Un film che cosa può fare? Aiutare la gente a guardare e a sentire, e solo uno che ha imparato a guardare e a sentire e a ribellarsi su quel campo può arrivare a una coscienza politica. (…) Un film è solo una scuola di percezione, basta. Bisogna essere coscienti e modesti e sapere di cosa si tratta. È uno strumento per aiutare la gente a vedere e a guardare, e a vedere meglio e a sentire meglio.

L’estratto che abbiamo qui voluto riportare proviene da un incontro tenuto nel 2001 da Jean-Marie Straub, assieme all’inseparabile compagna Danièle Huillet, presso la Cineteca di Bologna1. Si tratta di parole a nostro avviso importanti in quanto hanno il merito di descrivere, in maniera precisa e puntuale, alcuni aspetti cruciali della poetica di Straub, autore, con Huillet, di circa ventisette tra lungometraggi e cortometraggi girati fra l’Italia, la Francia e la Germania. Ed è proprio attorno a questo gruppo di opere, che coprono un arco temporale di più di cinquant’anni – il loro primo film, Machorka-Muff, è del 1962 –, che si struttura Straub/Huillet. L’enigma del visibile, la recente monografia scritta da Gianluca Gigliozzi per Falsopiano. A differenza infatti di un altro libro pubblicato per la stessa casa editrice e sempre dedicato agli autori di Fortini/Cani (1976), Staub/Huillet. Cineasti italiani (curato da Piero Spila), qui, piuttosto, si è deciso di circoscrivere l’analisi ai soli film firmati dalla coppia di cineasti – e di escludere, dunque, parte della più recente produzione del solo Straub. Si tratta, invero, di un’operazione che, focalizzandosi su di un corpus di opere maggiormente limitato, ha il pregio di far emergere con maggior forza quel pensiero politico e cinematografico che, per coerenza ed “estremismo estetico”, ha conosciuto pochi eguali nella storia del cinema.

straub huillet - 1Cronaca di Anna Magdalena Bach [Chronik der Anna Magdalena Bach, 1967].

D’altronde, non può che stupire positivamente il rinnovato interesse da parte dell’editoria italiana nei confronti di due cineasti così marginali, spesso guardati con sospetto – se non addirittura temuti! – per la presunta difficoltà dei loro film.
Da questo diffuso pregiudizio prende le mosse l’appassionato intervento, critico e personale, di Gigliozzi; un libro che non si limita ad analizzare, in maniera attenta e puntuale, l’evoluzione stilistica del cinema straub-huilletiano, ma che vuole essere innanzitutto un invito rivolto a quello spettatore curioso di forme alternative di cinema. I film di Straub e Huillet, spesso invisibili sul grande schermo o «ghettizzati» dalla televisione al passaggio in orari notturni, sono altresì oggetto di culto per quegli appassionati che hanno voluto confrontarsi con loro, accettando una sfida che coinvolge, in primis, il ruolo stesso dello spettatore. I loro sono film «che ci costringono a rivedere la nostra postura nel mondo» scrive perfettamente Gigliozzi, «e a chiederci chi siamo in rapporto con quel che vediamo e che sentiamo.»2

straub huillet - 2Operai, contadini (2001).

Il tema dello sguardo si rivela, allora, uno dei punti nevralgici del libro; una questione utile per comprendere tanto il carattere politico del loro cinema, quanto quello formale. Come nella pittura di Paul Cézanne, afferma Straub – pittore amatissimo dalla coppia di cineasti, al quale dedicheranno ben due film –, anche nel cinema la dimensione estetica deve incidere profondamente su quella etica. Straub e Huillet fanno loro l’idea cézanniana di artista che «ripensa il reale», e non solo da un punto di vista brechtiano, materialista e marxista, ma anche profondamente cinematografico. «Per Cézanne come per Huillet e Straub l’autentica ricerca formale nasce e si sviluppa in modo rigoroso confrontandosi con le strutture materiali del reale: un lavoro, il loro, che superando dialetticamente il soggettivismo che domina in tante forme di rappresentazione moderne e postmoderne, ambisce a rifondare una “armonia parallela” di natura ed arte, di occhio e di spirito.»3 Un metodo che, come nella citazione straubiana riportata all’inizio del nostro scritto, permetterà allo spettatore di acuire il proprio spirito critico. Una «didattica della percezione», come bene la definisce Gigliozzi.

straub huillet - 3Cézanne: Conversation avec Joachim Gasquet [id., 1989].

L’enigma del visibile, si diceva. È questo il sottotitolo scelto per la monografia – e che ne inquadra le intenzioni. A differenza infatti di molti cineasti interessati a ragionare sull’invisibile cinematografico (pensiamo a Bresson o Dreyer, oppure, in tempi più recenti, a Bruno Dumont o Carlos Reygadas), Straub e Huillet, secondo Gigliozzi, preferiscono dedicarsi alle possibilità del «visibile» nella sua complessità semantica e percettiva. Per farlo, i due registi utilizzano (e nobilitano) – a scapito di ciò che affermano i numerosi detrattori – elementi propri del cinema. «Per i vecchi fanatici dello specifico filmico o per i cinefili dell’ultima ora i film di Huillet e Straub avrebbero il difetto imperdonabile di non essere abbastanza cinematografici (…)».4 In risposta a tali accuse, il testo di Gigliozzi propone una lettura critica focalizzata principalmente sui due aspetti che meglio definiscono la natura della settima arte, il tempo e lo spazio, e a come essi vengano ripensati all’interno del cinema di Straub e Huillet.

straub huillet - 4Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi [Les yeux ne veulent pas en tout temps se fermer ou Peut-être qu’un jour Rome se permettra de choisir à son tour (Othon), 1969].

La profonda materialità del loro cinema, fatto di suoni in presa reale, di set naturali (utili per rievocare un «passato sempre presente»), di corpi, di volti, ma anche di terra, di acqua, di rocce – secondo la definizione molto calzante di «spazio geologico» –, attraversa tematicamente l’analisi nei suoi passaggi principali. Ma il libro ha altresì il pregio di mostrarci l’opera straub-huilletiana, nel suo complesso, tutt’altro che monolitica. Perché, come nota il critico, «col passare degli anni la ricerca di Huillet e Straub verterà sempre di più sui rapporti di spazio piuttosto che su quelli di tempo; non nel senso che la temporalità diventi neutrale o insignificante, ma nel senso che il soggetto dell’enunciazione tenderà sempre più a lasciare le sue tracce nell’uso dello spazio.»5 Un punto in comune, questo, con un altro grande “pensatore per immagini”, Béla Tarr, che coi suoi film si è sempre più interrogato proprio sulla spazializzazione del tempo6.
Allo stesso modo, nei loro ultimi film, Straub e Huillet ridurranno al minimo l’uso del montaggio, lasciando sempre più spazio ai corpi e alle parole, alla natura e all’imprevisto del reale. Ché è tra le sue pieghe che si potrà scorgere la verità inesauribile del visibile.

NOTE

1. Riprese e montaggio di Damiano Debiasi. https://www.youtube.com/watch?v=81OxJRJ2CdU

2. Gianluca Gigliozzi, Straub/Huillet. L’enigma del visibile, Falsopiano, 2018, p. 19.

3. Idem., p. 150.

4. Idem. p. 41.

5. Idem., p. 88.

6. Come d’altronde abbiamo già avuto modo di vedere su queste pagine, in riferimento al capolavoro Satantango [Sátántangó, 1994]. Cfr. https://specchioscuro.it/satantango/