Chi ci crede più alla monogamia?
[…] un po’ come il comunismo
Una cosa che funziona solo in teoria
Marracash
Matrimonio a prima vista Italia [2016-in corso] è un reality show che segue il percorso di concorrenti sconosciuti che si sposano dopo un’accurata selezione. Le coppie vengono filmate per cinque settimane e al termine di questo periodo decidono se proseguire insieme o divorziare. I concorrenti sono seguiti da un team di esperti attualmente composto da Mario Abis, sociologo e docente allo IULM di Milano, il life-coach Andrea Favaretto, e la sessuologa e psicoterapeuta Nada Loffredi, docente di psicologia alla Sapienza di Roma.
Il senso del programma
Perché le persone si sposano al buio?
Perché ci piace guardare persone che si sposano al buio?
Il senso del programma è in queste due domande. Per coglierlo bisogna partire dal matrimonio, da quello che rappresenta il rito dell’unione monogamica.
I nostri antenati primati sono in parte monogami, come i gibboni, e in parte poligami, come i gorilla. Studi recenti suggeriscono che la monogamia nasce come meccanismo evolutivo per ridurre l’infanticidio nelle comunità di primati1. Quindi la monogamia nasce come prassi sociale volta a generare strutture capaci di arginare il caos e la violenza endemica che risulta dalla condiscendenza sfrenata verso le pulsioni sessuali, o in termini freudiani, dalla mancata repressione del principio di piacere.
La prima testimonianza di nozze in Occidente risale al 2350 a.C., nella Mezzaluna Fertile. Nei successivi quattromila anni la monogamia si istituzionalizza nel rito del matrimonio, che assume una dimensione civile e religiosa. Quelli sono tuttora i motivi per cui ci si sposa. Motivi civili e motivi religiosi. Sono anche i motivi per cui non ci sposa più: l’insorgere di unioni civili equipollenti al matrimonio e il tramontare dei valori religiosi.
Perché le persone si sposano al buio? I – Fede
«Dio è morto». Così parlò Nietzsche, e non intendeva esprimere una professione d’ateismo quanto piuttosto constatare la morte di un orizzonte di senso che per quasi venti secoli aveva avvolto l’Occidente con la grazia soffocante di un sudario. Freud, le guerre, la rivoluzione sessuale del ’68 hanno accelerato il processo. L’Occidente e i suoi riti si sono risvegliati boccheggiando nel vuoto di una tomba. Quel vuoto che respiriamo oggi è il vuoto del nichilismo, lo svuotamento dei valori e delle strutture che definivano il senso della premodernità.
Il matrimonio è una di quelle strutture, uno di quei riti che si portano avanti meccanicamente, per inerzia, come un apparato di macchine a cui è stata staccata la spina, ma che continuano a muovere funi e pulegge. Lo stesso termine “matrimonio” è un guscio svuotato del senso originario: dal latino mater-munus, il “dovere materno”, ovvero quello di generare e curare la prole, nelle società avanzate non è più attribuito alle donne come un dovere. Proprio come non è più un dovere il corrispettivo pater-munus, quel “patrimonio” che provvede al mantenimento della famiglia e spetta tradizionalmente al padre.
Insomma, il matrimonio realizza un ideale di un altro tempo in un mondo che lo ha già lasciato. La difficoltà di mantenersi coerente con la visione tradizionale del matrimonio, un’unione benedetta, eterna e indissolubile, si riflette in un buon numero di dati (riferiti all’Italia). Nel 1940 il 98,7% dei matrimoni avveniva in chiesa, nel 2010 solo il 63,5%. Nel 1963 si celebravano 420,000 matrimoni, nel 2020 appena 97 mila. La percentuale stimata di matrimoni falliti rispetto al totale è del 46,88 %.2
Alla luce di questi elementi si potrebbe supporre che i concorrenti di Matrimonio a prima vista siano, come molti concorrenti di altri reality, avventurieri in cerca di visibilità. Persone che sfruttano il fine simbolico del matrimonio come mezzo per lanciare mediaticamente la propria presenza. Dopo anni di assidua e inveterata fedeltà come spettatore di questo programma, mi sento di affermare che non è così – il che rende tutto ancora più interessante. A volte succede – vedasi Lucas Vianini, edizione 9, espulso dopo aver proposto alla neo-moglie Carolina Manfrin, con cui era in crisi, di fingere un proseguimento della relazione e rimanere nel programma per approfittare della visibilità mediatica.
Insomma, non mancano le eccezioni. Ma la regola è un’altra. In genere i concorrenti non sono particolarmente religiosi né particolarmente narcisisti. Sono alla ricerca dell’amore. Qualcuno ci crede di più, qualcuno di meno. Si affidano a una trinità di esperti che li coinvolge in un esperimento sociale nella speranza di incontrare quell’amore, vero, eterno, unico e definitivo che si scrive con la A maiuscola. Un’esperienza che ha né più né meno lo stesso carattere fideistico del credo religioso in un dio vero, eterno, unico e definitivo che si scrive con la D maiuscola.
I concorrenti di Matrimonio a prima vista vanno in cerca di un Amore che ha le stesse caratteristiche del divino, una coincidenza che in fondo è asserita fin dai Vangeli: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv. 4:16). Il modulo televisivo si sovrappone al religioso anche nella rigida struttura rituale che governa il programma: la cerimonia, il viaggio di nozze, la convivenza, il confronto con altri concorrenti, il confronto con gli esperti, la scelta finale. Ognuno di questi momenti ha il carattere della solennità e della singolarità.
A legittimare tale struttura rituale e la sua gravità concorre la trinità di esperti – la sessuologa Nada Loffredi, il sociologo Mario Apis, il life coach Andrea Favaretto. Sotto la retorica dell’“esperimento sociale” il reality show acquista una patina di scientificità – la parola chiave è “esperimento”.
Emerge quello che si constata ogni giorno negli aspetti più disparati della nostra vita: la scienza ha rimpiazzato la religione nella mentalità comune. Nel linguaggio corrente ormai lo “scientifico” ha lo stesso effetto che aveva ai tempi del Concilio di Trento il “dogmatico”: tagliare le mille teste all’idra del dibattito, cauterizzare i dubbi e seppellirli sotto le ceneri di una certezza più netta e incontestabile di un fendente di Eracle.
Ecco dunque una prima risposta alla prima domanda, “perché le persone si sposano al buio?”
Perché hanno fede. Nell’Amore.
E nella trinità scientifica che presiede la struttura reality-rituale di Matrimonio a prima vista. Nel 1971 l’Alberto Sordi di Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (Luigi Zampa) si rivolgeva a un prete per trovare l’amore dall’altra parte del mondo. Nel 2024 abbiamo fede in figure di tutt’altro tipo: esperti di scienze psicologiche, sociali, comportamentali.
Perché le persone si sposano al buio? II – Sorpresa
A Tokyo, poco lontano dalla stazione di Akihabara, si trova un vicolo pieno di distributori automatici. Tra tutte le macchinette ce n’è una che assomiglia a tutte le altre, ma non è come tutte le altre. Le altre vendono snack, giocattoli, libri, bibite, mutande, magliette, souvenir. Questa qui vende fukubako 福箱, “scatole della fortuna”. Piccole scatole anonime dal contenuto misterioso. Chi le acquista, acquista alla cieca. La cosa interessante? Vanno a ruba.
La tradizione nacque ai primi del ‘900 grazie a una geniale idea di marketing. Per le festività del nuovo anno i grandi magazzini inscatolavano le merci invendute in confezioni anonime e le vendevano a prezzo scontato. Matrimonio a prima vista sfrutta lo stesso meccanismo, solo che invece di trovarsi tra le mani un coltellino svizzero o un paio di calze termiche, i concorrenti si trovano in casa una moglie e un marito.
La sorpresa è un’emozione tuttora poco studiata, considerando che è una delle emozioni primarie e influenza molte delle decisioni che prendiamo, anche a lungo termine. Un regalo vale di più quando non viene richiesto, e un incontro amoroso avvenuto per caso evoca quell’aura magica di serendipity che Tinder non riuscirà mai a replicare. La sorpresa (positiva) accresce emozioni secondarie quali credibilità, fascino, attrazione e convinzione3. La magia intesa come illusionismo è essenzialmente sorpresa, perché la sorpresa è essenzialmente magia.
Tuttavia, se essere positivamente sorpresi significa che il nostro desiderio incontra una soddisfazione inattesa, la sorpresa è un’emozione destinata a rarefarsi nella contemporaneità. Viviamo un’epoca in cui ogni desiderio tende a incontrare la sua soddisfazione. Cose che mezzo secolo fa sarebbero state impensabili diventano plausibili in qualsiasi centro urbano di medie dimensioni: mangiare sushi, ballare il tango, guardare un film russo degli anni ’70, imparare il cinese, vestirsi con un abito in velluto blu, partecipare a un’asta di Sotheby, persino avere rapporti sessuali estemporanei tutti i giorni (senza pagare). La soddisfazione dei desideri è sempre più facile e programmata. Sempre meno inattesa.
Questo è uno dei motivi per cui affidarsi alla trinità di esperti di Matrimonio a prima vista da un lato richiede una dose di coraggio, ma dall’altro è un passo obbligato. In un mondo dove si può avere tutto ciò che si vuole, si può trovare soddisfazione soltanto in ciò che non si vuole, dato che ancora non si immagina di volerlo. La sorpresa, appunto.
Pur essendo un’esperienza costruita, la partecipazione al reality ricrea artificialmente le condizioni di possibilità dell’esperienza matrimoniale che i concorrenti non hanno voluto o saputo realizzare nella loro vita reale. Benché il matrimonio venga combinato dagli esperti, per i concorrenti è un’assoluta sorpresa.
Non sempre gradita: il “non c’è attrazione” rimane il primo indiziato per quasi tutte le rotture. Eppure l’aura di eccezionalità dell’incontro non solo persiste, ma viene acuita dalle dinamiche del reality, che comporta non solo una rigida sottomissione alle logiche dello spettacolo ma anche una massiccia esposizione mediatica. Gli spettatori diventano così altrettanti testimoni di nozze, che attraverso le loro osservazioni (sia nel senso di sguardi, che di commenti) realizzano ulteriormente la coppia, nel senso di renderla reale, all’interno della stessa realtà mediatica che per prima li ha realizzati.
Interludio tecnico – Che immagini sono quelle di Matrimonio a prima vista?
Dal punto di vista semiotico il programma si avvale sostanzialmente di tre tipi di immagini.
Le prime sono quelle sequenze completamente staged (inscenate) secondo una logica di rappresentazione televisiva classica, ovvero provviste di un format che agevola la comunicazione di un messaggio specifico. Gli incontri con gli esperti ripresi durante e dopo il programma rispondono a questa tipologia. In queste immagini il punto di vista risponde all’esigenza esterna di inquadrare i protagonisti del racconto entro una cornice narrativa che aiuta sia loro, sia gli spettatori, a sviluppare giudizi critici sull’esperienza che viene ripresa. Queste immagini hanno la parvenza dell’oggettività, dato che la messinscena concorre a presentare concorrenti ed esperti come, rispettivamente, soggetti e osservatori di un esperimento. La valutazione avviene secondo un modello scientifico ingenuo, in cui il punto di vista dell’osservatore viene presentato come esterno rispetto all’oggetto di studio. In queste sequenze, gli spettatori sono indotti a identificarsi con gli esperti.
Il secondo tipo di immagine coincide con i video selfie che i concorrenti inviano prima e dopo i voli aerei, prima e dopo essersi alzati la mattina, ma anche in altri momenti della giornata. In questa categoria ricadono anche i video “al confessionale”, vere e proprie interviste che avvengono in modalità analoghe al famoso progenitore di tutti i reality moderni, il Grande Fratello. Sono autorappresentazioni, e in quanto tali raccontano sempre un punto di vista soggettivo che coincide con una narrazione effettuata dall’interno dell’esperienza, piuttosto che con una sua valutazione esterna.
La peculiarità di Matrimonio a prima vista sta nell’offrire al pubblico la possibilità di un incontro ravvicinato con immagini del terzo tipo. Sequenze intime degli sposini in riva al mare, in camera da letto, in cucina per la prima colazione, a casa dei suoceri, a passeggio. Immagini che fondono documentario e fiction. Da un lato la telecamera riprende il corso spontaneo degli eventi, dall’altro la presenza dichiarata della telecamera cancella ogni illusione di spontaneità. Che sia handycam o camera fissa poco importa, gli sposini sanno dove e quando vengono ripresi. L’occhio indiscreto della telecamera, come l’osservatore nella fisica quantistica, forma un campo unico con il suo oggetto di studio. Nell’interazione tra soggetto e oggetto i loro confini si confondono, si intersecano, si forma una relazione di co-dipendenza.
Questo tipo di immagini non sono auto-rappresentazioni né inscenamenti, non riflettono il punto di vista soggettivo, autobiografico dei concorrenti né quello oggettivante, valutativo degli esperti. La telecamera li segue nei luoghi più intimi della quotidianità per documentare la verità del loro rapporto, ma la telecamera stessa è una funzione di verità che interviene attivamente a determinare quel rapporto che si propone di documentare, rendendolo di fatto indeterminabile. Sono immagini porose, assemblate dalla struttura finzionale del programma e animate da dinamiche emotive, relazionali che hanno il carattere dell’autenticità. La consapevolezza della mediaticità dell’esperimento finisce per dare vita a una focalizzazione fluida, in cui proiezioni consce e inconsce, spontaneità e artificio, immagine di sé e profilo pubblico diventano indistinguibili, inseparabili.
L’ulteriore ibridazione di questi tre macro-tipi, immagini inscenate, selfie e docufinzionali, esibisce quel pastiche di stili e tecniche tipico della sensibilità postmoderna, che segna il collasso definitivo della distinzione ingenua tra verità relativa e finzione manifesta in un regime iperreale di post-verità.
| Tipi di immagini | Punto di vista | Modello epistemico | Focalizzazione |
| staged (inscenate) | oggettivo | certezza | esterna |
| selfie (auto-rappresentazioni) | soggettivo | incertezza | interna |
| docufiction | co-dipendenza | indeterminatezza | fluida |
Perché ci piace guardare persone che si sposano al buio? I – Voyeurismo
Nel primo libro delle Storie di Erodoto il re Candaule è talmente fiero della bellezza di sua moglie, la regina Nissia, da insistere affinché Gige, sua guardia del corpo, si nasconda per vederla nuda. Così Gige la spia mentre si spoglia davanti a Candaule. Ma anche Nissia, mentre viene spiata, vede Gige e fa finta di nulla. Solo in un secondo momento, sentendosi umiliata, mette Gige di fronte a una scelta: o uccidere Candaule, sposarla e diventare re, oppure morire. Il mito si può leggere in vari modi. Dal semplice monito “Il triangolo no!” alla virtù segreta dello sguardo, che irretisce chi lo scambia ed esclude tutti gli altri.
L’incrocio degli sguardi è il motore immobile della vicenda. Gige gode nello spiare la regina senza veli. La regina gode nel farsi spiare. Si stabilisce tra i due un legame sottile che va a stringersi intorno al collo del re fino a privarlo della testa, corona compresa. Questo fortunato incontro di perversioni, il piacere di farsi spiare e quello di spiare, governa gran parte delle dinamiche che spingono a guardare i reality show, e Matrimonio a prima vista in particolare.
Lato sensu, il voyeurismo non implica necessariamente un aspetto sessuale4. Indica piuttosto l’inclinazione universale, comune a tutti coloro che osservano, a osservare con più interesse ciò che sono consapevoli di non poter osservare abitualmente. Si potrebbe chiamare, il principio di Chandler: un cadavere è più interessante di un buco nel muro. Perciò il voyeurismo in senso generico si differenzia dal voyeurismo patologico, caratterizzandosi per il piacere consapevole di vedere ciò che uno non dovrebbe vedere5.
Nel caso di Matrimonio a prima vista, il piacere voyeurista consiste nel distinguere ciò che emerge come autentico e privato nel contesto pubblico e inautentico della messinscena televisiva. Che poi è il funzionamento intimo di ogni reality show: «liberarsi del contenuto per richiamare l’attenzione su sé stesso e permettere alle dinamiche interne di svilupparsi da sole in una maniera più naturale»6.
Da un lato la cerimonia nuziale, gli incontri con gli esperti, i vari feed che gli sposini sono tenuti a gettare al pubblico tramite video come mangime alle galline, risultano spesso meccanici e forzati. Dall’altro le discussioni, le liti, le crisi nervose e i momenti di intimità affettiva (ma non sessuale: quelli vengono ripresi soltanto in Ex on the beach [id., 2014-in corso]) appaiono come il risultato spontaneo di una libera interazione. Sono proprio quelle le pepite d’oro che il programma cerca di portare alla luce setacciando il flusso paludato della quotidianità nuziale.
Perché ci piace guardare persone che si sposano al buio? II – Confronto sociale
Si potrebbe chiudere qui, rispondere che curiosità e voyeurismo sono le uniche ragioni che spiegano il successo di Matrimonio a prima vista. E invece no. C’è altro. Cosa c’è alla base di curiosità e voyeurismo?
Diversi studi hanno associato la passione per i reality show al confronto sociale (social comparison), cioè l’abitudine a usare informazioni sociali su altre persone per autovalutarsi.7 La meticolosa (morbosa?) osservazione di altri individui, tanto più in situazioni delicate come le dinamiche intime di una coppia, diventa uno strumento prezioso per confrontare la propria esperienza con quella degli altri, e trarne delle valutazioni.
La tendenza generale del pubblico istruito, colto, è di deprecare, sminuire i reality show e chi li guarda. Eppure, a livello funzionale il meccanismo è lo stesso che governa ogni storia, romanzi e film compresi, da sempre: l’identificazione. Ad esempio, nel 1856 qualunque lettrice poteva confrontare la propria esperienza matrimoniale con quella di Madame Bovary nell’omonimo romanzo di Flaubert. Nel 2024, il pubblico di Matrimonio a prima vista può confrontare le proprie interazioni sentimentali, passate e presenti, con quelle che vanno in scena ogni mercoledì sera. Gli spettatori diventano via via più familiari con i concorrenti fino a sviluppare la sensazione che questi personaggi siano amici, conoscenti.
La dimensione empatica (empathic dimension), che porta cioè a investire emotivamente sui personaggi, è tra gli aspetti fondamentali che motivano la visione assidua dei reality show8. In Matrimonio a prima vista, non si investe emotivamente solo sui personaggi, ma anche sul loro matrimonio. Il coinvolgimento è analogo a quello che si prova guardando una soap opera, un’identificazione vicaria con la relazione sentimentale che unisce una coppia. Scene di un matrimonio in cui potremmo riconoscere una parte di noi stessi e delle nostre storie.
A giudicare dalle statistiche infatti, un matrimonio riuscito non è più un obiettivo condiviso dalla maggior parte delle giovani generazioni. Ma una relazione stabile sì. I problemi dei concorrenti di Matrimonio a prima vista sono i nostri stessi problemi. Incomunicabilità, aspettative, egoismo, gelosia, calo dell’attrazione fisica, insicurezza, confronti con altri partner – passati o potenziali. Il reality opera da specchio in cui riflettere le nostre debolezze, le nostre mancanze, capire meglio chi siamo quando siamo soli e chi siamo quando siamo in coppia. Insomma, una specie di medicina per prevenire i sintomi di una crisi di coppia.
Come ogni medicina, Matrimonio a prima vista ha qualche effetto collaterale. Il più serio è il rischio di riconoscersi nel riflesso fantasmatico di un personaggio mediatico, scambiando la realtà inscenata dei reality per la realtà immediata della realtà non mediata dai media: la nostra. Anche questa possibilità si manifesta come effetto collaterale di un’identificazione eccessiva con i reality show, la loro «dimensione assorbente» (absorptive dimension9), ovvero il momento in cui la realtà degli spettatori viene assorbita dalla realtà-reality creando una forte identificazione con essa. Fino ad adottare alcuni tratti o modi di dire dei personaggi e usare lo stesso programma non più come uno specchio offuscato, ma come un manuale per giudicare e correggere la propria condotta. Al punto che l’andamento del programma, inclusi i suoi postumi, diventa un ansiometro per misurare le proprie insicurezze. E si dimentica una verità fondamentale: il reality non è la realtà.
Emblematica in questo senso la pagina Wikipedia della versione statunitense del reality, Married at first sight [2014-in corso]. Qui appare per ogni stagione una tabella con i nomi dei concorrenti, l’età, la professione, il risultato della decisione finale, lo stato attuale della coppia, il numero di figli avuti insieme, il numero di figli avuti da altre relazioni, lo stato coniugale dei singoli concorrenti ovvero se sono risposati o ancora single. Tabelle che esprimono l’ansia algoritmica dei nostri tempi, la vocazione enciclopedica a ricondurre la complessità infinita del reale a schemi deducibili, decifrabili, consultabili, risolvibili tramite un calcolo statistico o un quesito su Reddit.
Equazioni in cui l’amore, maiuscolo o minuscolo che si voglia, rimane un’incognita.
NOTE
1. C. Opie, Q. D. Atkinson, R. I. M. Dunbar, S. Shutlz, “Infanticide Leads to Social Monogamy in Primates” in Proceedings of the National Academy of Sciences, 2013
2. Alcune fonti:
https://italiaindati.com/matrimoni-e-divorzi-in-italia/
https://www.lanazione.it/cronaca/matrimoni-italia-2a81e7ff
https://www.istat.it/it/files/2023/03/report-matrimoni-unioni-separazioni-2021.pdf
3. J. K. Burgoon, S. B. Jones, “Toward a Theory of Personal Space Expectations and Their Violations” in Human Communication Research. 2.2, 1976, pp. 131–146.
4. C. Calvert, Voyeur nation: Media, privacy, and peeping in modern culture, Boulder, CO: Westview Press, 2000.
5. J. M. Metzl, “From scopophilia to Survivor: A brief history of voyeurism” in Textual Practice, 18, 2004, pp. 415–434.
6. J. M. Jones, “Show your real face” in New Media and Society, 5, 2003, p. 410. doi:10.1177/14614448030053006
7. Cfr. L. Baruh, “Publicized Intimacies on Reality Television: An Analysis of Voyeuristic Content and Its Contribution to the Appeal of Reality Programming” in Journal of Broadcasting & Electronic Media 53:2, pp. 190-210; Id., “Mediated Voyeurism and the Guilty Pleasure of Consuming Reality Television” in Media Psychology 13:3, 2010, pp. 201-221. Colpevolmente, viene spesso dimenticato il lavoro di Festinger, fondatore della social comparison theory. In generale, «i ricercatori sul tema del confronto sociale suggeriscono che l’obiettivo finale del confronto sociale è un’auto-valutazione» (K. White & D. R. Lehman,“Culture and social comparison seeking: The role of self motives” in Personality and Social Psychology Bulletin, 31.2, 2005, pp. 232–242).
8. J. Cohen, “Defining identification: A theoretical look at the identification of audiences with media characters” in Mass Communication and Society 4.3, 2001, pp. 245–264.
9. Ibid.
