Rêverie

La identificazione proiettiva evacuativa è differente dalla identificazione proiettiva normale. Soggetti che hanno una scarsa tolleranza alla frustrazione, quando si imbattono in sensazioni di dolore, tendono non già a «soffrire» queste emozioni (cioè a riconoscerle attive dentro di sé e dare loro un nome), e neanche a proiettarle in qualcuno o in qualcosa con cui mantengono un rapporto. Questi pazienti le «sentono» confusamente e sono spinti ad allontanarle nel modo più rapido possibile. Si tratta non del collocare le sensazioni e le emozioni in un contenitore, ma dell’evacuarle in modo frammentario fuori di sé.

Wilfred Bion1

 

David Cronenberg sta imboccando da qualche anno a questa parte una strada filosofica abbastanza impervia, tutta giocata sulla mutazione dell’immagine come proiezione del sé. Più che le contaminazioni freudiane e junghiane esibite nelle opere precedenti, Cronenberg sembra in questa ultima fase virare decisamente verso altre posizioni: da un lato la critica al modello occidentale della società dello spettacolo2 attuato indirettamente attraverso la descrizione della decadenza hollywoodiana, dall’altro il passaggio dalla nevrosi del corpo alla psicosi della mente per l’uso eccessivo dei meccanismi proiettivi. Cronenberg sembra parzialmente e inconsapevolmente aderire al metodo dello psicoanalista britannico Wilfred Bion3 che identifica nella rêverie uno stato mentale simile al sogno: in esso la madre, identificandosi nel bambino, si lascia trasportare dai ricordi e dall’immaginazione per aiutarlo a dare un senso ai contenuti emozionali ed affettivi proiettati su di lei. Lo scopo ultimo è la liberazione da uno stato di prigionia emotiva. La libertà dalla schiavitù emozionale può essere raggiunta solo con un falò di tutti i simulacri della società spettacolare. Il legame dalle forti connotazioni incestuose madre-figlio subisce una mutazione evolutiva in quello fratello-sorella. Havana Segrand (immensa Julianne Moore giustamente premiata a Cannes) immagina (desidera?) la molestia sessuale della madre star Clarice Taggart (Sarah Gadon) mentre Benjie (Evan Bird) e Agatha Weiss (Mia Wasikowska) finiscono, a differenza dei loro genitori Stafford e Christina (John Cussack e Olivia Williams) per affermare il trionfo dell’amore sulla morte proprio in un rituale lirico (la declamazione della poesia Libertà di Paul Eluard). Passaporto nel firmamento delle stelle dell’universo («Le stelle fanno i sogni, e i sogni fanno le stelle»). Ma a differenza degli altri film di Cronenberg c’è un personaggio che funge da catalizzatore di tutte queste tempeste nevrotiche e psicotiche: è quello di Agatha, «corpo celeste», extraterrestre (proviene da Jupiter, Florida) che porta sulla carne le ustioni del suo desiderio incestuoso ed è non a caso l’unica a non soffrire di proiezioni allucinatorie. La prima scena del film, dopo la stupenda partitura di Howard Shore che accompagna la cartina delle strade di Hollywood con segnate le abitazioni delle star del cinema, fa comparire improvvisamente il personaggio dietro i sedili di un autobus.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Il dubbio è se Agatha sia un personaggio reale o un fantasma che vaga per le strade di Los Angeles, come un angelo sterminatore pronto a regolare i conti con il passato. Cronenberg si schiera immediatamente dalla sua parte e ad ogni inquadratura, ad ogni taglio di luce che tende a oscurare il suo lato ustionato, avvertiamo il flusso empatico che circonda ogni frase e ogni movimento. I guanti neri a coprire le bruciature delle mani, una certa timidezza nell’affrontare i personaggi maschili (notate l’imbarazzo con cui Agatha si approccia al bel guidatore di Limousine modello Cosmopolis4 Jerome Fontana-Robert Pattinson), un metodo affabulatorio che dietro l’apparente ingenuità del viso nasconde la bugia eretta a sistema di preservazione e conservazione.
Dopo aver attraversato le strade di Los Angeles, Agatha e Jerome si ritrovano a parlare sotto la collina sovrastati dalla famosa scritta a lettere giganti HOLLYWOOD. Rispetto alla visione di Paul Schrader in The Canyons [id., 2013] tutta giocata sulla solitudine e la desolazione, Cronenberg rimanda al mito prima della caduta, un sogno ancora intatto che comincerà a perdere col tempo ogni connotato idilliaco o consolatorio.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

the canyons lo specchio scuro

Il secondo frame è tratto da The Canyons

E il richiamo al film di Schrader è ancora più evidente nella scena di sesso a tre che vede sempre uno dei protagonisti assumere una posizione voyeuristica rispetto all’atto sessuale. Da una parte il cinismo distruttivo di due sceneggiatori-scrittori (Bret Easton Ellis e Bruce Wagner) dall’altro il talento visionario di Schrader-Cronenberg. L’atto sessuale viene esplorato in tutte le sue possibilità combinatorie.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione maps to the stars 5

the canyons paul schrader lo specchio scuro

Ancora la corrispondenza Maps to the Stars/The Canyons

Agatha funge quindi da bow window, finestra ad arco che mette in relazione le due figure narcisistiche del film, Havana e Benji: entrambi vivono un disagio psichico determinato dal cortocircuito tra desiderio di riconoscimento e riconoscimento del desiderio. L’essere troppo giovani o troppo vecchi li pone al di fuori della possibilità di vedere soddisfatta la propria ansia prestazionale amplificata da figure genitoriali castranti-opprimenti. Havana e Benji allora proiettano la loro depersonalizzazione in figure morte, oggetti specchio che permettono il riflesso del loro lato oscuro. Per Benji la paura di essere in anticipo col tempo si proietta nella morte-bambina per linfoma non Hodgkin, per Havana la paura della vecchiaia e del sunset boulevard è personificata dal fantasma della madre giovane, figura inseguita e fuggita contemporaneamente.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Entrambe le sequenze pescano nell’immaginario collettivo dei film dell’orrore citando Shining [The Shining, Stanley Kubrick, 1980] e The Sixth Sense – Il sesto senso [The Sixth Sense, Manoj Night Shyamalan, 1999] e non fanno che confermare come un disagio emotivo, protratto nel tempo tra frustrazioni e fallimenti, porta inevitabilmente alla proiezione di un altro da sé che in maniera allucinatoria scatena il senso di colpa e il rimorso. A differenza di Spider [id., David Cronenebrg, 2002] dove il protagonista si auto-convinceva della realtà del prodotto della propria mente, Havana e Benji provano orrore e si rifugiano nell’alcol e negli oppioidi per anestetizzare il ricordo e il dolore («L’inferno è un mondo senza narcotici»).

shining the shining stanley kubrick

the sixth sense il sesto senso m. night shyamalan

Shining e The Sixth Sense – Il sesto senso

La fotografia di Peter Suschitzky esalta la diagonalità e la deformazione degli spazi che riflettono la mutazione visiva dello sguardo di Cronenberg, così caustico e urticante da investire come un uragano i luoghi simbolo della macchina dei sogni, l’Hotel Chateau Marmont sul Sunset Bouevard, la Walk of Fame di Hollywood Boulevard, le vie dello shopping ossessivo/compulsivo.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

La mano di Wagner, sceneggiatore di Scene di lotta di classe a Beverly Hills [Scenes from the Class Struggle in Beverly Hills, Paul Bartel, 1989], si sente nei dialoghi al vetriolo e in un lato ironico-comico che passa per la coprolalia e poi si tramuta in orrore. Osserva giustamente Roy Menarini5 che «il comico, a differenza della commedia che lo contiene e per così dire lo armonizza, possiede un nucleo disturbante e turbativo…poiché se viene collocato dove non dovrebbe essere, il comico assume aspetti conturbanti e stranianti, si veda a tal proposito l’intera filmografia di David Lynch.» Summa di questa dislocazione extra-contestuale è l’immagine di Julianne Moore sulla tazza de water che continua, tra flatulenze e borborigmi, a manifestare un certo disagio nella fase espulsiva di tutto il materiale nevrotico-psicotico. Maggiore è la distanza dal mito della madre attrice, maggiore è il transfert psicosomatico con una costipazione fisica che rimanda a quella emozionale.
Il concetto è ribadito da Anton Giulio Mancino6 :«Cronenberg si è dedicato ad affondare il bisturi nell’habitat in cui vive come artista di cinema e di televisione, a incidere la superficie alla ricerca dei suoi impliciti retroscena, favorendo la fuoriuscita della sua terribile ma concreta ed effettiva interiorità. A incuriosirlo e a suggerirgli lo spunto creativo principale è l’attività fisiologica che fa capo alle “interiora” vere e proprie di chi vive di spettacolo, quindi di immagini riprodotte che impongono un regime familiare ed esistenziale ad hoc […] In Maps To The Stars perciò approda a un inusitato paradigma: quello della escatologia del cinema che è però essenzialmente scatologia del cinema. In altre parole egli giunge a immaginare lo stato delle cose del settore che lo riguarda servendosi dell’immediatezza altrettanto quotidiana della retrocessione all’anale. Detto altrimenti, Maps to the Stars ruota attorno all’esigenza vitale di restare in scena e in quadro. Ossia di trattenere il successo come fa Havana Segrand nella scena madre del film, il cui senso compiuto e assolutamente esplicito deve nell’ottica impudica di Cronenberg tradursi in una condizione cronica di stomaco costipato.» 

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Come suggerisce Marco Grosoli7, «La parola chiave è “maps”, non “stars”. Il mezzo truffatore terapista pseudo-junghiano (Stafford Weiss), proprio come il suo maestro in A Dangerous Method [id., David Cronenberg, 2011, NdR], ha l’unico torto di avere troppa ragione: tenta di liberare il soggetto dal trauma estraendolo dal suo poco rilevante corpo, ma la sua ripetizione-risoluzione, molto al di là di qualsiasi teatrino in cui il soggetto voglia pensarsi al centro, è il tessersi grafico, orizzontale, di una ragnatela che va formandosi tutto intorno al soggetto inghiottendolo». Agatha funziona da elemento sabotatore verso il padre: mentre alla televisione scorrono le immagini dei sermoni filosofici di dubbia ascendenza new wave, la figlia si esibisce in una danza grottesca che ha tutta l’aria di mimare la colossale messa in scena del genitore

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Il sabotaggio si completa con la reazione furibonda di Agatha verso Havana: i colpi in testa con la statua dei Genie Awards (premio canadese vinto più volte da Cronenberg) non sono rivolti solo alla donna che le ha rubato il fidanzato e umiliata nella sua femminilità, ma in qualche modo allo spettatore che è diventato complice di un meccanismo spettacolare, perverso e degradante.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Massimo Causo8,9 puntualizza bene questo aspetto metatestuale:«Vale dunque per Maps To the Stars la tensione dell’universo cronenberghiano all’infinito, quell’incessante urlare in silenzio il bisogno di eternità che si esprime nell’implosione (o nell’esplosione) dei suoi mondi […] Questo è un film in cui la purezza e la colpa coincidono e vanno in autocombustione, l’oppressione di ciò che ci assale è tale da conformare l’idolo di noi stessi che coltiviamo, occupando l’immagine e l’immaginario tra corpi e spettri che convivono e si parlano e si feriscono.»

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

La tendenza occidentale è quella di aderire a un modello imposto dalla società della immagine che comporta un grado esponenziale di insoddisfazione/frustrazione (non vi è appagamento per alcun traguardo raggiunto, ma si sposta sempre più in alto l’asticella del desiderio). La rêverie è uno dei fattori della funzione alfa, la funzione della mente che, per Bion, consente alle impressioni sensoriali e alle esperienze emotive (elementi beta) di venire trasformate in immagini visive o in immagini corrispondenti a modelli sensoriali. Hollywood diviene così una situazione paradossale in cui l’amplificazione dell’immagine spettacolare contiene al suo interno il germe dell’autodistruzione. Una specie di buco nero che che funziona da attrazione spettacolare-gravitazionale per individui in franca crisi identitaria e motivazionale. Il continuo riferimento agli escrementi, il terrore di passare di moda, l’ansia da prestazione, il sesso consumato more ferarum in limousine , l’incesto, l’omicidio (per strangolamento o con il premio canadese), producono visioni che tracimano dall’orlo delle palpebre spettatoriali e trascendono la parola scritta.
Osserva Luca Malavasi10:«Qui in particolare l’archetipo dell’incesto si impone come figura contemporanea (in senso sociale e antropologico) per descrivere l’abbraccio, insieme perverso e generatore di mostri e visioni, tra realtà e immaginario. Infatti l’incessante riscrittura di modelli, che definisce le vite e i profili dei personaggi, non parla di un’esistenza livellata sullo stereotipo e l’icona, di una Hollywood al capolinea, di un mondo di scena di lotta di classe più o meno dorate. Questa riscrittura parla piuttosto di una specie di endogamia antropologica di un patto scellerato e ormai inesorabile, tra differenti ordini del reale, di un incesto, appunto, tra realtà e immagine, in cui tra l’una e l’altra non si danno più alcuna discontinuità, alcuna distanza, alcuna relazione che non sia quella di un reciproco ingravidarsi»

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

A differenza di Cosmopolis dove la matrice letteraria del romanzo di DeLillo rendeva il funerale del sistema capitalistico occidentale quasi asettico nella sua lucida vivisezione, spesso intrappolato da una cerebrale verbalizzazione, in Maps to the Stars, grazie alla lucidità dello sceneggiatore Bruce Wagner, si gioca una partita in cui le visioni fantasmatiche mimano la esperienza proiettiva dello spettatore. È come shakerare insieme Mulholland Drive [Mulholland Dr., David Lynch, 2001] e The Canyons con una buone dose di grottesca ironia yiddish. Cronenberg è palesemente schierato dalla parte del personaggio detonatore del sistema: la giovane Agatha ritorna dal passato per liberare sé stessa e il fratello dalle catene della schiavitù, inchiodando i propri genitori incestuosi sull’altare dell’egoismo e della avidità e ristabilendo un principio di giustizia di fronte alla psicosi depressiva dell’attrice Havana. Agatha è prigioniera del tempo ma è l’unico personaggio che esprime il concetto di libertà non legata al principio di volontà ma a quello di necessità. Agatha incarna la rêverie positiva, la capacità di incanalare la propria immaginazione per spezzare le catene della disistima di sé e della umiliazione. La forza di Agatha è il veicolo attraverso il quale Cronenberg rivela l’impossibilità della forma cinematografica di trovare una propria identità attraverso la lineare narrazione di una storia. Il cinema non racconta, non dimostra, non redime, non salva. Il cinema ha innescato il processo di autocombustione. Il cinema non insegna a riconoscere la mappa verso le stelle, ma verso il niente. Hollywood è un girone infernale popolato da isterici, bipolari, tossicodipendenti, megalomani fermi alla fase anale espulsiva. Ma non è solo Hollywood. Cronenberg, come in Cosmopolis, si riferisce indirettamente alla Società Spettacolare dell’iconizzazione del sé. È il sistema di un bisogno non soddisfatto corroborato da un desiderio incessante infinito. Il desiderio di essere altro, di essere come la propria madre, come il proprio padre, il desiderio del successo come ricostituzione di un ego frammentato e mai ricomposto.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Nei primi film di Cronenberg il perturbante si infilava negli orifizi anali o vaginali e deformava mente e corpo in trasformazioni-mutazioni che arrivavano fino all’esplosione e alla disintegrazione. L’atto sessuale o violento obbediva a questo processo di estrinsecazione viscerale, in un interno che prevaleva sull’esterno, guanto rivoltato. In Maps To The Stars la gran parte dei personaggi ha fantasmi da cui fugge, siano sensi di colpa o paure recondite. Ad eccezione di Agatha, ustionata alle mani e al viso, tutti gli altri protagonisti non hanno più cicatrici corporee, tumori cutanei o altre escrescenze della carne: tutto il perturbante prende la forma di una bambina morta di linfoma, di un bambino annegato in piscina, di una attrice ragazzina che è contemporaneamente madre e figlia. Non solo, l’orrore tende a trasformarsi in comico e questi personaggi diventano vittime del proprio essere-nulla, cercano l’eternità ma rimangono confinati in ridicoli istanti mortali (l’assassinio con la statuetta, l’autocombustione sull’orlo della piscina, il tentativo di soffocamento mentre si sta urinando, l’urlo di gioia sulla disgrazia altrui). Quel vergognoso canto («Na na, hey hey, kiss him goodbye») sulla terribile disgrazia che colpisce la collega più giovane identifica la perdita di ogni freno inibitorio e scrupolo morale: Havana gode indirettamente della possibilità di potere riottenere la parte.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Nelle immagine in bianco e nero di un film del passato, Julianne Moore-Havana non vede proiettata semplicemente la propria madre, ma il proprio desiderio di ritornare bambina e di rivivere l’esistenza del genitore. Diventare il personaggio della propria madre in un film significa soddisfare la sua fase anale espulsiva che è un po’ il problema di tutto lo star system: e infatti come detto precedentemente Cronenberg mostra ironicamente Havana sulla tazza del cesso con evidenti e maleodoranti meteorismi accompagnati da una raffica ventosa di parole. Confabulare o scoreggiare sono un po’ la stessa cosa. Havana, Benjamin, i genitori incestuosi di Benjamin vanno letteralmente alla deriva perché hanno perso la mappa che possa condurli a uno stato superiore di conoscenza e consapevolezza. Sono prigionieri dei propri bisogni e del proprio tempo malato. Prigionieri del passato (segreti che non possono essere accettati, complessi di Edipo e di Elettra) e del futuro (il prossimo film, la prossima parte, il prossimo successo) e incapaci dunque di essere figure concrete di un presente agonizzante. Agatha ritorna inizialmente per cercare una riconciliazione («voglio fare ammenda»), poi di fronte all’orrore decide di passare all’azione per ricongiungersi con il fratello Benjamin. Cronenberg squarcia l’orizzonte visivo con momenti altamente destabilizzanti: la scena di sesso a tre interrotta dalla madre castrante, lo strangolamento di un bambino a mani nude sotto l’effetto allucinatorio degli psicofarmaci, il rapporto more ferarum in limousine che scatena indirettamente la gelosia violenta di Agatha e che richiama altri rapporti in macchina di precedenti film di Cronenberg.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

cosmopolis david cronenberg

crash david cronenberg

Maps to the Stars, Cosmopolis e Crash [id., 1996]

David Cronenberg è uno dei cineasti contemporanei che con maggiore lucidità e problematicità provano a riflettere sulle possibili mutazioni che ci attendono. La radicalità con cui obbliga ogni spettatore a interrogarsi sul senso stesso delle immagini e sul significato del proprio vedere, non è una provocazione gratuita ma uno dei modi più penetranti di chiamare in causa lo sguardo di tutti, e di sollecitarlo a dare il proprio contributo a radiografare la deriva della nostra percezione.11
Eliana Elia12 enfatizza l’aspetto nichilista della filosofia cronenberghiana:«La mappa delle dimore delle celebrities hollywoodiane visibile sull’incipit dell’intero schermo è sostituita nel finale dalla mappa delle stelle dell’universo come a significare che la negatività di quel mondo circoscritto non è che immagine di una negatività ontologica che penetra il cosmo fin nelle trame più remote. Il setting del feroce e luccicante mondo dello star system è riconoscibile dalle consuete icone: le palme, la monumentale scritta HOLLYWOOD sulla collina, la limousine, lo shopping a Romeo Drive, gli studios, il Walk of Fame, le ville con piscina».

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Più vicino all’esempio di Spider ma con venature surreali che decongestionano la drammaticità degli eventi, Cronenberg decide che gli Inseparabili [riferimento ai gemelli protagonisti di Dead Ringers, 1988] debbono infine ricongiungersi e trovare la libertà alla stregua di eroi romantici, con l’auto-soppressione. Il processo di rêverie è portato a compimento. La camera inquadra da vicino la novella coppia incestuosa mentre sentiamo gli immortali versi di Paul Eluard accorciare la distanza dalle stelle; poi si muove lentamente verso l’alto, come in una forma di rispetto, in una resa lirica che è davvero atipica per il cinema dell’autore canadese: sono le nuove mappe per il cielo stellato sopra di noi, una via di uscita al di là delle barriere di questo tempo mutato e trasformato irreversibilmente.

mapst to the stars david cronenberg analisi recensione mapst to the stars david cronenberg analisi recensione mapst to the stars david cronenberg analisi recensione

Su l’assenza che non chiede
Su la nuda solitudine

Su i gradini della morte
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l’immemore speranza
Scrivo il tuo nome
E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà.13

 

NOTE

1. Wilfred Bion, The imaginary twin, read to the British Psychoanalytical Society, Nov. 1, 1950. 

2. Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2001 

3. Wilfred Bion, On Hallucination, International Journal of Psycho-Analysis, vol. 39, parte 5. 1958 

4. riferimento alla limosine che Robert Pattinson utilizza nel precedente film di Cronenberg, Cosmopolis [id., 2012] 

5. Roy Menarini, Ironia e distanza nel metodo Cronenberg, In Luca Taddio, David Croneneberg. Un metodo pericoloso, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, pp 67-70, 2012 

6. Anton Giulio Mancino, Maps to the Stars. Escatologia del Cinema, Cineforum n°536, pp 18-21, Luglio-Agosto 2014 

7. Marco Grosoli, Gli Spietati http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=5285 

8. Massimo Causo, Maps To The Stars. Le stelle hanno paura di cadere, Marla. Cinema alla fine delle Immagini, numero 2, pp. 7-8, Giugno-Luglio 2014 

9. Massimo Causo, Sentieri selvaggi http://www.sentieriselvaggi.it/maps-to-the-stars-di-david-cronenberg/  

10. Luca Malavasi, Maps to the Stars. Patto scellerato, Marla, Numero 2, pp. 4-6, Giugno-Luglio 2014 

11. riferimento ad osservazioni contenute in Gianni Canova. David Cronenberg, Il Castoro Cinema, Milano, 1999, p. 112 

12. Eliana Elia, Segnocinema 188, Luglio-Agosto 2014, pp. 33-34 

13. Paul Eluard, Libertà