Il presente contributo è un estratto dall’ultimo volume del periodico culturale Charta Sporca, Numero 37 – Fantasmi, dedicato ad alcuni tra i numerosi fantasmi che infestano la produzione culturale contemporanea a cavallo di vari linguaggi e arti. Charta Sporca nasce nell’autunno del 2010 durante le proteste degli studenti dell’Università di Trieste contro la “riforma” Gelmini. Il primo numero esce nell’ottobre 2011. Negli anni, il progetto ha coinvolto volti nuovi ed ampliato i suoi confini, includendo anche eventi di divulgazione culturale. Nel 2023 ha curato il docu-film Comizi d’amore 2.0, remake triestino dell’originale di Pasolini.
Nel rispetto dell’integrità del contributo proposto, le norme editoriali sono state lasciate invariate. Le note bibliografiche sono state ridotte alle sole fonti presenti nell’estratto, escludendo quelle in porzioni di testo non riportate.
Dalla grafica di Charta Sporca 37 – Fantasmi.
«[…] attraverso il bene che mi hai fatto,
ho preso coscienza del mio male.»
Pier Paolo Pasolini, Teorema
Nel 1917 il teologo protestante Rudolf Otto pubblica Das Heilige (Il Sacro). In dissenso con la sociologia tardo-ottocentesca, che ha pensato la cultura come un artefatto indagabile scientificamente, l’autore afferma che il sacro, nucleo fondante di ogni esperienza religiosa, diverge da ogni sistematizzazione scientifica. Uno degli autori del Novecento italiano che si è più lasciato interrogare dal sacro è Pier Paolo Pasolini, che ne ha fatto il faro della sua poetica. La poesia è infatti per Pasolini non solo una forma artistica, ma una maniera viva e perciò metaforica di abitare il mondo: un modo d’essere immediato che non fa, ma dice, in cui l’uomo non calcola, ma sente. Da qui, per Pasolini, l’importanza delle culture contadine, incarnazione fondamentale di questa sua antropologia poetico-sacrale.
Attento lettore di antropologia, Pasolini si interessa degli studi di Marcel Mauss, per il quale nelle antropologie pre-moderne vigevano i principi della gratuità e del dono, e delle riflessioni di Levy Bruhl, che riconosceva nel mondo arcaico un principio mistico «in virtù del quale l’individuo umano non è isolabile e isolato dal resto del mondo»; principio che istituisce «tra la dimensione umana e l’ambiente circostante […] una comunione segreta» (Filoramo, Massenzio et al. 2001).
Il sacro erotico di Teorema
A partire da questi riferimenti teorici, all’inizio degli anni Sessanta, al culmine della sua fase etico-civile, Pasolini utilizza il Cristo del Vangelo secondo Matteo per rappresentare tutta la forza di un sacro capace di destituire le gerarchie del mondo terreno, annunciando l’uguaglianza assoluta del Regno di Dio. Tuttavia, in seguito alla compiuta affermazione della società dei consumi, questa azione «piena» del sacro per Pasolini diviene impraticabile. Il sacro – in quanto inconsumabile e inappropriabile – è rigettato dalla società borghese. Il sacro fonda la possibilità di una valorizzazione costante e irriducibile della vita, mentre l’economico mira all’esaurimento di ogni valore nell’ambito ristretto della mercificazione. Queste riflessioni vengono ulteriormente sviluppate da Pasolini in quella che è la sua opera forse più intrisa di sacro, Teorema. L’opera cinematografica si apre con la rappresentazione dell’insipida vita di una famiglia borghese, sconvolta dall’arrivo di un ospite che intrattiene rapporti sessuali con tutti i membri della famiglia, compresa la domestica Emilia. Da questo incontro i personaggi borghesi restano profondamente perturbati, fino a perdere la loro identità. Emilia, date le sue origini sottoproletarie, è l’unica a uscirne edificata. L’ospite, che rimane senza nome, è il sacro, ma un sacro dionisiaco, uno spettro che irrompe nelle case borghesi e le infesta. Teorema mette in scena un’apocalisse culturale, il destino nefasto della società borghese che, nel pensarsi ormai emancipata da ogni forma di irrazionalità, è tormentata e sconvolta proprio da quella forza che credeva di aver ormai rimosso e dominato. Il sacro come fantasma infesta quindi la società del tardo-capitalismo e fa luce sull’infondatezza dei valori della vita borghese. La spettralità del sacro in Pasolini è da intendere, in senso derridiano, come un rimosso che ritorna a perseguita. In Spettri di Marx del 1993 il filosofo francese riprende dal padre del comunismo la questione dello spettro e se ne serve per rispondere a Fukuyama, decostruendo le sue tesi sulla fine della storia, sull’eterno trionfo del blocco occidentale seguito alla fine della Guerra Fredda e l’azzardata profezia sul migliore dei mondi possibili a cui la democrazia liberale globale (made in USA) avrebbe finalmente aperto le porte. In questa buona novella fasulla il marxismo, sostiene Derrida, ritorna come uno spettro, un passato rimosso, che svela tutta la fragilità e l’ingiustizia del capitalismo avanzato. Un ritorno fantasmatico capace di mostrarci come «Sopravvivenza non significa più la morte e poi il ritorno dello spettro, ma il sopravvivere di un eccesso di vita, che resiste all’annientamento» (Derrida 1994). Come il comunismo, anche il sacro resiste spettralmente al suo tentativo di annientamento.
Proprio lì dove la società borghese e la modernità capitalista si pensano pienamente secolarizzate, e tentano di immunizzarsi da ogni aspetto del reale che sfugge alla razionalità matematica, alla mercificazione e alla valorizzazione del profitto, il sacro morde e prende d’assalto, invadendo e devastando la coscienza borghese. Riappare, dice Pasolini, sotto forma di un’ingiunzione, scardinando la cieca fiducia nel falso progresso tecnico-scientifico di matrice positivista. Ogni riapparire è infatti anche, in qualche modo, una rivelazione, e quindi un’apocalisse. Come spiega lo stesso Pasolini sulla rivista Quinzaine littéraire: «Il mio sconosciuto […] è il messaggero di un Dio impietoso che – per mezzo di un evento concreto, di una presenza misteriosa – toglie i mortali dalla loro falsa sicurezza».
In Teorema, dopo l’incontro col conturbante ed erotico Dio giunto a visitare la famiglia, la figlia cade in una condizione catatonica, la madre ricerca insaziabilmente il giovane ospite in nuove relazioni con altri ragazzi, il figlio prova a dar forma al suo tormento interiore attraverso la pittura, ma rimane intrappolato nell’avanguardismo (notoriamente inviso a Pasolini), mentre il padre regala la fabbrica di famiglia ai propri operai e si abbandona a un urlo senza fine nel deserto.
L’anti-sacralità totalitaria di Salò o le 120 giornate di Sodoma
Se lo spettro del sacro compare per mettere in discussione la vita borghese, il capitale nelle sue forme più reattive e conservatrici lavora invece, in senso opposto, per esorcizzarlo. Una contrapposizione che possiamo trovare in Salò o le 120 Giornate di Sodoma dove, nell’efferata crudeltà del film, il sacro sembra completamente soppresso. In una scena esemplare del film, i rappresentati del potere fascista selezionano alcuni giovani da famiglie antifasciste e li portano in una villa. Prima di dare inizio alle loro sevizie, ispirate all’omonimo romanzo del Marchese de Sade, i Signori elencano alcune regole da seguire, la più severa delle quali concerne proprio la proibizione di ogni atto religioso. Nella villa vige uno stato d’eccezione che rimuove il sacro per decreto. Secondo Bazzocchi (2016), in Salò le torture inflitte ai giovani delle campagne sottoproletarie rappresentano il tentativo di fondare un nuovo modello umano, alterando i codici del corpo, infrangendone tutti i confini e le regole più inviolabili. Salò è una distopia totalitaria, ma è anche uno sguardo documentario sulla realtà del capitalismo e sulle sue strategie di assoggettamento. Il corpo va sottratto al mondo improduttivo, inoperoso e arcaico delle campagne sottoproletarie – la cui sacralità implica una temporalità ciclica che ignora felicemente la trinità capitalista utile-colpa-sviluppo – e va piuttosto rimodellato, in modo violento e coercitivo, come pura merce. In Salò respiriamo un’atmosfera rovesciata rispetto alla riflessione sul sacro del Vangelo secondo Matteo, ma anche molto diversa da quella di Teorema, perché agli inizi degli anni ’70 il capitalismo ha per PPP ormai definitivamente sconfitto il sacro. Tale vittoria è simboleggiata dalla scena finale di Salò, dove una delle giovani vittime, Umberto Chessari, diviene scherano dei quattro Signori e, come loro, finisce per eccitarsi di fronte alle sevizie che concludono il film: «L’utopia di Teorema, […] appartiene ora a un’altra epoca, irreversibilmente trascorsa. Dal sesso del giovane dio, che fa deflagrare il piccolo ordine borghese, siamo passati al sesso obbediente alle stesse pulsioni del «mostro» borghese. […] La fine della sacralità del sesso è la sua normalizzazione» (Chiesi 2013). Nella sua Abiura della Trilogia della Vita, PPP denuncerà non a caso proprio come il neoliberismo abbia ormai preso il sopravvento sui corpi sottoproletari che, con «l’arcaica, fosca, vitale violenza dei loro organi sessuali» rappresentavano «l’ultimo baluardo contro il pieno imborghesimento della vita», fino a farne ormai nulla più che «un mucchio di insignificanti e ironiche rovine».
Leggi l’intervento completo sul Charta Sporca Numero 37 – Fantasmi, 137-153.
NOTE
Marco Antonio Bazzocchi, Abiura, Parresia e sessualità in Pasolini, Foucault e il «politico» a cura di R. Kirchmayr, Marsilio, Venezia, 2016
Gianni Carchia, Il Mistero e l’iniziazione in A partire da Petrolio. Pasolini interroga la letteratura, a cura di Carla Benedetti e Maria Antonietta Grignani, Logno Editore, Ravenna, 1995
Roberto Chiesi, Il sesso sacro. Dall’epifania di Teorema alla normalizzazione di Salò (2013) in Pasolini e l’interrogazione del sacro, a cura di Angela Felice e Gian Paolo Gri, Marsilio Editori, Venezia, 2016
Jacques Derrida, Spettri di Marx: stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, Raffaello Cortina, Milano, 1994
Giovanni Filoramo, Marcello Massenzio, Massimo Raveri, Paolo Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Mondolibri, Milano, 2001
Rudolf Otto, Il sacro: l’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano, 1984
