Questo articolo, in una versione più estesa, è stato pubblicato in The Motley Undergraduate Journal.
La versione originale è disponibile qui:
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La serie HBO Euphoria [id., creata da Sam Levinson, 2019-in corso] conduce gli spettatori in un mondo di trasgressione giovanile, offrendo un ritratto fortemente stilizzato dell’adolescenza contemporanea e delle sue inquietudini. In modo controverso, la serie mette in scena esplicitamente comportamenti legati alla sessualità, all’abuso di sostanze, alla dipendenza e alla formazione dell’identità, proponendo un’immagine estetizzata della giovinezza che ha incontrato il favore del pubblico di tutto il mondo. Per comprenderne la ricezione e il peso nella cultura di massa, occorre ricordare che, secondo i dati diffusi da HBO al termine della seconda stagione, Euphoria ha rivaleggiato in termini di audience con Il trono di spade [Game of Thrones, creata da David Benioff e D. B. Weiss, 2011-2019], diventando la seconda serie più vista dal 2004 tra quelle prodotte dal network1.
La serie segue Rue (Zendaya), narratrice inaffidabile, alle prese non solo con le vicende della sua giovinezza, segnate da un’altalenante dipendenza da oppioidi, ma anche con quelle dei suoi coetanei, di cui racconta le difficoltà e le angosciose tribolazioni legate a un’età di passaggio. In questa narrazione, realtà e fantasia si intreccianoo fino a produrre una forma di euforia sia letterale che visiva. L’estetica associata a questa dicotomia è stata talvolta descritta da parte della critica come “pretenziosa”: il risultato sembrerebbe essere una narrazione visiva troppo appariscente, che finisce per compromettere il nucleo stesso dell’opera. Infatti, nella misura in cui il senso dell’intrattenimento voluto dai creatori della serie sembra essere indirizzato soprattutto a un pubblico adulto, la produzione rischia di mettere in secondo piano proprio quei valori che avrebbe dovuto incoraggiare. Pur riconoscendo che l’esperienza dei giovani viene in parte marginalizzata da una rappresentazione fortemente stilizzata, nel seguente articolo si cercherà di sostenere che Euphoria meriti attenzione accademica, soprattutto nel contesto della crescente consapevolezza intorno alle dipendenze, all’abuso di sostanze e alla crisi della salute mentale adolescenziale emersa dopo la pandemia di COVID-19. A partire dall’analisi della sua retorica visiva, si argomenterà quindi che la serie ricorra a precise strategie formali per spettacolarizzare l’esperienza della gioventù contemporanea. Tale spettacolarizzazione determina l’articolazione di un teenage gaze artefatto che riduce la complessità dell’esperienza giovanile quotidiana, rendendola disponibile al consumo di un pubblico più adulto. Come rivela l’analisi della retorica visiva delle prime due stagioni, questo sguardo genera un immaginario nostalgico dell’adolescenza e delle sue esperienze.
Storicamente, HBO ha fatto leva sulla propria reputazione di rete televisiva “di prestigio” per produrre contenuti audaci e originali, capaci di evocare «caratteristiche di prestigio ed esclusività, per rappresentare una approccio unico non solo in quanto a stile, estetica, contenuto e abilità nella narrazione, ma anche nel modo di intendere la TV stessa e la cultura»2. L’analisi dei modelli di rappresentazione degli adolescenti in serie quali Euphoria è oggi tanto più rilevante se si considera quanto velocemente stiano cambiando le immagini dell’adolescenza: non solo attraverso una trasformazione visiva del genere teen, ma anche nel modo in cui la giovinezza viene perceita attraverso le narrazioni presenti nella cultura di massa. Ciò emerge con particolare evidenza nella produzione di un teenage gaze, ovvero di uno sguardo pseudo-adolescenziale attraverso cui le industrie culturali capitalizzano sulla nostalgia della giovineza, promettendo il ritorno a un passato idealizzato. Questo sguardo funziona infatti come un filtro che rende l’adolescenza più lieve, glamour e visivamente seducente. Di conseguenza, verrà condotta un’analisi della retorica visiva della serie per decostruire gli elementi della moda, dell’estetica della tecnologia, delle scenografie, del colore e della luce, e per mostrare come tali elementi agiscano insieme alla narrazione nella produzione di un teenage gaze fondato sulla spettacolarizzazione dell’adolescenza e sulla sua rappresentazione come condizione liminale.
Il teenage gaze
Attraverso i suoi elementi visivi, Euphoria articola un teenage gaze che produce implicazioni sociali capaci di oltrepassare la finzione della serie. Ciò avviene attraverso la rimozione degli adolescenti da ambienti competitivi, accademici e inter pares, per collocarli invece in spazi illeciti e trasgressivi, nei quali tutti sono vestiti con cura. Euphoria invita così gli spettatori a guardare il mondo attraverso un teenage gaze: una prospettiva che, in quanto legata alla giovane età e all’inesperienza, risulta spesso inaffidabile, ma che viene resa desiderabile per un pubblico alla ricerca di un ritorno a un passato idealizzato, quando il futuro appariva ancora attraente. La rappresentazione stilizzata della cultura giovanile – sostenuta da elementi visivi legati alla moda e da rappresentazioni fortemente stereotipate degli adolescenti – diventa così il feticcio nostalgico di un certo tipo di pubblico. Poiché in Euphoria il punto di vista sembra appartenere ai giovani, lo spettatore adulto viene posto nella posizione privilegiata di esercitare l’atto del guardare, ricavando gratificazione e piacere dalla contemplazione dell’esperienza adolescenziale. In quanto sottoposto alle rappresentazioni televisive di un’industria culturale mercificata, l’adolescente diventa inoltre un prodotto capitalistico, inserito nello scambio simbolico dell’economia di mercato3. Di conseguenza, questo teenage gaze si rivela spesso un punto di vista oppressivo, nella misura in cui prende ispirazione dall’esperienza dei giovani, ma la rielabora a beneficio dei creatori e degli spettatori adulti. Come suggerisce Olin4, lo sguardo sollecita un desiderio di completamento del sé attraverso l’altro: qualcuno guarda e qualcuno viene guardato. Proprio per questo, tale dinamica permette di attraversare – ma anche di neutralizzare – tutte quelle differenze, in primis il genere, che sono costitutive dell’adolescenza, come l’età, l’esperienza e l’identità. Questo processo avviene attraverso quel fascino, logico ed emotivo, veicolato dalla retorica visiva della serie, che si articola nelle scenografie, nella moda e nei colori, dando vita a un teenage gaze artefatto. Infatti, nella fruizione di un testo visivo, il senso emerge nella costante dialettica tra opera e fruitore5.
Per analizzare la costruzione di questo teenage gaze, occorre considerare la retorica visiva sottesa all’ideazione degli spazi e delle scenografie, attraverso cui la serie dà forma a un mondo fortemente stilizzato. Nelle prime due stagioni di Euphoria, fantasia e realtà si intrecciano fino a rendere difficile una demarcazione sia visiva che narrativa; in questo senso, l’uso degli spazi, del colore e della luce assume una funzione liminale.
Per ciò che concerne il concetto di liminalità, ci si rifà qui alla definizione proposta da Victor Turner6 nella sua analisi dei processi e dell’esperienza sociale: la liminalità riguarda il rapporto dei fenomeni culturali con i confini e i limiti che stabiliscono la condizione, la posizione e il significato dei soggetti e dei luoghi all’interno di un determinato ordine simbolico; essa costituisce, in questo senso, un’esperienza di transizione. Nel contesto di Euphoria, questo concetto permette di identificare quegli spazi in cui fantasia e realtà entrano in tensione. Questa ambiguità restituisce con particolare efficacia una dimensione della giovinezza nella quale l’esperienza reale si intreccia con l’ingenuità, il desiderio e, nel caso della serie, l’abuso di sostanze, rendendo labile il confine con l’immaginazione.
Nella serie, gli spazi liminali sono sempre associati ad ambienti stereotipatamente legati alla rappresentazione degli adolescenti nei media di massa, come ad esempio i luna park, le sale da bowling, le piste da pattinaggio, le feste in casa, i balli e le recite scolastiche. Anche laddove queste scelte stilistiche potrebbero sembrare arbitrarie o prevedibili nella produzione di una serie sugli adolescenti, e persino controverse agli occhi dei critici che le hanno descritte come “fantasie revisioniste da millennial”, l’abilità di alternare la realtà e la fantasia all’interno di questi spazi contribuisce alla creazione di un teenage gaze. Quando i personaggi vi entrano, questi spazi fungono da segnali visivi per eventi che possono essere percepiti, in quanto opposti alla realtà, come meramente immaginati7. Dunque, nella serie sono sì presenti raffinati cliché, ma sempre all’interno di ambienti legati agli stereotipi sugli adolescenti, contribuendo così alla creazione di un teenage gaze chiaramente stilizzato, coadiuvato dall’uso del colore, della moda e della tecnologia.
Le scenografie
Quanto alla sua capacità di suscitare, attraverso l’organizzazioni degli spazi, sensazioni di disagio ed emancipazione legate alla giovinezza, trascendendo così ogni differenza generazionale, Euphoria produce un effetto unico. Nella prima stagione, questa caratteristica emerge soprattutto nella rappresentazione della noia giovanile, mostrata come una condizione di estrema vulnerabilità e di scoperta di sé. Nella serie, questo tipo di esperienza si svolge soprattutto all’interno delle camere dal letto, spazi in cui i ragazzi, sia sul piano narrativo che su quello visivo, affrontano le loro maggiori vulnerabilità.
Nel corso della serie, la camera da letto si trasforma in uno spazio nel quale affrontare alcuni dei riti di passaggio all’età adulta. Per esempio, Maddy (Alexa Demie) ha una camera che rispecchia l’attrattiva da lei esercitata sugli altri: una stanza attraversata da delicati toni del rosa, nella quale una leggera tenda riveste la struttura del letto. Presentando il suo potere come emanazione del controllo della propria femminilità, questa caratterizzazione introduce l’innocenza della giovane come possibile mezzo di emancipazione nella sua relazione con gli altri, specialmente con gli uomini. Questa funzione è evidente anche nella caratterizzazione di Kat (Barbie Ferreira), in particolare nella sua esplorazione del mondo della pornografia, quando la ragazza, alla ricerca di emanciapzione e di fiducia in se stessa, inizia a praticare il camming, attività nella quale degli individui si esibiscono in atti di natura sessuale davanti a una webcam in cambio di una ricompensa economica. Anche la camera da letto di Kat, attraversata da una velata luce dorata, con un letto scintillante in ottone e un grande specchio, riflette i tratti della sua personalità. Se la scenografia di questi ambienti non fosse così curata, la caratterizzazione dei personaggi non risulterebbe altrettanto efficace, poiché gli elementi fisici del design fungono da segnali visivi che contribuiscono in modo decisivo alla percezione, da parte del pubblico, di un senso di intimità e riservatezza.

La camera da letto di Kat in Euphoria

La camera da letto di Maddy in Euphoria
Diversamente, la seconda stagione fa un uso peculiare delle scenografie, costruendo, attraverso le sue case di provincia in stile anni ‘70, un design all’apparenza genuinamente vintage, il tutto attraverso l’uso di una pellicola dalla forte qualità grafica, la Kodak Ektachrome8. La particolare caratterizzazione delle abitazioni passa attraverso specifici elementi stilistici – rivestimenti in legno, carte da parati con motivi floreali, mobili e finiture in ottone – che dialogano perfettamente con la forte saturazione dei colori e con la grana tipica della pellicola usata per girare la serie. Questa scelta risulta interessante proprio per la sua contraddittorietà, poiché si oppone alla tecnologia moderna presente all’interno di questi spazi – smartphone e computer portatili, per esempio – usata invece per rendere attuale la loro esperienza adolescenziale dei personaggi. Ciò dimostra come Euphoria sia costruita in modo fortemente estetizzante, al fine di produrre un immaginario nostalgico: mantenendo una continuità visiva con spazi connotati da un’estetica vintage, la serie crea una rappresentazione dell’adolescenza sospesa in una dimensione inautentica.
Luce e colore
Da un punto di vista formale, colore e luce sono impiegati lungo tutta la serie per alludere alla compresenza di realtà e fantasia all’interno di spazi liminali. Questi due elementi funzionano congiuntamente come segnali di una condizione di soglia, posta al confine tra ciò che è reale e ciò che invece è solo immaginato da Rue, narratrice inaffidabile, oppure dagli altri personaggi durante la propria esplorazione del mondo, spesso accompagnata da mutevoli stati emotivi e da alterazioni psicofisiche. Cosi, fantasia ed escapismo diventano i principali temi associati alla luce e al colore: la periferia viene spesso trasformata in un ambiente dissoluto, mentre zone residenziali estremamente anonime, pervase dallo sfarfallio delle luci al neon, acquisiscono un’atmosfera quasi di realismo magico. Al contrario, i toni seppia, la desaturazione e il basso contrasto della luce e dei colori riportano lo spettatore alla realtà; una volta che le illuminazioni al neon abbandonano la scena, la fantasia viene meno. L’intenzione alla base dell’uso del colore e dell’illuminazione diventa ancora più evidente negli ambienti liminali, che si configurano come il campo ideale dell’irrealtà, esaltata da esperienze dal forte coinvolgimento emotivo, legate all’uso di sostanze e alla sessualità. Sam Levinson, autore e produttore di Euphoria, ha così descritto le sue idee riguardo a questo impiego del design visivo: «Più di ogni altra cosa, volevamo che la serie fosse un’esperienza sensoriale. Credo che la reazione del pubblico sia dipesa in larga parte da questo fattore visivo».


Fantasia e realismo nell’illuminazione di due immagini consecutive di Euphoria
L’estetica della pellicola
Levinson afferma che l’uso del colore persegue una «missione visiva», strettamente legata a un’«espressione emotiva prima ancora che logica». Ha inoltre dichiarato: «Il nostro approccio per la seconda stagione di Euphoria è stato quello di far sembrare la serie come la riscoperta di una memoria perduta, di un qualcosa appartenente al passato al quale rivolgere lo sguardo. Per quanto riguarda noi, quelle memorie hanno avuto inizio con la pellicola»9. Dai colori allo stile vintage delle scenografie e, in certa misura, anche della moda, i brillanti neon della prima stagione lasciano così il posto a elementi visivi più caldi e materici: una trasformazione legata al passaggio dal digitale alla pellicola10. In questo senso, il supporto analogico permette agli spettatori non solo di osservare i personaggi, ma anche di proiettarsi all’interno delle ambientazioni attraverso la mediazione della pellicola, un elemento familiare soprattutto a un pubblico adulto, che ha conosciuto in prima persona una tecnologia meno immediata e accessibile della fotografia digitale. L’estetica legata all’uso della pellicola evoca quindi quella nostalgia necessaria alla costruzione del teenage gaze proposto dalla serie: un artificioso ritorno al passato, suscitato proprio dalla materialità del supporto. La pellicola, infatti, implica un metodo di lavorazione più diretto, nel quale la mutevole esposizione alla luce produce trame visive più tangibili, suggerendo un senso di tradizione e di comunità; inoltre, proprio perché meno manipolabile rispetto al digitale, la sua materialità conferisce all’immagine una maggiore sensazione di intimità11. Grazie a questa scelta, e in opposizione all’effetto contrariamente generalmente più levigato del digitale, lo spettatore è portato a percepire favorevolmente la realtà socio-politica rappresentata dalla serie: una realtà di cui Levinson si fa interprete attraverso elementi visivi capaci di favorire un senso di nostalgia, ma che costruiscono, allo stesso tempo, un’immagine altamente estetizzata dell’odierna cultura giovanile destinata al grande pubblico. Tuttavia, in difesa della serie, è possibile affermare che Euphoria, proprio per la sua capacità di adattare l’uso della pellicola al medium televisivo contemporaneo, sia avanguardistica.

Rue, la protagonista, ripresa usando la pellicola Kodak Ektachrome
La moda
Sia per il pubblico che per la critica, uno degli aspetti più polarizzanti di Euphoria è lo stile dei vestiti usati nella serie, un elemento che, sin dalla prima stagione, ha influenzato le tendenze del pubblico. Nell’opera, l’abbigliamento serve a esprimere la libertà e la fluidità nella costruzione dell’identità, trasformando l’aspetto esteriore dei personaggi in uno spazio di sperimentazione personale. Proprio per questo, Euphoria è stata oggetto tanto di critiche quanto di elogi, provenienti non solo dal mondo dell’alta moda, ma anche da quello della moda popolare, soprattutto in seguito alla riscoperta degli stili camp, “Y2K” e “whimsy”. Sulle pagine del TIME, Berman ha sostenuto che la serie, almeno in parte sulla scia della spensieratezza dello stile Y2K, abbia contribuito all’avvento di un’epoca in cui il “cattivo gusto” viene fatto proprio in modo vivace e irriverente; questo fenomeno, «con il quale abbiamo a che fare, è in tutto e per tutto un movimento culturale»12. Come continua l’articolo: «Un ventennale ciclo di nostalgia, il nichilismo climatico, l’infodemia, la saturazione di contenuti digitali, oltre che le ripercussioni collettive a lungo termine del periodo COVID, sono tutti emersi trascinandosi dietro un’ondata di dozzinalità»13. Questo fenomeno è stato ampiamente trattato anche dalle maggiori testate di moda, una su tutte Vogue, insieme alle sue controparti internazionali, nel tentativo di comprendere le ragioni dei costumisti e il fascino di una stilizzazione spesso incompatibile con la vita reale degli adolescenti. La maggior parte dei ragazzi, infatti, non sarebbe in grado di permettersi i marchi (dettagliatamente elencati da Vogue) indossati in Euphoria14. Dunque, la moda mostra come il teenage gaze proposto dalla serie non sia una rappresentazione accurata dell’esperienza giovanile, quanto invece un filtro stilizzato che la trasforma attraverso un’esaltazione dell’aspetto esteriore. Alla ricerca della propria identità, i personaggi sperimentano con il corpo, la sessualità e l’immagine di sé, osando con stili fuori dall’ordinario che riportano in auge un’estetica leziosa, accanto al found fashion caratteristico di Rue. Nella realtà, tuttavia, la maggior parte degli adolescenti non sarebbe in grado, economicamente e culturalmente, di permettersi questo stile. Se in Euphoria la caratterizzazione dei personaggi si fonda sull’efficacia visiva dell’abbigliamento, nella vita reale il processo di sviluppo dell’identità — con tutta la goffaggine propria dell’adolescenza — vi fa affidamento solo in minima parte. Questo aspetto di Euphoria fa sì che la costruzione identitaria sia affidata a una dimensione estetizzante ed esteriore, andando così a creare per lo spettatore una visione lontana dalla realtà. In ultima istanza, l’uso della moda contribuisce così a rendere desiderabile una versione commerciale dell’adolescenza.
Secondo la costumista Heidi Bivens, l’armonizzazione tra abiti e pellicola nasce da un approccio astratto: nell’ambito della retorica visiva della serie, gli elementi legati alla moda sono pensati per suscitare nello spettatore una sensazione vaga, più emotiva che razionale. In un’intervista, Bivens ha infatti affermato che «le cose non devono sempre avere un senso preciso per suscitare delle sensazioni» e che, per quanto riguarda Euphoria, «tutti hanno lavorato in modo da permettere allo spettatore di provare qualcosa, qualunque cosa essa sia»15. Anche in questo caso, come per altri elementi visivi della serie, prevale un approccio volutamente disarticolato: l’illogicità dello stile dei costumi contribuisce infatti a rafforzare un’estetica fortemente stilizzata. Attraverso i vestiti, i colori e una precisa visione del mondo, la serie evoca così una versione fantasmagorica dell’adolescenza, sospesa tra desiderio, memoria e idealizzazione. In questo modo si compie il progetto nostalgico di Euphoria.

Esempio di moda Y2K per Cassie (Sydney Sweeney)
Lo spettacolo in Euphoria
La rappresentazione dell’adolescenza proposta da Euphoria si fonda su una concezione fortemente spettacolarizzata della vita giovanile, in linea con l’immaginario prodotto dalla cultura dominante. I creatori e i produttori della serie non sembrano aver considerato fino a che punto questa rappresentazione stilizzata possa influenzare il modo in cui i giovani, attraverso i media di massa, vengano percepiti nella vita di tutti i giorni. Inoltre, sono sembrano riconoscere adeguatamente quella che è oggi la realtà socio-politica vissuta non solo dagli adolescenti, ma anche da quegli stessi adulti che li giudicano. Per i giovani, il presente è significativamente peggiorato rispetto al passato: oggi, specialmente a seguito della pandemia di COVID-19, le crisi politiche e personali gravano su di loro con maggiore intensità. Questo ha comportato un profondo cambiamento anche nell’intrattenimento: il genere teen drama, attraverso l’adozione di stilemi noir o horror, ha progressivamente virato verso contenuti più cupi. Serie come Riverdale [id., creata da Roberto Aguirre-Sacasa, 2017-2023] o Le terrificanti avventure di Sabrina [Chilling Adventures of Sabrina, creata da Roberto Aguirre-Sacasa, 2018-2020] costituiscono esempi significativi di questa tendenza. È dunque importante sottolineare come, all’interno della serie, lo spettacolo venga utilizzato per dare forma a uno specifico teenage gaze. Come afferma Debord: «Lo spettacolo non è una somma di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini»16. Lo spettacolo di Euphoria suggerisce che la giovinezza possa essere ricostruita attraverso i suoi segni più immediatamente visibili — abiti, trucco, luci e atteggiamenti — mentre l’esperienza autentica viene sostituita da una rappresentazione spettacolarizzata della vita17.
Laddove la vita viene mediata in forma spettacolare, la sostituzione dell’esperienza autentica con la sua rappresentazione diventa rilevante: attraverso la tensione tra realtà vissuta e immagine spettacolarizzata, Euphoria contribuisce infatti a ridefinire, nell’immaginario di massa, le aspettative legate all’esperienza adolescenziale18. Occorre tuttavia puntualizzare che Debord non definisce il concetto di “spettacolo” in opposizione a quello di “realtà”. Come afferma il filosofo, «lo spettacolo, anche nella sua opposizione al reale, è realmente prodotto»19. In questo senso, la “reale” attività delle immagini individuata da Debord, unitamente alla falsificazione spettacolare della realtà, emerge in Euphoria attraverso l’ampia appropriazione della liminalità adolescenziale, trasformata in un’emotività spettacolarizzata e legata alla nostalgia del pubblico adulto20. Dunque, il consumo feticizzato da parte degli spettatori produce un rapporto di subordinazione: la mediazione per immagini di un’adolescenza spettacolarizzata finisce per trasformare i giovani in oggetti di osservazione, generando nei loro confronti una visione oppressiva21. Come afferma Olin22, affrontare questo tipo di analisi significa interrogare le conseguenze dell’atto stesso di guardare; nel caso di Euphoria, ciò implica chiedersi in che modo l’adolescenza diventi l’oggetto di una determinata visione. Quando si crea un senso di esotismo attorno alla rappresentazione dei giovani, si indebolisce in questi ultimi la percezione di sé come soggetti autonomi e realmente agenti23. Così, attraverso la distorsione dello spettacolo, la serie produce un’immagine dell’adolescenza che da una parte si presta ad un’ampia diffusione commerciale, ma dall’altra risulta oppressiva e alienante per chi quella realtà la vive concretamente. Ne è una dimostrazione la partecipazione del cast adulto di Euphoria al Fashion Month 2022, dove alcuni degli attori hanno rappresentato marchi come Prada, Saint Laurent, Valentino e Balenciaga24. In conclusione, la rilevanza di Euphoria come programma di successo di HBO si fonda su una precisa idea di serialità rivolta a un pubblico di massa: una serialità legata a una rappresentazione estetizzante e inautentica dell’adolescenza.
Liminalità
La forma di spettacolarizzazione della realtà che emerge in Euphoria si fonda sulla liminalità, ovvero, su una condizione di soglia, sia tematica che visiva, capace di produrre un senso di nostalgia. Come mostrato da Turner, la liminalità indica una condizione di passaggio: una fase in cui individui o comunità non appartengono più pienamente a uno stato precedente, ma non sono ancora entrati in quello successivo25. Questa condizione viene resa manifesta attraverso una rete di simboli che la società utilizza per rappresentare e rielaborare le proprie transizioni sociali e culturali26. In Euphoria, infatti, vige una rete di simboli che, sia formalmente che visivamente, fa emergere negli spazi un senso di liminalità e transitorietà; un dispositivo mediatico pronto ad accogliere e modellare un determinato teenage gaze. Questa dimensione ambigua, che viene espressa mediante la manipolazione delle funzioni della retorica visiva, si appropria di quegli aspetti che nella serie vengono idealizzati. Quando tali elementi si combinano, la liminalità assume la forma di un «momento dentro e fuori dal tempo»27. Così, Euphoria offre agli spettatori adulti la possibilità di appropriarsi, per il proprio appagamento personale, di un punto di vista adolescenziale estetizzato. La serie, attraverso questi elementi liminali, assolve allora alla funzione di artefatto culturale.
Euphoria, nella sua capacità di proprorre una propria concezione di liminalità visiva, attraverso cui costruisce l’adolescenza come un’esperienza sospesa tra presente e passato. Tale costruzione invita lo spettatore a riconsiderare il proprio rapporto con l’esperienza adolescenziale e con le relazioni sociali che la definiscono28. Questo intreccio tra presente e passato diventa così centrale nella costruzione del teenage gaze. Come osserva Turner, le forme culturali offrono modelli attraverso cui la realtà e il rapporto dell’individuo con la società, la natura e la cultura vengono periodicamente riclassificati29. Attraverso la specificità del proprio stile visivo, la serie produce un forte pathos emotivo: il teenage gaze di Euphoria suscita nello spettatore desiderio e nostalgia. L’industria culturale contemporanea, veicolata da fenomeni culturali di massa come Euphoria, influenza così il modo in cui gli individui si orientano nella società30.
Inoltre, nell’ambito della liminalità, Euphoria fa emergere nello spettatore una dimensione quasi religiosa: alla rappresentazione concreta della dipendenza si sovrappone infatti un’esaltazione del senso di religiosità31. In modo esplicito, nella serie la dipendenza viene messa in scena come una forma di sottomissione a una forza invisibile e trascendente, quasi un atto di obbedienza al divino. Questa dimensione religiosa si manifesta in particolare nella scena in cui Rue, sotto l’effetto della droga, si immagina al cospetto di uno stuolo di credenti raccolti, con cieca devozione, attorno al dolore e alla sofferenza causati dalla dipendenza stessa32. Così, nel legame tra liminalità, simboli rituali e superamento dei confini tra realtà e immaginazione, la fede assume un ruolo centrale33. Da un punto di vista visivo, Rue è spesso dissociata dal suo corpo nel momento in cui la droga inizia a circolare: questa condizione viene comunicata in modo simbolico, oltre che attraverso la musica e lo moda, grazie all’uso di una serie di codici visivi che rimandano alla fantasia.

L’allucinazione religiosa di Rue
Conclusione
Alla luce della nostra analisi della retorica visiva delle prime due stagioni, emerge come Euphoria costruisca un teenage gaze fondato su un’estetica volta a soddisfare soprattutto un pubblico adulto. Coadiuvata da un’industria culturale che tende ad alienare attraverso rappresentazioni estetizzanti e stilizzate, la serie riconduce l’esperienza dei più giovani entro le forme della cultura di massa. Attraverso il teenage gaze, inteso come appropriazione e spettacolarizzazione dell’immaginario adolescenziale, Euphoria incoraggia il ritorno a un passato idealizzato, legando lo spettatore adulto alle immagini che scorrono davanti a lui. Questo processo di glorificazione nostalgica, nella misura in cui mette in ombra la reale condizione dei giovani e ne aliena l’identità, si configura così come un possibile pericolo socio politico. Nella composizione dei propri elementi visivi – colori, luci, moda, scenografie – Euphoria lascia dunque in eredità non solo un’estetica fortemente riconoscibile, ma anche una controversa rappresentazione dell’adolescenza.
NOTE
1. Spangler, T. (2022, February 25). ‘Euphoria’ is the most tweeted tv show of the decade (so far), Twitter says. Variety. https://variety.com/2022/digital/news/euphoria-most-tweeted-tv-show-1235190599/
2. Akass, K., & McCabe, J. (2018). HBO and the aristocracy of contemporary tv culture: Affiliations and legitimatising television culture, post-2007. Mise Au Point, (10), 1-11. https://doi.org/10.4000/map.2472, p. 2.
3. Olin, M. (1996). Gaze. In R. Nelson & R. Shiff (Eds.), Critical theories for art history (pp. 318-329). University of Chicago Press.
4. Ibidem.
5. Reinhardt, J. (2023). Gaze. The Chicago School of Media Theory. https://lucian.uchicago.edu/blogs/mediatheory/keywords/gaze
6. Turner, V. (2002). Liminality and Communitas. In M. Lambek (Ed.), A reader in the Anthropology of Religion (pp. 358-374). Wiley Blackwell Publishing. Original work published 1969.
7. Esquire Editors. (2022, January 20). ‘Euphoria’ isn’t about gen Z. It’s a fantasy revision of high school for millennials. Esquire. https://www.esquire.com/uk/culture/tv/a38799020/euphoria-high-memes-gen-z-sex-scenes-season-2/
8. Kodak. (2022, April 1). Marcell Rév adopts an EKTACHROME approach for ‘Euphoria’ in pursuit of a nostalgic view. https://www.kodak.com/en/motion/blog-post/euphoria
9. Ivi, par. 6.
10. Ivi.
11. Rose, G. (2016). Visual methodologies: An introduction to researching with visual materials. SAGE Publications.
12. Berman, J. (2022, May 18). Welcome to the era of unapologetic bad taste. TIME. https://time.com/6176272/bad-taste-pop-culture-summer-2022/, par. 4.
13. Ibidem.
14. Bhatt, D. (2022, January 27). Decoding every outfit on season 2 of Euphoria. Vogue. https://www.vogue.in/fashion/content/decoding-every-outfit-on-season-2-of-euphoria
15. Ivi, par. 5.
16. Debord, G. (1994). La société du spectacle (D. Nicholson Smith, Trans.). Zone Books. Original work published 1967, p. 12.
17. Ivi.
18. Ibidem.
19. Ivi, p. 14.
20. Ivi, p. 3.
21. Ivi.
22. Olin, M. (1996). Gaze. In R. Nelson & R. Shiff (Eds.), Critical theories for art history (pp. 318-329). University of Chicago Press.
23. Ivi, par. 17.
24. De Klerk, A. (2022, March 9). The Euphoria cast members were the real stars of fashion month. Harper’s Bazaar. https://www.harpersbazaar.com/uk/fashion/fashion-news/a39221810/euphoria-fashion-week/
25. Turner, V. (2002). Liminality and Communitas. In M. Lambek (Ed.), A reader in the Anthropology of Religion (pp. 358-374). Wiley Blackwell Publishing. Original work published 1969, p. 327.
26. Ivi.
27. Ivi, p. 360.
28. Ivi.
29. Ivi, p. 373.
30. Ivi.
31. Ibidem.
32. Ivi, p. 370.
33. Ivi.
