APPENDICE: Suggerimenti di visioni: 5 film su magia e illusionismo

Usa, 8 aprile 1983. Il non ancora ventisettenne David Copperfield [nato David Seth Kotkin] esegue in diretta televisiva nazionale su CBS il trucco che lo avrebbe di lì a poco reso il più celebre illusionista del Novecento dopo Harry Houdini: la sparizione della Statua della Libertà.

Dopo aver coperto il monumento alla vista degli spettatori (sia quelli fisicamente presenti a Liberty Island che i milioni di americani che hanno assistito al trucco da casa) con un gigantesco telo blu issato tra due pilastri, Copperfield fa passare brevemente le dita sopra un radar posto in favore di camera. Mentre il puntino luminoso che dovrebbe segnalare la posizione della Statua scompare, il mago segnala con un cenno di abbassare il telo. Attoniti, gli spettatori fissano il cielo vuoto illuminato solo dai fendenti di luce di alcuni proiettori. La Statua della Libertà è scomparsa.

La spiegazione (ovviamente non la realizzazione) del trucco è piuttosto semplice: il pubblico e gli operatori erano infatti seduti su una piattaforma il cui impercettibile movimento rotatorio li ha condotti in un punto dal quale il monumento era invisibile.

Chiaramente, non c’interessa qui «desacralizzare» il capolavoro illusionistico di Copperfield, quanto utilizzarlo a titolo di esempio per una rapida riflessione sull’immagine. Come è stato acutamente notato, l’illusionista non solo ha consegnato «attraverso la sua spettacolare magia un messaggio perfettamente in linea con il contesto reaganiano della Guerra fredda (non a caso, l’episodio è stato recuperato, in forma filologicamente corretta, nel corso della quinta stagione di The Americans)» poiché «come spiega prima del numero […] intende ricordare “how precious liberty is and how easily it can be lost”» – non dimentichiamo che fu proprio Ronald Reagan, suo amico personale, a concedere al mago il nullaosta per eseguire il trucco precedentemente negatogli dal sovrintendente di Liberty Island David L. Moffit1. Il dato più interessante del suo gioco di prestigio è puramente legato a un dato visivo: aver fatto in modo che la Statua della Libertà si allontanasse dallo sguardo «nascondendosi nel fuoricampo» [Grespi-Malavasi]2.

Ci troviamo qui di fronte a una tipologia di illusione particolarmente significativa, poiché rimpiazza un frammento di realtà con un altro e coinvolge la percezione e la rappresentazione dello spazio. Il principio su cui si basa, però, non è solo quello della sostituzione ma anche del raddoppiamento: una porzione di realtà a cui se ne aggiunge una seconda determinata da un trucco invisibile. Lo stesso principio che sovrintende uno dei più celebri numeri di un altro grande illusionista come Teller (eseguito senza il sodale Penn Jillette): Shadows.

Si tratta di una pantomima. Un vaso di fiori poggiato su un tavolo proietta la propria ombra su un telo sistemato poco dietro. Con un coltello, Teller recide le foglie in ombra del telo causando però anche il medesimo effetto sul fiore «reale», invertendo così i nessi temporali di causa ed effetto. A un certo punto, l’illusionista si ferisce il palmo della mano ma il sangue comincia a gocciolare solo sul disegno in ombra. Quando Teller ricongiunge la mano ferita alla sua ombra ecco che una copiosa cascata rossa imbratta il telo.

Entrambi i trucchi si caricano d’implicazioni teoriche ancora più complesse di quelle che costituiscono la normale camera d’eco dei trucchi di magia e illusionismo. Di fatto, questi ultimi si fondano sovente sull’inganno dello sguardo: uno dei principi-chiave della magia è infatti quello della cosiddetta «misdirection», ovvero la capacità di depistare lo spettatore per indurlo a distogliere lo sguardo dal luogo in cui si sta effettivamente concretizzando il trucco. È una sorta di postulato che accomuna le «routine» di illusionisti, mentalisti, sleight of hand artist ed escapologi e che spesso si accompagna all’applicazione di concetti logico-matematico (nella cartomagia), di apparati tecnico-ingegneristici (di cui lo stesso Copperfield è maestro indiscusso) o persino di trucchi ottico-cinematici (si vedano ad esempio alcuni celebri numeri dell’ombroso Criss Angel, dalla «separazione» del torso dalle gambe di una persona alla celebre sparizione sulla spiaggia).

Nella magia, il trucco è anzitutto una sfida all’occhio. La posta in gioco sono i limiti della visione: in molti casi (come accade per esempio con la monetomagia, ma anche in routine antichissime quali quella dei bussolotti o del gioco delle tre carte) lo spettatore ha tutto davanti agli occhi ma non riesce veramente a vedere quello che sta succedendo. Un principio che ha raggiunto quasi una dimensione «meta» con lo sforzo di geniali illusionisti quali i già citati Penn & Teller. Si veda la loro versione del celebre gioco di prestigio della «donna tagliata a metà»: dopo aver eseguito il trucco in una delle versioni tradizionali (utilizzando cioé un tavolo inclinato al cui interno è intagliato un nascondiglio per le gambe della persona destinata a essere «dimidiata»), Penn spiega passo per passo al pubblico i segreti del numero e, nel finale, chiede a Teller di attivare la sega circolare, assolutamente innocua poiché l’assistente si trova in una posizione rannicchiata. Ma la lama riesce egualmente a tagliarne le gambe, spargendo sangue e viscere sul palco. Qui, l’inganno è quindi ancora più complesso: lo spettatore è convinto di essere perfettamente a conoscenza del trucco eseguito ma non si accorge di essere stato nuovamente distratto e non aver veramente «guardato».

La sparizione della Statua della Libertà di Copperfield e la manipolazione delle ombre di Teller, però, lavorano su un ulteriore piano di complessità che, con o senza volerlo, ha a che fare anzitutto con l’immagine e il suo rapporto con la realtà. Entrambe le «performance» inducono inevitabilmente a riflettere sul concetto fondamentale di ogni teoria dell’immagine sia inscritta nell’ambito della fotogenia, dell’antropologia o della semiotica: in che misura l’immagine è una traccia del mondo?

Ha scritto Vilém Flusser che le immagini «si pongono fra il mondo e l’uomo […] anziché rappresentare il mondo, lo alterano.»3 L’illusione di Copperfield, di fatto, poggia contemporaneamente su un atto di sottrazione di realtà, prima ancora che di sostituzione o di falsificazione. Una lacerazione nel tessuto visibile che è stato reso possibile solamente trasformando la visione in un atto di comunicazione. Nella civiltà dell’immagine non esiste più la sacralità dell’icona: la fissità immortale della Statua della Libertà (e del suo portato simbolico) viene in qualche misura confiscata. Così, il trucco sembra anticipare uno dei dati fondamentali della futura civiltà digitale: la scomposizione della realtà in frammenti, con la sua inevitabile ricaduta «percettiva».

Specularmente, il numero di Teller costituisce anch’esso un tentativo di rifigurazione della realtà: ma non siamo più di fronte alla sua «decurtazione», quanto a una specie di raddoppiamento. Nel numero di Teller si assiste alla comunicazione impossibile tra dimensioni convergenti: il visibile e l’invisibile, il materiale e l’immateriale, la luce e le ombre. L’immagine diventa qui l’unico mediatore possibile tra dimensioni di realtà differenti. In questo modo, riesce a donare concretezza a un universo fantasmatico che è contemporaneamente alterazione (tornando alle parole di Flusser) e reduplicazione del mondo. Una nuova dimensione «sintetica» che vive anzitutto nello sguardo dello spettatore, trasformato nell’unica, vera chiave d’interpretazione della realtà.

NOTE

1. Autore non citato, Il Post, 8 aprile 2018: https://www.ilpost.it/2018/04/08/david-copperfield-statua-della-liberta/

2. B. Grespi e L. Malavasi, Quando le immagini hanno smesso di essere (soltanto) immagini, La Valle dell’Eden. Semestrale di cinema e audiovisivi n.33, Scalpendi Editore, Milano, 2018 

3. V. Flusser, Per una filosofia della fotografia, cit. in H. Belting, Antropologia delle immagini, Carocci, Roma, 2013, p. 255

 

APPENDICE

Suggerimenti di visioni: 5 film su magia e illusionismo

La fiera delle illusioni [Nightmare Alley, Edmund Goulding, 1947]

Primo adattamento dello splendido romanzo Nightmare Alley (1946) – meritoriamente ripubblicato di recente da Sellerio con l’ottima traduzione di Tommaso Pincio – di William Lindsay Gresham, illusionista dilettante ed esperto di carte da gioco. Mentalismo, spiritismo, lettura dei tarocchi: la magia come un velo che nasconde le ombre della realtà di un America che pensava di aver superato il trauma del secondo conflitto mondiale. Riguardiamolo oggi: sembra il controcanto del noir urbano semidocumentario che stava sviluppandosi in quegli anni (da Il grattacielo tragico [The Dark Corner, Henry Hathaway 1946] a La città nuda [The Naked City, Jules Dassin, 1948]. E pensiamoci: prefigura l’epicedio che canterà Billy Wilder in Viale del tramonto [Sunset Boulevard, 1950].

Con la morte non si scherza [Penn & Teller Get Killed, Arthur Penn, 1988]

Ultimo film per il cinema di Arthur Penn, segna l’incontro tra uno dei massimi autori del cinema americano e la più celebre coppia di illusionisti del Novecento. Un perfetto distillato della filosofia del duo: «Il trucco più semplice che tu possa fare coinvolge intellettualmente il pubblico. Eseguire un trucco coinvolge la sfera percettiva dello spettatore ed è una forma d’investigazione epistemologica: come facciamo a sapere che cosa sia vero?» [Penn Jillette].

Ricky Jay and His 52 Assistants [id., David Mamet, 1996]

Uno speciale per HBO in cui David Mamet riprende un’esibizione di Ricky Jay e dei suoi «52 assistenti», ovvero – ovviamente – le carte da gioco. Trucchi straordinari, riflessioni sulle reciproche influenze tra prestigiatori e bari, la pratica del lancio delle carte e un finale in cui reinventa il gioco dei bussolotti di Bartolomeo Bosco: un divertissement colto e raffinato.

The Prestige [id., Christopher Nolan, 2006]

Per molti il miglior film di Nolan. Certamente quello che orbita intorno a tutta la sua filmografia, fondamentale per circoscriverne perimetri e prospettive. Il trucco («il prestigio») come grimaldello per svelare i limiti della percezione e della conoscenza: «Voi volete essere ingannati».

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley [Nightmare Alley, Guillermo del Toro, 2021]

Seconda versione del romanzo di Gresham. Tra freakshow, archeologia del noir e gotico americano: quasi un aggiornamento de La stangata [The Sting, George Roy Hill, 1973] dove la magia sostituisce il gioco. Dai bari e truffatori ai prestigatori: l’illusionismo come certificazione della messa in scena in un mondo entrato nel regime del falso e della simulazione. Piaccia o meno, bisogna farci i conti.

BONUS TRACK

Penn & Teller: Fool Us [id, Peter Adam Golden, Andrew J. Golder, Penn Jillette, 2011 – in corso]

Tv show di ABC. Maghi provenienti da tutto il mondo si esibiscono davanti a Penn & Teller nel loro teatro al Rio Hotel di Las Vegas. Il loro obiettivo? Impedire che i due illusionisti non scoprano il trucco utilizzato nella loro performance. Fondamentale.

Tim’s Vermeer [id., Teller, 2013]

L’inventore Tim Jenison ha un sogno: riprodurre fedelmente la Lezione di musica di Vermeer. Il suo scopo: dimostrare che il grande pittore si era servito dei principi della camera oscura per raggiungere una simile perfezione della dettagliatura e delle sfumature. Diretto da Teller, narrato e prodotto da Penn, è perfettamente in linea con la filosofia dei due illusionisti: indagare i limiti dello sguardo per potenziare il proprio grado di conoscenza della realtà. Un gioiello.