Esco dalla sala Fevi in preda ad un misto di irritazione e sarcasmo. Faccio in modo che il secondo stato d’animo bilanci il primo. Al cinema a volte sfioro la patologia. È questo il caso. Confondo la nazionalità del film ancora prima di entrare a vederlo: che film vai a vedere? Il taiwanese, no il thailandese. Fino al giorno successivo, parlandone con amici, prolungo questo inciampo geografico. È un mio limite: poco avvezzo alle cinematografie dell’estremo oriente, confondo perfino il volto degli attori, mi perdo e cancello ogni tratto fisiognomico e, alla fine, mi sembra di applicare a quel cinema, a quei volti, le teorie di Galton con i suoi ritratti compositi. Insomma, sullo schermo vedo sempre lo stesso volto, gli stessi tratti.
Il film in questione è in concorso, si intitola By the Time It Gets Dark [Dao Khanong, 2016] e l’ha realizzato una giovane donna, Anocha Suwichakornpong (aggiusto la mia lacuna geografica ricordandomi che il finale “pong” rimanda a Apichatpong Weerasethakul, dunque deve essere taiwanese… no, thailandese). Irritazione? Sarcasmo? Seduto sulle seggioline del Fevi mi ritrovo a pensare che film simili compongano ormai una specie di genere a sé, e mi spazientisco fin dalle prime inquadrature. Conoscete il genere: l’inquadratura è quasi fissa, scivola impercettibile, precisa al millimetro. Negli interni il teleobiettivo annulla spesso la profondità, creando proiezioni geometriche fatte di linee verticali e orizzontali su cui si installano figure colte di profilo, silenti, meditabonde. La fotografia è superba.

dao khanong by the time it gets dark

A cosa pensano gli attori ripresi mentre pensano? Annotiamo qui gli elementi della trama. Una giovane donna regista vuole realizzare un film imperniato sulla biografia di una famosa scrittrice che, ancora studentessa, scampò al massacro nell’università di Thammasat, avvenuto il 6 ottobre del 1976, per mano dei militari e di frange paramilitari di estrema destra. Le due si ritrovano dunque in una casa isolata, immersa nella vegetazione, per una lunga intervista, punto di snodo per la scrittura della sceneggiatura. La regista risulta sottilmente egotica, spocchiosa: in una scena, le due sono sedute in un modesto chiosco all’aperto. Mossa da curiosità (sono forestiere) la ragazza che serve ai tavoli domanda cosa facciano lì. La regista riassume: lei è una regista e quella di fronte a lei è un’importante scrittrice thailandese – che ovviamente lei non ha riconosciuto. La sta intervistando sui fatti salienti della sua vita e con il materiale scriverà la sceneggiatura del film. «Ma non sarebbe meglio se la scrivesse lei, la scrittrice, la storia della sua vita?» chiede la ragazza. Con impercettibile gesto snob, la regista cambia registro, riconsegnandola al suo ruolo, domandando il menu.

dao khanong by the time it gets dark

Stronzaggine, o forma di esorcismo («non sono io quella regista»), lo snodo, l’innesco, è legato ai terribili fatti legati al reale massacro degli studenti. Nel 1976. Ma l’innesco è anche il punto cieco del film, la sua dimensione immemoriale. In ogni caso, il film mi provoca un’orticaria tale che lenisco molestando chi sta al mio fianco, producendomi in una sequenza di battute sarcastiche.
Ci sono varie reazioni possibili davanti a un film. Il sarcasmo resta una forma di autodifesa, o di autoconservazione. Ed è questo il caso, mi dico, seduto lì al buio. In più, risulta facile fare battute quando sullo schermo vedi improvvisamente apparire uno strano fungo blu metallizzato e brillante, che la “regista” raccoglie e fissa in una delle sue passeggiate nel bosco. Avrà un effetto allucinogeno?
Nondimeno, è da lì che il film parte per la tangente. Poco più avanti lo schermo si chiude nel nero e l’inquadratura che segue è quella di una strada percorsa nel buio della notte. Il resto del film è un continuo differire, velare, seppellire il suo assunto di partenza: il tragico massacro degli studenti. Invece di fare il punto, il film sterza e si esibisce in una continua divagazione a cui non sfugge neppure la temibile retorica del “film nel film”, della “mise en abîme”. I volti, che di solito non riconosco, qui invece cambiano. La scrittrice e la regista evaporano. Riacciuffo la ragazza che serviva nel chiosco, ma ora lavora in un grande immobile, e pulisce i bagni. Poi compare un giovane uomo baffuto, che di mestiere fa l’attore. Vengono inquadrate le braccia di due persone che camminano, un uomo e una donna, ma le mani non si intrecciano. È una storia d’amore? Un incubo da cui ci si vorrebbe svegliare? Sembra di essere finiti in un film di Antonioni in acido, e il dettaglio di quelle braccia penzolanti, in movimento, mi fanno addirittura pensare a Hiroshima mon amour [id., Alain Resnais, 1959]. Lo penso mentre già sono uscito dalla sala, a film terminato.

dao khanong by the time it gets dark

hiroshima mon amour alain resnais

Sopra: By the Time It Gets Dark. Sotto: Hiroshima mon amour

C’è un problema. Vorrei liquidare il film, ma non ci riesco. Qualcosa mi riporta lì, anche se non voglio. Ripenso alla passeggiata e alle braccia penzolanti, immagini che accosto al film di Resnais. Ma, ora che ci penso, forse una scena del genere nel film di Resnais non c’è neppure. Però c’è una frase scritta dalla Duras, che si addice perfettamente a questo film: non hai visto nulla a Hiroshima. Così, le cose sedimentano e prendono tutt’altra prospettiva. Che cosa ho visto a Thammasat nel 1976, potrebbe essere la domanda giusta da porsi. La stessa domanda se l’è probabilmente fatta la regista di questo film bucato, eccentrico, indolente, perso in se stesso. La risposta non è semplice e neppure univoca: fisiologicamente, di fronte a fatti complessi, traumatici, noi tendiamo a dimenticare, oppure distorciamo i fatti accaduti. La nostra memoria li altera, ne fa altro, creando una specie di copertura. Che sia questo il caso? Perché il film accelera, uscendo dai suoi cardini, complicando la sua struttura, muovendosi su temporalità differenti, schiudendo mondi simultanei. Come uno scienziato, Anocha Suwichakornpong sembra lavorare a un tempo filmico di cui ancora non maneggiamo con perizia la formula, dove noi fungiamo da cavie, sperimentatori. È chiaro che tutto parta da una memoria lacunosa, da un senso di oblio. Tu non hai visto nulla a Thammasat. Ne affiorano affetti, specie di cose, che non fanno risorgere quel tempo, anzi ci rendono testimoni della sua abolizione. Ciò che è andato perso stabilisce la distanza di una irrealtà del presente.

dao khanong by the time it gets dark

Così, il giorno dopo, mentre lascio Locarno in treno, penso che se in questo film emerge una dimensione larvale, fantomale, non è per scimmiottare i film di Apichatpong Weerasethakul, di cui leggo accostamenti qua e là. C’è qualcosa di più profondo che unisce i due. Ed è qualcosa che riguarda la gestione della memoria, la sensibilità dell’archivio e dei suoi traumi. Proposizione ipotetica che rubo a Jean Louis Schefer1: «L’archivio come materiale, come materia, non è il romanzo: il primo brucia la sua finzione e come il secondo, ancora più velocemente, brucia il reale. Il presente è diventato il suo immaginario, non la sua verità». Mal d’archivo.
Dao Khanong (By the Time It Gets Dark) – mi pare – sta tutto dalla parte di questo immaginario. Tutto il film non fa che ripetere questa posizione. Ad esempio, cos’è un volto sullo schermo? Cosa diventa un volto lavorato in postproduzione con la color correction? Vediamo questo volto trattato, segmentato sullo schermo video da linee ovali e cursori. Un programma digitalmente ne modificherà l’incarnato. Cosmesi artificiale. Nello stesso istante giunge una telefonata alla regista, lì nella stanza, intenta a controllare l’inquadratura. L’attore è morto in un’incidente d’auto. Che fare? Andare avanti? Dopo pochi istante il lavoro riparte. E si sente che qualcosa stride. Ti chiedi se quello sia davvero lo stesso volto di qualche secondo prima. Fa davvero un effetto strano. Eppure, non ci si imbelletta per coprire un difetto? per velare ciò che si disfa? perfino la morte, in attesa di entrare in una dimesione immemoriale, senza età? Non è questo il cinema?

dao khanong by the time it gets dark

Ecco, Dao Khanong (By the Time It Gets Dark) procede in questo modo. Differisce, ripete, gira in tondo, trasforma perché qualcosa non vuole emergere. Il film divaga, trucca, ma per forma di difesa. Ciò che abbiamo perduto, o cancellato, stabilisce la distanza di una irrealtà del presente. Questo presente è immaginato, perché il passato resta perturbato, come i disturbi del segnale digitale che rendono irriconoscibile l’immagine nell’inquadratura finale. Il disturbo glitch che cancella di fatto l’immagine, per poi ricomporla, mostrando un paesaggio monocromo, un velo rosa artificiale che lentamente viene stabilizzato, trasformandosi nell’azzurro limpido in una radura immersa di luce, racchiude forse il segreto del film. Questo gesto tecnico di correzione è la sua bizzarra cifra nel tappeto.

NOTE

1. J.L. Schefer, Squelettes et autres fantasies – Main courante 5, POL, 2016, p. 151