Prima di spararsi alla tempia, il Reichsführer John Smith confessa le sue angosce: «È insopportabile vedere tutte le persone che potevi essere e sapere che, di tutte, è questa quella che sei diventato». Siamo nelle ultime scene di The Man in the High Castle [id., creata da Frank Spotnitz, 2015-2019,], la serie televisiva Amazon liberamente tratta dal romanzo La svastica sul sole (pubblicato anche col titolo L’uomo nell’alto castello) di Philip K. Dick (che si spera il lettore abbia già visto, per evitare indesiderati spoiler). Smith, tramite il portale sviluppato dagli scienziati del Reich, ha potuto viaggiare nel Nebenwelt, il mondo adiacente: una realtà parallela a quella in cui vive, un mondo in cui l’Asse non ha vinto la guerra e in cui suo figlio è ancora vivo. Lì non è che un modesto agente di commercio, mentre qui è riuscito a scalare i vertici del Reich fino ad assumere il comando degli Stati Uniti Orientali. Ma lì la sua famiglia è ancora unita, mentre qui è ormai distrutta dal sottile veleno dell’ideologia nazista che ne ha stravolto l’esistenza.
Questa scena dovrebbe metterci in guardia dal non innamorarci troppo dell’idea degli universi paralleli, o multiverso: la sua seduzione è tale che non solo oggi assistiamo a un profluvio di produzioni televisive e cinematografiche di successo che ruotano intorno a quest’idea, ma sempre più fisici teorici e cosmologi sono pronti a considerarla una possibilità reale. Il fatto che l’idea stessa del multiverso sia emersa prima di tutto nell’immaginazione popolare, prima di approdare al rigoroso mondo della fisica teorica, è di per sé emblematico. Di sicuro quando Frederic Brown scrisse uno dei suoi romanzi più divertenti e affascinanti, Assurdo universo (1949), a nessuno scienziato sarebbe mai passata per la mente l’ipotesi che l’esistenza di molteplici realtà parallele alla nostra, ciascuna abitata da nostri doppi (doppelgänger) le cui vite hanno preso diramazioni diverse, potesse essere anche solo lontanamente plausibile. Jorge Luis Borges, nel suo celebre racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano (1941), aveva esplorato un’idea analoga.
Ma non erano passati nemmeno vent’anni da quando si era scoperto che l’universo è composto da innumerevoli galassie, ciascuna composta da innumerevoli soli che, in linea teorica, possono ospitare innumerevoli pianeti intorno. L’universo sembrava già talmente grande – forse persino infinito – da non necessitare di ingrandirlo al punto da includere altri universi.

Il giardino delle funzioni d’onda che si biforcano

Il primo a prendere sul serio questa possibilità fu un uomo dalla vita bizzarra, Hugh Everett III. Dopo una laurea in ingegneria chimica, aveva capito che la sua vera vocazione era la fisica teorica (a tredici anni aveva scritto ad Albert Einstein, che gli rispose) e aveva trovato, all’Institute for Advanced Study di Princeton, il mentore adatto a lui: John Archibald Wheeler. A Wheeler piacevano le teorie più immaginose, nonostante fosse un fisico rigoroso e vecchio stile, che aveva collaborato al Progetto Manhattan e aveva riportato in auge gli studi sulla gravità e la relatività generale grazie ai suoi stretti legami con Einstein. Ma a Wheeler interessava più di tutto la meccanica quantistica e la sua stravagante ridefinizione della realtà. Lavorava per cercare di coniugare relatività generale e meccanica quantistica, con lo scopo di svelare il mistero racchiuso nei buchi neri (a cui aveva dato il nome), e per farlo riteneva essenziale ridiscutere i fondamenti stessi della meccanica quantistica, argomento che nel secondo dopoguerra era caduto nell’oblio dopo i grandi dibattiti degli anni Venti e Trenta che avevano visto confrontarsi Einstein, Bohr, Heisenberg, Schrödinger, Pauli e altri.

Hugh Everett (a destra) con Niels Bohr (al centro) nel 1955

Everett sembrava “folle abbastanza” da poter fare qualche passo avanti. Wheeler era infatti convinto che fossero necessarie idee sufficientemente folli per far avanzare la ricerca sui fondamenti della meccanica quantistica, in particolare sul problema della “riduzione” o “collasso”: perché la meccanica quantistica descrive una realtà che, allo stato fondamentale, è una sovrapposizione di stati diversi, ossia di diverse possibilità relative alla configurazione di un atomo o di una particella subatomica, mentre ciò che osserviamo è un mondo in cui le cose sono così e non altrimenti? Come si verifica il passaggio dall’indeterminazione quantistica, in cui gli stati sovrapposti rispondono alla funzione d’onda di Schrödinger, al determinismo del mondo macroscopico, in cui certamente le cose non si trovano in stati sovrapposti, tant’è che non vediamo gatti vivi e morti contemporaneamente? Cosa, in sintesi, fa “collassare” la funzione d’onda portando gli stati quantistici ad assumere i valori che osserviamo?
L’interpretazione di Copenaghen, proposta da Heisenberg e Bohr, sosteneva l’impossibilità di descrivere il sistema quantistico in modo indipendente dall’apparato di misurazione. Poiché sembra infatti che l’atto della misurazione (per esempio con un rilevatore di particelle in laboratorio) produca il collasso della funzione d’onda, bisogna concludere che un principio essenziale della scienza, quello per cui osservatore e fenomeno osservato sono due realtà distinte, debba essere messo in discussione. Un sistema quantistico è inseparabile dall’apparato di misura (o osservatore).
A Everett l’interpretazione di Copenaghen non piaceva affatto. Nelle equazioni della meccanica quantistica non c’è nessun collasso della funzione d’onda, osservava. Si trattava di un’ipotesi indimostrata, di un artificio matematico non necessariamente rispondente alla realtà dei fatti. Se le equazioni di Schrödinger non prevedono alcun collasso, cosa accadrebbe se in effetti tale collasso non accadesse? Per dare conto del fatto che nel mondo macroscopico non vediamo stati sovrapposti tra loro (qui/lì, vivo/morto, acceso/spento e così via), si doveva supporre che le diverse possibilità descritte dalla funzione d’onda assumessero una configurazione reale in realtà diverse. Un elettrone che misuriamo trovarsi in un preciso punto dell’orbitale atomico rispetto alle diverse possibilità relative alla sua localizzazione spaziale assumerà posizioni diverse in altre ramificazioni della realtà.

Rappresentazione della ramificazione di un sistema quantistico (in questo caso, quello descritto dal famoso esperimento del gatto di Schrödinger) secondo l’interpretazione di Everett-DeWitt: a ogni osservazione corrisponde una realtà differente

Everett, consigliato da Wheeler, si guardò bene dal parlare di altri universi. Cosa fossero queste “ramificazioni” della realtà, non spettava a loro dirlo. L’interpretazione di Everett assunse, nella sua tesi di dottorato, una denominazione molto cauta: “Formulazione a stato relativo della meccanica quantistica”. A Wheeler piaceva l’aggettivo relativo, che suggeriva un’applicazione dei principi della relatività alla meccanica quantistica, ciò che costituiva il suo principale obiettivo: così come nella teoria della relatività non esiste un osservatore il cui punto di vista è speciale rispetto agli altri, poiché i punti di vista di ogni osservatore in moto inerziale (o sottoposti all’accelerazione gravitazionale) sono tutti validi, così nella meccanica quantistica non esisterebbe uno stato speciale, ma tutti gli stati che un sistema quantistico può assumere sono ugualmente validi per diversi osservatori.
Fu Bryce DeWitt, un altro talentuoso allievo di Wheeler, che nel 1970 diede a questa cauta ma rivoluzionaria formulazione la definizione con cui oggi è nota: “interpretazione a molti mondi”. All’epoca, Everett aveva ormai abbandonato la fisica teorica per lavorare nel settore informatico in progetti della Difesa (morì prematuramente nel 1982). Ma l’interpretazione Everett-DeWitt iniziò a farsi gradualmente strada, nonostante le sue conclusioni radicali. DeWitt si preoccupò infatti di dare alle cose il loro giusto nome: questi “stati relativi”, propose, sono in realtà altri mondi, mondi adiacenti al nostro, in cui un sistema quantistico assume stati diversi rispetto a quelli che noi misuriamo. Ogni misurazione di un sistema quantistico produce una ramificazione, una biforcazione della realtà, che coinvolge tanto il sistema misurato quanto l’apparato di misurazione o – se si tratta di un essere umano – lo sperimentatore. Avremo un osservatore A che misura un determinato valore e un osservatore A’ (una sua “copia”) che ne misura un altro. Le due versioni dello stesso osservatore non potranno mai confrontare le loro contrapposte misurazioni né incontrarsi, poiché si trovano su piani della realtà diversi. Ma perché l’osservatore non si rende conto di essersi a sua volta scisso in due? Esattamente per lo stesso motivo per cui non percepiamo che la Terra ruota vorticosamente intorno al proprio asse. Il nostro punto di vista ci impedisce di rendercene conto, perché ci troviamo dentro la realtà osservata, non al di fuori.

Il caso, o la necessità?

Ciò che può sorprendere è il fatto che oggi l’interpretazione a molti mondi abbia conquistato un gran numero di fisici teorici e sia diventata la vera alternativa all’interpretazione di Copenaghen, che rappresenta “l’ortodossia”. Se si leggono opere orientate al grande pubblico come La trama della realtà di David Deutsch, fisico all’Università di Oxford, Il grande disegno di Stephen Hawking, fino alla morte titolare della cattedra lucasiana di matematica all’Università di Cambridge, e il più recente Qualcosa di nascosto a fondo di Sean Carroll, fisico teorico al California Institute of Technology, si scoprirà che per questi come per altri esperti l’interpretazione a molti mondi è la formulazione più convincente della meccanica quantistica. «La teoria dei molti mondi offre una visione della meccanica quantistica che non è solo semplice ed elegante di per sé, ma appare pronta all’uso per interfacciarsi con la ricerca in corso sulla teoria quantistica dei campi e la natura dello spaziotempo», scrive Sean Carroll. «Per me questo basta per tollerare il fastidio delle altre copie di me prodotte in continuazione».
Com’è possibile che un’idea fantascientifica nel vero senso della parola – in quanto comparsa inizialmente nella fantascienza – abbia acquistato tanto credito? Per capirlo, è necessario ricostruire alcuni passaggi del dibattito sulla cosmologia e la fisica teorica che hanno portato a consolidare la credibilità dell’interpretazione a molti mondi di Everett-DeWitt. Il primo passaggio può essere simbolicamente datato al 1973, anno in cui Brandon Carter, un collega di Hawking (con cui condivideva l’ufficio a Cambridge), espose in occasione del convegno per i cinquecento anni dalla nascita di Copernico, a Cracovia, la prima formulazione del “principio antropico”. Si trattava di un tentativo di spiegare una serie di bizzarre coincidenze scoperte negli anni e decenni precedenti, che dimostravano quanto straordinariamente improbabile sia l’universo in cui viviamo: se infatti i valori delle costanti fondamentali della natura differissero solo di pochi decimali, non sarebbero possibili le condizioni stesse che permettono alla vita di esistere. Una dimostrazione evidente era stata fornita già da Fred Hoyle con la teoria della nucleosintesi. Hoyle aveva dimostrato che il carbonio (alla base della vita) e gli altri elementi più pesanti dell’elio e dell’idrogeno – di cui sono composte le stelle – vengono prodotti all’interno delle fornaci stellari nelle fasi finali di vita di una stella, regolata da un lato dalla forza gravitazionale (che spinge le stelle a collassare sotto la pressione della loro enorme massa, accendendo così la miccia della combustione nucleare) e dall’altro dalla forza nucleare debole che produce le radiazioni nel nucleo delle stelle, la cui pressione impedisce alla stella di collassare. Questo equilibrio si conserva fino a quando – diventata nova o supernova una volta consumata tutta la riserva di idrogeno ed elio – la stella esplode diffondendo nell’universo i preziosi elementi chimici prodotti. Se le forze in gioco in questo fragile equilibrio fossero solo minimamente diverse, noi non saremmo qui e l’universo sarebbe del tutto inospitale.
La scoperta di ulteriori coincidenze relative, per esempio, alle masse delle particelle e alle altre costanti fondamentali spinse Carter a proporre una spiegazione solo apparentemente tautologica: l’universo possiede questi valori perché noi esistiamo e li possiamo misurare. È insomma un problema di autoselezione: la nostra stessa esistenza pone dei vincoli ai valori che possiamo misurare, che non possono divergere da quelli che rendono possibile la vita. Il principio antropico si sposa molto bene con l’interpretazione dei molti mondi. Assumendo infatti che Everett avesse ragione, la “coincidenza” che osserviamo è presto spiegata: esistono molti altri universi, le cui costanti fondamentali hanno valori molto diversi dal nostro, e nei quali la vita non può esistere o è molto diversa da quella che conosciamo.
A fornire credibilità a questa proposta si aggiunse, agli inizi degli anni Ottanta, la teoria dell’inflazione. La teoria era stata proposta per risolvere una serie di problemi che inficiavano il modello del Big Bang, il quale nella sua formulazione classica non riusciva a dar conto di una serie di dati osservativi paradossali, a partire dal cosiddetto “problema dell’orizzonte”: come mai l’universo è sempre uguale su grande scala, come dimostra il fatto che la sua temperatura è sempre pari in ogni punto a circa tre gradi sopra lo zero assoluto, e tale era fin dall’epoca dell’emissione della radiazione cosmica (380.000 anni appena dopo il Big Bang)? Nel modello classico del Big Bang, la velocità con cui i “semi” delle diverse regioni dell’universo attualmente osservabile si sarebbero allontanati reciprocamente non riusciva a dar conto di questo fatto, che sottintende la possibilità che regioni oggi tra loro poste anche ai lati opposti dell’orizzonte cosmologico siano state in passato in contatto per un tempo sufficiente a uniformarsi. Il modello dell’inflazione, proposto dal sovietico Andrei Linde e dagli americani Alan Guth e Paul Steinhardt, risolveva il problema proponendo che alla prima espansione fece seguito, successivamente, una fase di “inflazione”, ossia un’espansione dell’universo tale per cui lo spazio si sarebbe “gonfiato” fino a raggiungere dimensioni ragguardevoli, allontanando le diverse regioni le une dalle altre ma solo dopo aver dato loro il tempo di entrare in contatto e uniformarsi.
Il problema del modello inflazionario è che il meccanismo che lo consente – un decadimento di un campo scalare che permea il vuoto, producendo pressione negativa con effetti antigravitazionali – non possiede una “valvola di sicurezza” tale da fermarlo una volta partito. Poiché tuttavia l’universo che osserviamo non si sta espandendo a velocità inflazionarie, come mai l’inflazione è durata così poco? La soluzione fu il modello dell’inflazione eterna, secondo cui l’espansione inflazionaria continua in altri punti dello spazio al di fuori dei confini dell’universo osservabile. Il nostro universo sarebbe nato da un’improvvisa e brevissima espansione inflazionaria di una piccola regione di spazio. Altri universi continuerebbero a nascere espandendosi a partire da un punto del campo scalare (“campo inflazionario”) al di fuori dei confini del nostro.
Anche se il dibattito sull’inflazione cosmologica è ancora in corso (manca ancora una prova definitiva, la “pistola fumante”, che ne confermi la validità: lo studio delle onde gravitazionali potrebbe presto trovarla) ed esistono diversi modelli che cercano di introdurre un “freno automatico” al processo inflazionario, l’inflazione eterna (e la sua variante più radicale, l’inflazione caotica eterna) ha l’indubbio vantaggio non solo di far quadrare i conti tra teoria del Big Bang ed evidenze osservative, ma di fornire un meccanismo in grado di spiegare come nascono gli altri universi che renderebbero più credibile il principio antropico e, al tempo stesso, conferirebbero maggiore solidità all’interpretazione a molti mondi di Everett-DeWitt.

In un guscio di noce, lo spazio infinito

Alla fine degli anni Novanta agli elementi a favore dell’ipotesi del multiverso si aggiunsero due scoperte, una di natura osservativa e una eminentemente teorica. La prima è l’energia oscura, o più precisamente il suo effetto, l’accelerazione dell’espansione cosmologica. Nel 1998 due diverse collaborazioni scientifiche dimostrarono che non solo l’espansione cosmica impressa dal Big Bang non stava rallentando sotto gli effetti dell’attrazione gravitazionale, come si ipotizzava, ma che stava accelerando la sua velocità, sotto l’effetto di una forza misteriosa di natura anti-gravitazionale, ribattezzata “energia oscura”. Nello stesso periodo i fisici teorici Edward Witten e Juan Maldacena produssero, separatamente, alcuni significativi passi avanti nello sviluppo della teoria delle stringhe, un ambizioso tentativo di unire meccanica quantistica e relatività generale (ossia la gravitazione, il sogno di Wheeler e prima di lui di Einstein) che prevede l’esistenza, alla scala fondamentale, di stringhe unidimensionali che vibrano in uno spazio di almeno sei dimensioni (e nelle versioni più recenti, dieci dimensioni), i cui livelli energetici associati alle vibrazioni producono le particelle fondamentali che conosciamo. Ciò che Witten e Maldacena scoprirono con la teoria M – evoluzione della teoria delle stringhe – è che le dimensioni spaziali extra che non vediamo (perché, com’è noto, il nostro universo appare spazialmente tridimensionale) sono arrotolate su loro stesse in molti modi diversi e complessi, ma non esiste un unico modo per “compattare” queste dimensioni. Ciascuna diversa variante di compattazione produce dei valori diversi delle costanti fondamentali, tra cui valori diversi della costante cosmologica che rappresenterebbe la soluzione all’enigma dell’energia oscura.

Una rappresentazione del paesaggio delle stringhe: per ogni punto corrisponde un diverso modo di compattificazione delle dimensioni extra (varietà di Calabi-Yau) che genera una diverso valore dell’energia del vuoto. Il nostro universo giace in un punto di stabilità del vuoto.

L’energia oscura, infatti, fu proposta per la prima volta dallo stesso Einstein come una costante da inserire nelle equazioni di campo della relatività generale, al fine di compensare gli effetti attrattivi della gravità, che avrebbero comportato sul lungo termine un ripiegamento dell’universo su sé stesso, idea contro cui si scontrava la concezione di Einstein di un universo infinito ed eterno. La “costante cosmologica” produceva un effetto anti-gravitazionale compensativo, che fu poi rimosso dalle equazioni quando Edwin Hubble dimostrò che l’universo è in espansione. Oggi la costante cosmologica è un valore essenziale del modello cosmologico standard, chiamato modello Lambda-CDM, dove “Lambda” è appunto la lettera greca che denota il valore della costante cosmologica (CDM sta invece per cold dark matter, materia oscura fredda: l’altra componente ignota della nostra equazione dell’universo).
Il problema è che questo valore è uno di quelli che, secondo il principio antropico, sembra “fatto apposta” perché l’universo esista così com’è e consentire l’esistenza della vita complessa: 10-120, incredibilmente prossimo a zero, ma non pari a zero. Ma l’energia del vuoto che dovrebbe essere responsabile dell’energia oscura ha, secondo i calcoli, valori enormemente maggiori, che se fossero veri implicherebbero che l’universo si sarebbe dovuto “strappare” già molto tempo fa, poco dopo il Big Bang, a causa dell’enorme energia rilasciata dal vuoto. Poiché non è così, deve esistere un meccanismo che compensa l’energia del vuoto. Ma come può esistere un meccanismo che, anziché compensare perfettamente l’energia del vuoto e ottenere zero, produce invece il valore della costante cosmologica, che è prossimo allo zero ma pur sempre abbastanza positivo da permettere un effettivo repulsivo? Sembra un’incredibile coincidenza.
Se però consideriamo la teoria M e i diversi modi di compattificazione delle dimensioni extra previste dalla teoria, scopriamo che ogni varietà di spazio-tempo così prodotto ha un diverso valore di Lambda. Ne esistono almeno 10500, un numero sterminato, di gran lunga superiore alle particelle che compongono l’universo. Secondo Leonard Susskind e altri, ognuna di queste 10500 soluzioni corrisponde a un universo diverso, che non solo ha valori diversi di Lambda, ma anche valori diversi delle altre costanti fondamentali. Di nuovo, ecco che l’ipotesi del multiverso ci viene incontro a risolvere le apparenti coincidenze.

Attento a ciò che desideri

Dunque, il multiverso ha guadagnato, nel corso degli anni, crescenti elementi a suo favore. Ma, al tempo stesso, implica una serie di assunzioni abbastanza problematiche. Per esempio, quanti universi esistono? “Solo” 10500, o infiniti? E se in molti di essi ci fossero versioni leggermente diversi del nostro, vuol dire, come immaginava Frederic Brown, che esistono svariati doppelgänger di noi stessi? Questo implica forse una sorta di immortalità, ipotizzando che la nostra coscienza continui a esistere in altri universi dopo la nostra morte, perché ci potrebbe essere sempre un nostro doppio in vita? Se invece fossero infiniti, esisterebbero anche infinite copie del nostro stesso universo in cui le cose si ripetono sempre uguali a quelle che accadono nel nostro?
Secondo i sostenitori del multiverso, la sua esistenza risolve più problemi di quanti ne crea. David Deutsch ritiene per esempio che il multiverso non solo spieghi il metodo con cui dovrebbero funzionare i computer quantistici su cui stanno lavorando scienziati informatici e fisici di tutto il mondo, ma potrebbe persino risolvere i paradossi temporali. Se infatti, come ha proposto Stephen Hawking, esiste una sorta di legge fisica che impedisce i viaggi nel tempo (congettura di protezione cronologica), allo scopo di salvaguardare il continuum spazio-temporale dai paradossi del tipo di quelli di Ritorno al futuro [Back to the Future, Robert Zemeckis, 1985] o Dark [id., creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, 2017-2020] (tornando nel passato posso cambiare il futuro, ma in modo tale da impedire le condizioni che hanno permesso il mio viaggio nel passato), ipotizzando che un viaggiatore del tempo si sposti non attraverso la dimensione temporale dello stesso universo, ma attraverso le realtà adiacenti, verrebbero meno anche i paradossi. Torno indietro nel tempo e uccido mio nonno, ma continuo a esistere perché mi trovo in un universo parallelo: qui il mio doppio non nascerà mai, ma poiché provengo da un’altra realtà potrò comunque esistere in questa linea temporale senza problemi.

Due modelli di curve temporali in un wormhole, secondo David Deutsch: in alto, un oggetto proveniente dal tempo tb entra nella bocca a ta e interagisce con una sua versione precedente, causando un paradosso (curva temporale chiusa); in basso, l’oggetto proveniente dal futuro non interagisce con la sua versione precedente (curva temporale aperta).

L’unico modo finora immaginato dai fisici perché ciò possa avvenire prevede di sfruttare un wormhole, ossia un cunicolo nello spazio-tempo, che però richiede l’impiego di “materia esotica” dotata di proprietà anti-gravitazionali (per tenere aperto il wormhole abbastanza da non farlo collassare istantaneamente), senza contare che il metodo descritto da Deutsch per passare da un universo all’altro sembra funzionare per un atomo, ma non per oggetti macroscopici, per via dei princìpi della meccanica quantistica. È interessante però osservare la stretta relazione tra immaginario popolare e fisica teorica contemporanea e chiedersi dove possa spingerci. Se è vero infatti che il multiverso è nato prima nell’immaginario fantascientifico e poi ha iniziato ad assumere la consistenza di un’ipotesi scientificamente solida (per quanto ancora indimostrata e, forse, indimostrabile), non potrebbe accadere lo stesso, in futuro, per i viaggi nel tempo? Forse, continuando ad approfondire le proprietà della fisica e della cosmologia, scopriremmo che anche questa ipotesi possiede qualche grado di realtà, e magari è in grado persino di spiegare dei “misteri” aperti della scienza, come è accaduto con l’ipotesi del multiverso. O forse no, e in realtà anche il multiverso non è che una falsa soluzione, un prestito dall’immaginario fantascientifico che sta portando la scienza fuori strada, al punto da farla approdare a una scienza “post-empirica”, le cui affermazioni cioè non sono verificabili (o confutabili, come sosteneva Popper) sperimentalmente (è il parere di critici del multiverso come il fisico teorico John Ellis).
Il sospetto è che, per quanto sia vero che l’ipotesi del multiverso regga su diversi pilatri, la fascinazione di una parte della comunità scientifica nei suoi confronti potrebbe avere a che fare meno con la scienza che con le nostre intime speranze e desideri. L’idea che possano esserci mondi in cui la nostra vita ha preso diramazioni diverse è sicuramente confortante, perlomeno se associata alla speranza che le cose lì siano andate bene o persino meglio che qui. Piuttosto recentemente mi è capitato di parlare su Skype con un ragazzo che voleva ricevere chiarimenti sul multiverso. Alla fine mi confessò di sperare che l’ipotesi fosse vera perché, di fronte all’angoscia che lo aveva colpito durante il lockdown, venuto per la prima volta a confrontarsi concretamente con l’idea della morte, l’interpretazione a molti mondi di Everett gli restituiva conforto e speranza. Potremmo arrivare a pensare che il multiverso sia una sorta di variante scientifica dell’aldilà, soprattutto se teniamo conto di congetture radicali come quella dell’immortalità quantistica avanzata dal fisico Max Tegmark, secondo il quale potremmo non morire mai perché il nostro io continuerebbe a vivere nei nostri doppelgänger nei mondi adiacenti.
Anche i paradossi temporali hanno presa sulla nostra immaginazione per motivi analoghi. L’idea che il passato non sia perso per sempre, ma modificabile e migliorabile, rappresenta l’estrema speranza di fronte all’ineluttabilità del divenire. Il successo di tante storie recenti che si basano su questi due princìpi – il multiverso e i paradossi temporali – sembra confermarlo. Senonché, per tornare lì dove abbiamo iniziato, alla scena della morte di John Smith in The Man in The High Castle, non è affatto detto che “attraversare il portale” sia una buona idea. Il lato positivo della nostra vita è che non possiamo sapere dove ci avrebbero portato scelte diverse, cosa che ci aiuta a sopportare il peso di decisioni difficili e ci dà speranza di poter migliorare le cose. Se potessimo confrontare questa vita con quella dei nostri doppi, il peso delle nostre decisioni diventerebbe, quasi certamente, insopportabile: vorremmo vivere tutte le vite possibili, soprattutto quelle migliori, e non ci accontenteremo più di un’esistenza limitata, dove ogni bivio richiede un solo esito possibile. In questo labirinto di possibilità la nostra stessa identità, probabilmente, si smarrirebbe, essendo ciò che siamo il risultato delle nostre decisioni. Alla scienza potrebbe succedere qualcosa del genere. Di fronte alla possibilità di usare il multiverso come spiegazione di ogni paradosso potrebbe perdere la sua anima, abdicando al compito di trovare le cause dei fenomeni e cedendo a un relativismo che ci priverebbe di ogni punto fermo. Sì, forse lì fuori esistono davvero altri universi; ma noi faremmo bene a tenerci stretto quello che abbiamo.

[ Una nuova edizione del libro di Roberto Paura Universi paralleli. Perché il nostro universo potrebbe non essere l’unico è uscita nell’aprile 2021. ]

Per approfondire

John D. Barrow, Il libro degli universi. Guida completa agli universi possibili, Mondadori, Milano, 2012.
John D. Barrow e Frank J. Tipler, Il principio antropico, Adelphi, Milano, 2002.
Paul Davies, Una fortuna cosmica. La vita nell’universo: coincidenza o progetto divino?, Mondadori, Milano, 2007.
David Deutsch, La trama della realtà, Einaudi, Torino, 1997.
Bryce S. DeWitt e Neill Graham (a cura di), The Many World Interpretation of Quantum Mechanics, Princeton University Press, 1973.
Allen Everett e Thomas Roman, Come viaggeremo nel tempo, il Saggiatore, Milano, 2016.
Brian Greene, La realtà nascosta. Universi paralleli e leggi profonde del cosmo, Einaudi, Torino, 2012.
John Gribbin, In Search of the Multiverse, Penguin Books, Londra, 2009.
Paul J. Steinhardt, Neil Turok, Universo senza fine. Oltre il big bang, il Saggiatore, Milano, 2010.
Leonard Susskind, Il Paesaggio cosmico. Dalla teoria delle stringhe al megaverso, Adelphi, Milano, 2007.
Max Tegmark, L’universo matematico. La ricerca della natura ultima della realtà, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.
Alex Vilenkin, Un solo mondo o infiniti? Alla ricerca di altri universi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007.