La domanda che, legittimamente, bisognerebbe porsi è: «A cosa può servire, oggi, tornare a ragionare della postmodernità?»
Le risposte che, a tal proposito, offre Postmoderno e cinema. Nuove prospettive d’analisi (Carocci, 2017, pp. 175) di Luca Malavasi sono molteplici e sorprendenti.
Anzitutto per fare un po’ di chiarezza nomenclatoria all’interno di un magma terminologico da cui si è attinto indiscriminatamente e di cui si è abusato senza una reale coscienza di causa. Per cui, seguendo le indicazioni proposte da John Frow nel saggio What Was Postmdernism?, ecco che per postmodernismo si dovrà intendere «un insieme di pratiche culturali, alcune delle quali in opposizione»; per postmodernizzazione «un processo economico con implicazioni sociali e culturali»; per postmodernità, infine, «una categoria filosofica che designa la temporalità della società post-capitalistica»1.
Nondimeno, il titolo stesso (
Postmoderno e cinema, non Il cinema postmoderno) svela una prassi metodologica non convenzionale. Perché non si tratta più di compilare una più o meno sterile tassonomia estetica di un sentimento oggi estintosi, al di là di qualche inevitabile recrudescenza. Piuttosto, il punto è cercare di capire come il cinema abbia reagito a tutto un apparato socio-economico, tecnologico, culturale che lo ha determinato, senza il quale non avremmo i Videodrome [id., David Cronenberg, 1983] e i Terminator [The Terminator, James Cameron, 1984], I predatori dell’arca perduta [Raiders of the Lost Ark, Steven Spielberg, 1981] e Il signore del male [Prince of Darkness, John Carpenter, 1987] e via discorrendo.

videodrome postmoderno e cinema

Secondo l’autore, Videodrome si configura come un testo-chiave per comprendere la riformulazione del rapporto tra immagine e realtà occorsa in piena postmodernità, testimoniando limpidamente il «il progressivo prender corpo delle immagini, il loro proiettarsi nella realtà e come realtà» (p. 133)

Ecco quindi che il cinema (o, come meglio specifica Malavasi, il postmodernismo cinematografico) dei simulacri, dell’iperrealtà, dei nuovi paradigmi dell’immagine provvisti dalle nuove tecnologie elettroniche (prima della rivoluzione digitale), è da inquadrarsi come forma di reazione ad un mondo che, heidegerrianamente, è diventato esso stesso immagine. Assai coerentemente con questo assunto, la riflessione dell’autore più strettamente relativa al rapporto tra postmodernismo e cinema si orienta pertanto a stabilire come tale relazione abbia innescato «un rilancio costante, insieme storico, ontologico ed epistemologico, della questione delle immagini nella realtà, che esse possono anche arrivare a desertificare per simulazione o a uccidere per sostituzione integrale.»2 Un cambiamento epocale (del mondo, del cinema, delle immagini, del concetto stesso di realtà), passato al vaglio attraverso riferimenti non scontati: da Ultracorpi – L’invasione continua [Body Snatchers, Abel Ferrara, 1993] al sottostimato Troppo belle per vivere [Looker, Michael Crichton, 1981] fino a Spiccioli dal cielo [Pennies from Heaven, Herbert Ross, 1981], uno dei più importanti musical degli ultimi quarant’anni. 

spiccioli dal cielo postmoderno1 spiccioli dal cielo postmoderno2 spiccioli dal cielo postmoderno3

Iper-realtà postmoderna: Spiccioli da cielo.

Il risultato di questa indagine, minuziosamente condotta per mezzo di un continuo confronto con un ampio ventaglio di referenti critico-filosofico-teorici, è un bilancio ricco e complesso di come il cinema, nella postmodernità, abbia contribuito a riscrivere il rapporto tra immagine e realtà attraverso un continuo interscambio con il mondo che lo ha prodotto.

looker postmoderno e cinema1 looker postmoderno e cinema2

Troppo belle per vivere: quale è l’origine delle immagini? E il loro rapporto con bios e techne? E in che termini si declina la relazione tra copia e originale?

Eppure, prima di arrivare a ragionare di cinema ai tempi della postmodernità, è necessario anzitutto mettere bene in chiaro che questa stessa postmodernità (come condizione culturale, filosofica, economico-finanziaria prima ancora che cinematografica) è oramai passata e finita, che la sua esperienza si è chiusa, che ogni discorso intorno ad essa deve necessariamente essere condotto ex post. Senza gli entusiasmi della presa diretta e con la lucidità della riflessione a posteriori.
Per questo, il primo capitolo del libro effigia un quadro ricchissimo del dibattito3 sulla fine del postmoderno e sulla difficoltà, sia essa teorica o filosofica, di trovare un adeguato modello che lo integri e lo sostituisca. Da questo punto di vista, la necessità, più volte rimarcata, di un ritorno all’autenticità in risposta all’ironia marcatamente postmoderna, il bisogno di un nuovo realismo e di una nuova spiritualità s’inscrivono in dinamiche ancora in atto, risultano comprensibili solamente accettando la fine della postmodernità e, soprattutto, interrogandosi sul senso (e la natura) di quell’esperienza.

femme fatale postmoderno

Ultimi bagliori di postmodernità: Femme fatale di Brian De Palma

Per approfondire questo e gli altri versanti di riflessione rimandiamo, ovviamente, alla lettura del testo. Quanto conta rilevare, in questa sede, è che, passato oramai il giusto intervallo di tempo da quando Jean-François Lyotard fu incaricato dal Conseil des universités del Quebec di redigere un rapporto sul sapere nelle società più tecnologizzate4, è finalmente possibile rileggere la postmodernità da una prospettiva privilegiata. E capire che il postmodernismo (per anni concetto-capestro con cui etichettare di tutto e di più), con i suoi annessi e connessi (ironia, relativismo, decostruzionismo, assolutizzazione del presente, cultura del frammento e del “meta”, dell’intertestualità e dell’iperbole), non è stato un movimento eminentemente estetico (e solipsistico), ma una più diffusa pratica culturale inscritta in un mondo che viveva una fase di profondo cambiamento tecnologico (l’elettronica), mediale (i media elettronici che anticipano la nuova era digitale) ed economico (ricordate Jameson e la logica del tardo capitalismo?).
Così da comprendere finalmente che quell’arte e, nel nostro caso, quel cinema non meritano lo sdegno con cui per anni sono stati liquidati, né le accuse di disimpegno o fatuità (di cui hanno fatto le spese anche autori a più riprese citati da Malavasi come Brian De Palma o John Carpenter), ma necessitano di essere rimessi in prospettiva.

Non solo per comprendere meglio il passato, ma per cominciare a riflettere sul nostro presente.

la rosa purpurea del cairo postmoderno1 la rosa purpurea del cairo postmoderno2

Le immagini prendono possesso della realtà: La rosa purpurea del Cairo [The Purple Rose of Cairo, Woody Allen, 1985]. Il film di Allen, come Videodrome, rimanda – secondo Malavasi – all’elaborazione «di una coscienza lucida, da parte delle immagini, della propria identità» (p. 124)

Ed è proprio sotto queste versante che il testo di Malavasi acquista ulteriore rilevanza. Perché spalancare lo sguardo sul nostro recente passato è fondamentale per aprirsi al presente (e, di conseguenza, spianare la strada per iniziare ad immaginare il futuro). Come ha scritto Remo Ceserani parlare di postmoderno, oggi, significa «impegnarsi a storicizzare il presente, a interpretare, giudicare il mondo in cui viviamo.»5. O, come sostiene Ruggero Eugeni nella prefazione, «riflettere […] sul postmoderno significa fare un’archeologia del presente.»6.
Così, se Francesco Casetti ne La galassia Lumière7 rifletteva sulla rilocazione dell’esperienza della visione nel mondo d’oggi e lo stesso Eugeni ne La condizione postmediale8 s’interrogava sulle configurazioni di senso assunte dalla nostra esperienza quotidiana all’interno dei nuovi ambienti mediali, Postmoderno e cinema. Nuove prospettive d’analisi completa questo trittico ideale presentandosi come tassello imprescindibile per comprendere il rapporto tra le immagini e la realtà della nostra era digitale (e, quindi, inevitabilmente post-postmoderna).
Interpretando il passato per immaginare il presente.

il signore del male postmoderno

NOTE

1. p. 21 

2. p. 139 

3. Va necessariamente fatto notare come buona parte dei testi (e quindi delle loro idee e dei loro contenuti) citati dall’autore non ha avuto una traduzione italiana. 

4. Esperienza che si concluse con la pubblicazione del celebre saggio La condizione postmoderna 

5. R. Ceserani, Raccontare il postmoderno, Bollati Boringhieri, Torino, 1997-2013, p. 19 

6. p. 10 

7. F. Casetti, La galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene, Bompiani, Milano, 2015 

8. R. Eugeni, La condizione postmediale, La Scuola, Milano, 2015