Lascia perdere Jake, è Chinatown.

Una profonda, amara disillusione unisce due capolavori del cinema americano quali Chinatown [id., 1974] di Roman Polanski e L’anno del dragone [Year of the Dragon, 1985] di Michael Cimino. Al detective Gittes, l’indimenticabile Jack Nicholson dal naso tagliato e dalla vista offuscata, gli era stato dato un unico, semplice consiglio: fare il meno possibile. Perché è impossibile cambiare le cose. Il sistema costituito, per quanto ingiusto, corrotto e deprecabile, avrà sempre la capacità di ricostituirsi, di rinnovarsi, restando uguale a se stesso. Perché il potere non ha volto, e quando ce l’ha, è solo una delle sue mille facce. Perché non solo possiede il passato, ma anche «il futuro», come dice bene il luciferino John Huston nei panni di Noah Cross. Dieci anni dopo il film di Polanski – regista, per altro, omaggiato nel film con il nome della nave che trasporta eroina, la Pulaski -, Cimino torna a Chinatown (non più a Los Angeles, bensì a New York) per narrare le contraddizioni dell’America attraverso un noir metropolitano1 dalle tinte tragiche e apocalittiche.
Stanley White, un superbo Mickey Rourke in quella che è forse la sua interpretazione più intensa, è il nuovo detective impegnato a dirigere il dipartimento di polizia di Chinatown. Un’ondata di crimini sta infatti scuotendo l’apparente tranquillità del quartiere, in cui vige un tacito consenso tra le Triadi della mafia cinese che controllano i traffici della droga, e le forze della polizia. Joey Tai (John Lone), giovane ma determinato boss, vuole infatti ribaltare l’ordine costituito, e stravolgere gli accordi che intercorrono ormai da anni.
White e Tai sono due figure speculari. Entrambi lottano contro le vecchie generazioni, contro quel sistema che si vorrebbe sempre uguale. E in questa lotta si ritrovano presto soli. L’entrata in scena di White è, già di per sé, paradigmatica: prima di spalle, e poi in profondità di campo, “schiacciato” tra le figure di Tracy Liu, la giornalista di origini cinesi, e il poliziotto, intento a smentire l’esistenza della mafia cinese.

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Entrambi sono dei meticci – il vero nome di White è Bukowski, la sua origine è polacca -, figli bastardi della società americana. White insegue in maniera folle l’ideale (il sogno) americano in maniera radicale, idealistica, spoglia da qualunque compromesso. Chi lo segue, chi gli è vicino, è destinato a morire: prima la moglie Connie, poi il collega Edgar, giovane cinese infiltrato tra le gang. Anche la nascente relazione con la giornalista Tracy Liu vacilla continuamente. Il detective ha ancora negli occhi il ricordo della guerra persa, il Vietnam. Come scrive giustamente Giancarlo Mancini, White trova presto in Chinatown «un nuovo Vietnam» dove provar a cambiare l’esito del conflitto: i nemici, come a Saigon, non hanno volto, agiscono in maniera caotica, «spuntano da ogni parte»2. Allo stesso modo, White vuole gettare nel caos il quartiere cinese, e portare allo scoperto i colpevoli. Ma l’unico con cui potrà davvero confrontarsi, l’unico nemico a cui riuscirà a dare un volto, è Tai, outsider come lui, che il sistema mafioso vorrebbe eliminare.
D’altronde, la figura dell’outsider è uno dei leitmotiv del cinema ciminiano, anche se il regista preferisce puntualizzare a riguardo: «Un giornalista mi ha chiesto perché i personaggi dei miei film sono spesso degli outsiders […] La mia risposta è che non sono degli outsiders ma degli insiders […]. Stanley, per tutti i suoi difetti, il suo razzismo, le sue opinioni estreme su ogni cosa, rappresenta l’onestà, la dirittura morale, la giustizia; è colui che conosce la differenza tra giusto e sbagliato, e questo è un invito a tornare ai vecchi valori: per questo che chiamo questi personaggi insiders e non outsiders.»3
White e Tai si scontreranno, solitari, nell’ultima sequenza. Un duello dai caratteri western – genere evocato anche attraverso i dialoghi («c’è un nuovo sceriffo in città») – sui binari di una ferrovia, simbolo stesso del passato e della memoria – la Storia, ne L’anno del dragone, è ossessivamente presente: sono, infatti, simbolicamente gli stessi binari che, nell’Ottocento, i cinesi edificarono durante la realizzazione della Union Pacific. «Con L’anno del dragone Stone e Cimino hanno realizzato un film complesso sulla memoria e sulla storia. Passato e presente si sovrappongono e si intrecciano nella mente di Stanley White ma anche nella storia americana: il presente è una conseguenza e una ummagine del passato. Il noir si è appropriato di questa storia che si fa presente, che pesa sul presente come rabbia, paura.»4 Non è un caso, allora, l’insistenza, da parte di Cimino, nell’inquadrare sovente, nel corso de L’anno del dragone, la bandiera americana quale simbolo di un’identità smarrita.

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Con la morte di Tai, e la sospensione dall’incarico di White, tutto tornerà come prima. L’ultimo patetico gesto del detective, che si scaglierà goffamente contro il corteo funebre di Tai, servirà a ben poco. Gli elementi esterni sono ormai esclusi, la Storia può continuare.

Michael Cimino, con L’anno del dragone, torna alla regia dopo un silenzio durato cinque anni. Era il 1980 quando con I cancelli del cielo [Heaven’s Gate, 1980] poneva fine ad un’intera epoca cinematografica, la New Hollywood. Ma è nel noir – genere che con l’Oriente ha instaurato, fin dalla nascita, una sorta di fascino misterioso: si pensi a proto-noir come Ombre malesi [The Letter, William Wyler, 1940] o I misteri di Shanghai [The Shanghai Gesture, Josef Von Sternberg, 1941], oppure, a opere più tarde come Il kimono scarlatto [The Crimson Kimono, Samuel Fuller, 1959] – che il regista americano riesce a rinnovarsi, per imporsi nuovamente come uno dei più incisivi autori cinematografici dei suoi tempi.
Con l’apporto di Oliver Stone in sede di sceneggiatura, realizza un film denso, pulsante, e ben poco confortante. La regia è spesso nervosa, mutevole. Stacchi improvvisi e finti raccordi, corrispondono a esplosioni inaspettate di incontrollabile violenza. Si pensi all’omicidio di Connie, la moglie di White: un cambio di registro brusco che abbraccia tutti gli elementi filmici, dal montaggio al commento sonoro.

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Steady-cam seguono i personaggi in luoghi opprimenti, stretti, soffocanti. L’inquadratura è spesso sovraccarica, piena. La profondità di campo (come da tradizione noir – il primo esempio fu proprio Il mistero del falco [The Maltese Falcon,  John Huston, 1941]) “getta” i personaggi nei contesti, senza mediazioni: li imprigiona in ambienti gremiti di dettagli. L’uso dei colori è fondamentale (soprattutto, dei rossi) per descrivere questo «inferno sulla Terra» che è Chinatown, babele e labirinto inestricabile (sia che si tratti di una discoteca che di un ristorante).L'anno del dragone - 7

L’unico luogo di pace sembra essere l’appartamento di Tracy, la giornalista cinese di cui Stanley White si innamora. Un appartamento moderno, minimale, incredibilmente spoglio rispetto agli altri luoghi frequentati dai personaggi dell’Anno del dragone, caratterizzato da un design raffinato ed elegante. E, non a caso, disposto in cima ad un grattacielo: dove poter guardare dall’alto la città. Un «paradiso dentro l’inferno»5.

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Strepitoso, infine, tutto il lavoro di messa in scena durante il duello tra White e Tai. Le luci si fanno qui dichiaratamente espressioniste, chiamando in causa il lavoro di maestri della fotografia noir quali Nicholas Musuraca e John Alton. Lo scontro fra i due antagonisti è enfatizzato da un montaggio serrato, tutto giocato sull’alternanza di campi e contro-campi.

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L’anno del dragone è, infine, un film profondamente mortuario. Per ben tre volte assistiamo ad un funerale: all’inizio del film (il vecchio boss ucciso da Tai), a metà (Connie, la moglie di White), e alla fine (i funerali di Joey Tai). Un scelta puntuale, precisa. Perché in fondo, l’impossibilità di cambiare le cose – e ce lo dice bene Cimino – è la morte stessa.

NOTE

1. Cfr. con l’analisi su Vivere e morire a Los Angeles di Alberto Libera.

2. G. Mancini, Michael Cimino, Genova, Le Mani, 2007, pp. 173-179.

3. Intervista contenuta in, D. Pomponio, Michael Cimino. L’insider, in «Cinemavvenire», edizione 4, www.cinemavvenire.it, p.1.

4. A. Guerri, Il film noir – Storie americane, Roma, Gremese, 1998, p. 165.

5. G. Mancini, opera cit.