vero e proprio leitmotiv del film quale simbolo del passaggio “dall’altra parte”8 –,Yevlakhov giunge finalmente a Petersburg, il suo “palco nella realtà”. Fermato da alcuni militari, mente (ma sta davvero mentendo?) dicendo che sta andando a trovare il suo amico Aleksei Spiridonov. Inizia così la seconda parte del film, differente dalla prima per il ricorso, seppur raro, alla musica over e per l’uso, in esterni, di un filtro che sfoca i bordi dello schermo: espediente che fa sembrare l’immagine un ricordo sbiadito (oltre a racchiudere l’immagine in una sorta di mascherino da cinema muto).

the role - 10

the role - 11

Poco più avanti, per evitare di dover dare spiegazioni sul suo passato a Spiridonov, Plotnikov finge un’amnesia e dichiara di essere «ritornato vittorioso dai morti». Non sarà la sola volta che, nel film, verrà menzionato l’aldilà. Il giorno successivo infatti, colto da una profonda crisi, passa la notte con Olga, la caritatevole vicina di camera. I due sembrano uniti nella sofferenza e nella pietà, come in un romanzo di Dostoevkij. Ad un certo punto la donna si mette alla finestra, illuminata dalla luna, e racconta a Plotnikov che spesso la notte «sente i morti che ritornano». Plotnikov, in quel momento, ha una visione: un battaglione di armate rosse. Riprendendosi di soprassalto, dice «Ho visto il sogno di un’altra persona.»

the role - 12

the role - 13

the role - 14

La sostituzione è ormai completa. Yevlakhov sogna ricordi non suoi. Egli sta acquisendo il passato del comandante, anzi, sta diventando egli stesso una proiezione (inconscia) delle falde del passato di Plotnikov. Come scrive Gilles Deleuze riguardo all’immagine-tempo e alla figura specifica dell’immagine-cristallo, «Non astrae il tempo, fa di meglio, ne capovolge la subordinazione in rapporto al movimento. Il cristallo è come una ratio cognoscendi del tempo e il tempo, inversamente, è ratio essendi. Il cristallo rivela o fa vedere il fondamento nascosto del tempo, cioè la sua differenziazione in due getti, quello dei presenti che passano e quello dei passati che si conservano. Il tempo fa passare il presente e conserva in sé il passato, contemporaneamente.»9 Yevlakhov, nel suo disperato tentativo di sostituzione, vuole assumere su di sé il passato, il presente e il futuro di Plotnikov. D’altronde, egli, sempre riprendendo le intuizioni di Deleuze, è anche un “uomo che mente”, un falsario che fa proprio un passato non suo, e che dunque lo falsifica. Difatti, in The Role «la narrazione cessa d’essere veridica, cioè di pretendere al vero, per farsi sostanzialmente falsificante. […] È la potenza del falso che sostituisce e spodesta le forme del vero, perché pone la simultaneità di presenti imcompossibili o la coesistenza di passati non necessariamente veri.»10 Lopushansky attualizza quindi temi e intuizioni del celebre filosofo francese nel suo film, ove la piega di un tempo destinato a ripetersi assume, in maniera assolutamente diretta, i connotati stessi del paradosso incarnato nell’attore Plotnikov-Yevlakhov.

the role - 15

the role - 16La crisi identitaria: l’attore allo specchio.

Questa sostituzione non potrà però avere un epilogo lieto. Lo intuiamo dal contenuto della lettera che Yevlakhov spedisce segretamente alla moglie: «Più interpreto Plotiknov, più capisco che era un segno del destino… è un personaggio tragico, degno di un finale tragico.» Dopo la visita al cadavere di Spiridonov, toltosi la vita qualche ora prima, e l’incontro con Valerian Semenovich, ultimo legame di Yevlakhov con la vita precedente (fu proprio lui a condurre Yevlakhov in Siberia oltreché a fare da intermediario ad Amalia), l’attore si avvia, solitario, verso il proprio destino. In un finale enigmatico, fuori dal tempo e dal film stesso (in un luogo isolato, tra le rovine innevate di un paesaggio siberiano), Yevlakhov esce per sempre dall’inquadratura. Una dissolvenza incrociata sfuma questa immagine su di un flusso d’acqua su cui galleggiano alcune fotografie che ritraggono Plotnikov-Yevlakhov. Forse è proprio questo il «deserto del tempo», che tutto trascina via con sé.

Plotnikov-Yevlakhov fu trovato congelato in un campo, tre giorni dopo, lontano da abitazioni e strade. Dove stesse andando e per quale motivo, resta un mistero. Come disse un dottore più tardi, lui era ancora vivo quando fu trasportato alla stazione. Lui rimuginava continuamente su qualcosa riguardante una grande oscurità, riguardo alle persone perse nel deserto del tempo, riguardo ad un’angoscia insopportabile che regna sopra la sconfinata terra russa, riguardo al mistero della storia russa che gli fu rivelata. Egli morì nella stazione, in una macchina per prigionieri. Sorrise ed ebbe tempo di dire solo una cosa: “lo spettacolo è finito”.

the role - 17

NOTE

1. Cfr. con l’analisi dedicata a Il visitatore del museo [Posetitel muzeya, 1989] presente sul sito.

2. L’unico altro caso di bianco e nero, nell’opera lopushanskyana, è dato dal cortometraggio Solo [id., 1980]. D’altronde, anche nel caso del colore, la pratica alla stilizzazione è costante.

3. «One of the movie’s themes is the mystery of creativity, its magic and the price paid by an artist for his or her masterpiece opening the door to human souls.» Intervista a cura di O. Nikonova, Konstantin Lopushansky: it’s exciting to experience the past anewhttp://www.russkiymir.ru/en/publications/140390/

4. «To grasp the meaning of what happened to this nation, the actor is capable of doing only one thing: fitting into the image of a person on the opposite side of the barricades; fathom the homeland’s ways by penetrating into other man’s soul.» Idem.

5. Immagine del finale di The Turn of the Century, di un cielo stellato riflesso nell’acqua.

the role - 18

6. «He desires […] to transform himself from a decadent aesthetic to an ascetic revolutionary (Arsen’ev 2013).» http://russianfilm.blogspot.it/2013/05/konstantin-lopushansky-role-2013.html

7. Il tema del doppio, d’altronde, viene esplicitamente evocato quando lo psichiatra chiamato da Amalia le cita Dostoevskij proprio in riferimento al caso del marito. E come non pensare, ad esempio, al Sosia. Il grande narratore russo, per altro, è una vera e propria costante nel cinema di Lopushansky, evocato in The Turn of the Century e in The Ugly Swan. Così come la figura di Olga, la pietosa donna che aiuta Plotnikov nel suo martirio esistenziale, in fondo sembra uscita dalla penna di Dostoevskij.

8. Come in Il visitatore del museo e in The Ugly Swan, anche in The Role è il treno il mezzo che conduce “dall’altra parte”.

9. G. Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano, p. 113.

10. G. Deleuze, Idem., p. 148.