Close-up: Paul Verhoeven

Attraverso l’analisi di quattro tra i più rappresentativi thriller di Paul Verhoeven, con questo speciale si è cercato a delineare alcune delle caratteristiche più significative della sua poetica. Un cinema in cui le tensioni fra le origini olandesi del suo autore e il confronto con l’industria americana hanno dato origine a un’opera complessa e stratificata, ricca di richiami alla tradizione statunitense – il particolar modo ad Alfred Hitchcock, come dimostra il caso emblematico di Basic Instinct – ma con una sensibilità e un’ambiguità proprie del cinema d’autore europeo.

Il quarto uomo, a cura di Nicolò Vigna.

il quarto uomo - copertina

Il quarto uomo [De vierde man, 1983] è forse il film che, più d’ogni altro, avvicina la sensibilità europea di Paul Verhoeven a gusti specificatamente americani  ancor più del precedente Soldato d’Orange [Soldaat van Oranje, 1977], kolossal storico che, pure, gli valse l’invito di Steven Spielberg a Hollywood. Il sesto lungometraggio del futuro regista di RoboCop [id., 1987], infatti, non solo ha il merito di ricucire il rapporto tra Verhoeven e l’opinione pubblica olandese ancora turbata dallo sconvolgente Spetters – Spruzzi [Spetters, 1980]: con Il quarto uomo, il regista ha l’occasione per confrontarsi, in maniera assolutamente personale, con l’universo morboso e disturbante del thriller erotico, ovvero quel genere che, proprio negli Stati Uniti, con Basic Instinct [id., 1992], gli avrebbe conferito notorietà internazionale. «The Fourth Man is a prequel, you would say, to Basic Instinct» ha dichiarato d’altronde lo stesso Verhoeven, non nascondendo le strette correlazioni esistenti tra il film del 1983 e quello del ’92. Continua

Basic Instinct, a cura di Lorenzo Baldassarri.

basic instinct copertina

«Film your murders like love scenes, and film your love scenes like murders.» Chissà se il regista Paul Verhoeven, sul set del suo quarto lungometraggio americano, il controverso Basic Instinct [id., 1992], aveva in mente questa frase di Alfred Hitchcock. Ad ascoltare il regista olandese, sembrerebbe proprio di sì: «The sex scenes in Basic Instinct – dice – were never supposed to get exciting. They are in fact thriller scenes». Del resto, è risaputo l’apprezzamento di Verhoeven nei confronti del cinema del regista di Psyco [Psycho, 1960]: in più di un’intervista, il regista olandese ha dichiarato che il suo film preferito è La donna che visse due volte [Vertigo, 1958]; per tutta la durata di Basic Instinct, l’attrice Sharon Stone esibisce una pettinatura simile a quella di Kim Novak; sia Vertigoche il film di Verhoeven sono ambientati a San Francisco; anche il soundtrack di Jerry Goldsmith riprende quello, immortale, di Bernard Herrmann. Continua

L’uomo senza ombra, a cura di Leonardo Persia.

hollow man l'uomo senza ombra

L’uomo senza ombra [Hollow Man, 2000] di Paul Verhoeven non gode di buona fama. Gli si rimprovera una sceneggiatura le cui potenzialità non lievitano e che registicamente s’intrappola in un manierismo lussuosamente mediocre, in linea con i canoni più triti del fanta-horror coevo, finendo per risultare sommario e indefinito. Per ammissione dello stesso autore. Raramente però la genericità di un’opera è mai stata così in sintonia con il medesimo concetto di vaghezza alla base del suo discorso. Il film riflette al proprio interno la nevrosi del suo personaggio, a sua volta rappresentante di una sommarietà esistenziale: l’epitome di un limite umano sempre al centro dell’enunciato del cineasta olandese. Continua

Elle, a cura di Fabio Fulfaro.

elle - copertina

Sin dai tempi di Basic Instinct [id., 1992] e Showgirls [id., 1995], Paul Verhoeven ha sempre cercato di disegnare personaggi femminili che obbedissero al principio di azione-reazione: più la società maschilista provava a ingabbiarle e sfruttarle, più le eroine assumevano il controllo della situazione e ribaltavano la posizione di inferiorità. Questo concetto di dominanza e di potere rovesciati soprattutto per mezzo della seduzione e della sessualità ha determinato le ingenerose accuse di misoginia e sessismo. Ma Catherine Tramell è un personaggio assolutamente autoconsapevole: usa il sesso come trasgressione esplicita che smantella le fondamenta del rituale sociale, trasformando il desiderio in atto e l’atto in immagine pulsione dall’effetto dirompente, in una reazione a catena che si conclude con la depersonalizzazione e la violazione del corpo. Il maschio è vittima non certo carnefice. A rafforzare il concetto, in Showgirls risulta evidente che Nomi Malone per sopravvivere nel mondo dello spettacolo deve servirsi di cinismo e calcolo manipolando il desiderio maschile. Continua