Appoggiata al muro d’una cella, tastandone le asperità con la mano destra, una madre sente la presenza del figlio che lì fu torturato e ucciso da Al Qaeda o dall’Isis. Sente e vede il suo corpo martoriato, ha la sensazione del suo sangue sul muro, anche se il sangue non si vede. Sente la presenza, lamenta l’assenza.

notturno granfranco rosi recensione

Dopo la marcia cadenzata di soldati in esercitazione notturna, il film di Gianfranco Rosi assume subito la forma del lamento. A ombre nell’ombra subentrano altre ombre: sono le donne, che vagano in ordine sparso in un luogo sinistro, senza saper bene dove andare, dove fermarsi.  La madre tocca il muro, e il toccare è parte del lamento, trasmesso dalle parole. Scorre la traduzione, ma il lamento è nella cadenza stessa della lingua – notturno e lamento sono tutt’uno. Il notturno contagia il giorno.

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Non esiste propriamente giorno, in Notturno [2020]. Un ragazzo corre su un motorino, ma già sta calando il crepuscolo. Mota su una barchetta ormeggiata tra le canne, si inoltra sul fiume quando ormai è notte. Non si capisce di cosa vada a pesca, se non di barlumi d’una luce perduta. Tutti ne vanno in cerca: le combattenti curde anti-Isis riposano sul pavimento di una casa diroccata, con fucili ed elmetti accanto. Non ci sono finestre, ma squarci nel muro, che lasciano vedere l’esterno come occhiaie spalancate sul vuoto. Dal vuoto potrebbe arrivare il nemico. Il riposo non può che essere breve.  

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Sempre brevissimo quello di Alì. Rannicchiato su un divano, in mezzo a fratelli che gli dormono attorno sui tappeti, avvolti nelle coperte, la madre lo sveglia continuamente, perché i cacciatori stanno già arrivando, alle prime luci dell’alba, e lui può guadagnare qualche dollaro riportando loro la selvaggina. Come un cane da caccia? Si, ma i cacciatori, in più, gli dicono “Bravo!”.

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Con una full immersion di tre anni nella realtà mediorientale, Rosi esplora i limiti dell’invisibile, le sue condizioni minime di visibilità, tramite uno sguardo che è giusto definire rosselliniano; poi, però, a differenza di Rossellini, opera sull’invisibile un complesso processo di post-produzione, attraverso operazioni di montaggio (con Jacopo Quadri) e di ritocco del colore (con Luca Bigazzi). Sono queste operazioni a rendere visibile ciò che naviga ai bordi dell’invisibile, a compire il miracolo di gettare sprazzi di luce nell’oscurità, a riproporre l’enigma della bellezza, a volte (bisogna dirlo) perfino eccessiva, nel cuore di tenebra del Reale.

Di confine in confine, tra violenze, conflitti, invasioni, guerre civili, tortura e morte,  non si esce dal cerchio della sofferenza: confine mobile, l’unico che non si riesce mai a varcare, perché sempre si ripropone, se non altro nella memoria. Memoria di bambini, che disegnano i barbuti dell’Isis come orchi, e appendono al muro i loro ritratti, assieme a quelli di genitori e fratelli uccisi, di sorelle rapite: traumi immedicabili, malgrado la buona volontà delle giovani psico-terapeute.

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Rosi non mette in scena, non gli interessa neppure ricostruire o cogliere sul fatto. Questo irrita gli adepti del documentario come raddoppio cinematografico della realtà, che si trovano spiazzati. Quello che è successo e sta succedendo in Medio Oriente lo trasmettono più i disegni dei bambini piuttosto che le macerie, più il deserto delle strade  che i palazzi crollati, più il passaggio di automezzi lungo voragini d’acqua che uno scambio di cannonate.

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Lo trasmettono i pazienti di un ospedale psichiatrico, impegnati nelle prove d’uno spettacolo, davanti alle poltrone vuote d’in piccolo teatro. Il regista incita gli attori (i ricoverati) a immedesimarsi nelle loro parti, e per questo ogni tanto fa proiettare su uno schermo, in palcoscenico, filmati già abbondantemente visti (i talebani che distruggono le statue ecc.). Prove d’uno spettacolo, si, ma anche terapia di gruppo, quasi uno psicodramma alla Moreno (e qui si ha forse un altro richiamo a Rossellini).

Notturno recensione

Nel cortile di un carcere, centinaia di prigionieri si riversano per qualche minuto d’aria. Hanno tutti la stessa divisa arancione, ormai sono indistinguibili l’uno dall’altro, non hanno più identità, se non quella conferita loro dalla divisa, marchio d’infamia. Rientrando nella cella collettiva, dove dormono ammonticchiati sul pavimento, formano catene colorate, ma dolenti, d’esseri senza volto, occhi bassi di gente che ha perso anche il diritto di guardarsi attorno. Le guardie li contano, come fossero grani d’un rosario interminabile. Quando tutti sono rientrati, serrano le porte, chiudono i cancelli, cancelli che cancellano, sottraggono alla visione.

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Una madre al cellulare riesce ad avere notizie da sua figlia, lontana, prigioniera dell’Isis. Comunicazione severamente proibita, pericolo d’essere scoperta, da parte della figlia – ma è troppo forte la voglia di confidarsi, di sentire una voce amica, fosse pure attraverso la mediazione d’un congegno elettronico. Per liberarla, l’Isis chiede soldi, ma la famiglia non ne ha.

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Chi pagherà per lei? Chi per le violenze? Chi per le vite spezzate dall’odio? Sfilano autoblinde con la bandiera stella e strisce, ma sono parte del problema, non la soluzione. Alì, nella notte, pensa al suo destino, nell’intenso primo piano finale  – ma il Notturno potrebbe non aver fine, anche se gli occhi del ragazzo esprimono una lontana speranza.

Ripetiamolo: il Notturno è la forma-lamento delle cose, il loro pianto, il rimpianto della luce del giorno, che è venuta a mancare, espresso dai corpi delle madri e dal corpo martoriato della terra. Tra oscurità e fango, Notturno coglie il silenzio disperato del mondo che piange la luce perduta.