Definire con precisione la poetica del danese Nicolas Winding Refn è un’impresa rischiosa in quanto l’opera di questo autore (ormai attivo dalla metà degli anni Novanta) è mutevole, problematica e costantemente in divenire – d’altronde, è di questi giorni l’uscita della sua seconda prova nella serialità con Copenhagen Cowboy [id., 2022-]. Il testo di Rudi Capra Nicolas Winding Refn. La vertige del fato, edito da Falsopiano, prova a tracciare una mappatura esaustiva o quantomeno accurata della parabola artistica compiuta da Refn, ripercorrendo cronologicamente i film che compongono la sua filmografia, e proponendo una personale lettura interpretativa.
Riconosciuta l’indiscutibile eterogeneità dell’opera del regista – che però convive con un’identità forte: quella del brand #byNWR -, Capra struttura il suo libro attorno ad alcune grandi categorie tematiche che sceglie da campi culturali molto distanti tra loro, e che ritorneranno di volta in volta nel testo diventando i fari attorno cui orientare l’analisi: il “fatalismo”, la “mitologia”, il “feticismo”, la “cinefilia”, l’“immaginario”, la “civitas” e la “violenza”. Sette ideali «lenti» che si fanno «traiettorie interpretative»1 attraverso cui studiare un cinema che «sintetizza temi e stilemi tipici di b-movie horror, thriller, e tecniche tipiche di autori oggi accomunati dall’etichetta e dalla genealogia dello Slow Cinema2 La sfida, dunque, è quella di affrontare la complessità della poetica refniana abbracciando un registro culturale altrettanto vario.

Copenhagen Cowboy.

Mettendo da parte le nozioni più propriamente biografiche e limitando all’essenziale le digressioni relative al contesto storico in cui lavora il regista, Capra, nel suo libro (il cui titolo è ispirato al Prometeo incatenato di Eschilo), opta per un approccio analitico interessato alla testualità delle immagini, alle loro correlazioni (spesso in rapporto con film scelti al di fuori della filmografia del regista), ai simbolismi scaturiti delle storie, e alle possibili chiavi interpretative utili per decifrare il corpus refniano.
Il libro inizia affrontando fin da subito i film, unendo nello stesso capitolo Pusher – L’inizio [Pusher, 1996] e Bleeder [id., 1999]. Viene mostrato il punto d’inizio per un «un cinema-falsité dalla vocazione allegorico-morale»3 dominato dalle figure di eroi tragici che sembrano rifarsi alle figure shakesperiane. Ma a stupire è soprattutto lo spazio dedicato a Fear X [id., 2003]: film post-lynchano poco amato dalla critica, ma in cui trovano sintesi «le fascinazioni decadenti e mezzi da Slow Cinema che lo hanno reso una firma apprezzata e inconfondibile.»4 Qui inizia a mostrarsi quella «visione performativa» tipica dei futuri film del regista, scaturita dai tormenti del suo protagonista interpretato da Turturro.

Fear X.

Secondo l’autore, questi temi si sviluppano nei successivi Bronson [id., 2008] e Valhalla Rising – Regno di sangue [Valhalla Rising, 2009]. Se il biopic su Charles Bronson (voluto e costruito attorno alla figura attoriale di Tom Hardy) «è trainato da un’istanza anti-narrante [diventando] puro entertaiment»5, con l’inclassificabile incursione nel mondo nordico il discorso sulla violenza che accomuna tutti i film di Refn si incontra in maniera diretta con quella del Mito, traducendosi «in un cinema ieratico che annuncia una spiritualità senza spirito, corporea e immanente, di cui la violenza si fa rito e vangelo.»6 Un discorso che continua anche con Drive [id., 2011]; film che da un lato ha il pregio di far incontrare il regista con il suo attore-feticcio Ryan Gosling (perfetto eroe tragico melvilliano), ma che si piega fin troppo a uno storytelling tradizionale.

Drive.

È piuttosto con Solo Dio perdona [Only God Forgive, 2013] che, secondo l’autore, Refn raggiunge la piena maturità artistica; anche grazie all’apporto fondamentale dei suoi collaboratori: Larry Smith alla fotografia , con i suoi «cromatismi sfrenati e insistite geometrie», «alle tracce avvolgenti di Cliff Martinez, al montaggio sinuoso di Matt Newman»7. Al contempo, l’esperienza pubblicitaria per Gucci conduce Refn a interessarsi al mondo della moda, tanto da diventare protagonista dell’altro capo d’opera refninano: The Neon Demon [id., 2016]. «In questi anni Refn si impossessa del linguaggio pubblicitario abitandolo dall’interno, nella modalità che è tipica dei demoni.»8 Le atmosfere decadenti, il Mito di Narciso, la cinefilia e il particolarissimo uso dell’illuminazione al neon, ma anche la rarefazione narrativa (che si riflette in un incremento sempre maggiore della durata delle singole inquadrature) confluiscono in Too Old to Die Young [id., creata da Ed Brubaker e Nicolas Winding Refn, 2019]. Le puntate che compongono la serie (che si identificano con le figure dei tarocchi, a cui Capra dedica analisi distinte) si rivelano “autonome”, mettendo in crisi lo spettatore, che, «disarmato degli strumenti abituali […], vaga senza bussola in una nebbia narratologica di tredici ore, abbandonato alle immagini.»9 E La Los Angeles, già protagonista in The Neon Demon diventa nuovamente una città luciferina e babelica come non mai.

Too Old to Die Youg.

Il testo si chiude sui progetti futuri del regista, tra cui viene dato risalto al possibile adattamento alla trilogia di William Lustig Maniac Cop, a testimoniare ancora una volta un cinema mutevole che cambia continuamente pelle.

NOTE

1. Rudi Capra, Nicolas Winding Refn. La vertigine del fato, Falsopiano, Alessandria, 2022, p. 13.
2. Ivi., p. 15.
3. Ivi., p. 17.
4. Ivi., p. 31.
5. Ivi., p. 55.
6. Ivi., p. 57.
7. Ivi., p. 81.
8. Ivi., p. 95.
9. Ivi., p 115.