Nel panorama underground cinematografico italiano una voce interessante è quella del filmmaker Salvatore Insana. Il suo approccio alla realtà è volto allo scardinamento di canoni, metodi imposti, sguardi univoci. Le immagini di Insana fanno e disfano la realtà per portare alla luce una memoria o qualcosa di nuovo, di misterioso, che le scorre sottopelle.

Innanzitutto, come nasce la tua carriera nell’audiovisivo?

Se per carriera si intende la via che uno percorre nella vita (dell’audiovisivo), il mio percorso parte come prosecuzione (naturale?) della ricerca sulla scrittura e (con) la parola, esercizio di demolizione costante per anni, fin dai tempi del liceo (qualcosa si trova qui: https://workinregress-sam.blogspot.com). Nell’immagine mi è sembrato di trovare qualcosa di più immediato, di più “universale” e anche di più misterioso rispetto alla parola: un’estensione della lotta e della ricerca.
In forma diaristica-documentaria, mantenendomi aperto all’imponderabile e all’indeterminato, ho iniziato e continuo a raccogliere momenti, frammenti di ordinario clamore, attimi di “verità”, con gli strumenti a basso costo che porto sempre con me. La povertà dei mezzi a disposizione è sempre stato l’espediente per evitare la messa in scena, smascherare in qualche modo la “realtà” nel suo farsi e disfarsi, ed esaltare le specificità nascoste del mezzo stesso.
Sono finito tra le immagini per attrazione fatale, ovviamente senza logiche di mercato o ricerca del posto fisso. Intanto il Dams di RomaTre, affrontato con serietà e fiducia, mi ha aperto molte visioni, molti mondi lontanissimi e sconosciuti.

Mi hai raccontato che tu di modelli di riferimento ne hai tanti e nessuno: John Cage, Carmelo Bene, Godard, Bokanowski (Un’elegia marina ricorda molto Au bord du lac; anche Your Mirror è di stampo bokanowskiano). In che modo questi artisti hanno influenzato il tuo approccio al cinema, alla videoarte e, ovviamente, alla vita?

salvatore insana - elegia marinaUn’elegia marina

salvatore insana - bokaAu bord du lac

salvatore insana - your mirrorYour mirror

Ancora, per attrazione, per calamità, per comunanza di spirito. Spesso trovando in queste figure degli appigli operativi più nelle loro dichiarazioni di poetica che poi nell’esito “pratico” della loro ricerca. Un approccio divergente, nel metodo, nelle forme, rispetto ai canoni, ai parametri, ai paradigmi. Sotterranei incitamenti al convincimento che qualcosa si può (ancora) fare e disfare. Figure così centrate e centrali nella loro abissale e ulteriore ricerca, nella loro lucida disperazione, da apparire, ai più, eversivi ed eccentrici, quasi eretici.
Chi più forse ha modificato il mio approccio alla vita è stato John Cage, mi ha fatto spostare lo sguardo altrove. Pacificandomi in un certo senso con la vita quotidiana, con la percezione di ogni istante, con il giusto e il gusto…
Nostra signora dei turchi mi sconvolge ad ogni visione per derisione sovversione delle regole, mentre Pierrot le fou mi ha trasmesso alla prima visione un’energia sovversiva e vitale di rara radicalità.
Di Bokanowski conosco meno scritti e vicende biografiche, ma L’ange nella sua disturbante deriva mi ha spinto verso una pratica di deragliamento sistematico della visione, a favore di un’esplorazione di stati perturbanti, poco consoni ai tanti clichè che cerco di rinnegare.
Poi di figure fondamentali ce ne sono state tante altre, scoperte prima o dopo: Gianni Toti ad esempio, o anche Zavattini, Manganelli, Ferreri e ovviamente Brakhage e tutti quelli che dimentico.

Una delle tue opere più importanti (e anche una delle mie preferite se vogliamo dirla tutta) è La cognizione del calore. Riprendi delle bambine che stanno in un prato a giocare. È un titolo che mi incuriosisce molto e che ho interpretato come il desiderio di voler “tenere in caldo” una memoria d’infanzia preziosa. Vorrei che ce ne parlassi.

salvatore insana - LaCognizionedelcaloreLa cognizione del calore

Come mi capita spesso, senza nessuna premeditazione, rimango attratto e attirato da qualcosa che, inconsciamente forse, si ricollega al mio vissuto o alle mie visioni precedenti… Ho registrato delle presenze, in dialogo con un fuori campo oscuro. Tra Blow-Up e il 16mm di Zapruder al momento dell’assassinio di Kennedy a Dallas. Il materiale ripreso è rimasto dormiente per quasi un anno, mi sembrava qualcosa di troppo estremo… poi invece è stato accolto in vari contesti, con mia sorpresa e gioia. Il caldo c’era davvero. Il conservare vive, calde, le immagini, è qualcosa che mi interessa. C’è una fibrillazione registrata e mantenuta, fatta di fremiti, di interruzioni, di errori tecnici, di respiri, di sguardi fuori campo. C’è mistero e c’è emozione. E c’è la memoria fugace o evidente del luogo. E la percezione viva di uno stato limite, quello dettato dal calore, una temperatura anche interiore. Nella condizione infantile c’è poi un galleggiamento dell’essere e del non essere ancora che ritengo prezioso. Una continua rigorosa metamorfosi, quella di chi si mette in gioco piuttosto che quella di chi si mette in scena o si fa interprete o rappresentante…

C’è un regista forse un po’ dimenticato con cui hai collaborato che è Roberto Nanni. Raccontaci com’è stato lavorare con lui.

L’ho conosciuto a Roma, dove viveva anche lui. Ormai circa dieci anni fa. Al cineclub Detour, spazio resistente alla gentrificazione, lì dove andavo spesso a nutrirmi di alternative visive. Poi gli ho chiesto/proposto un incontro/intervista per la mia tesi sul concetto di inutile. La sua mancanza di “arruolamento” mi affascinava e mi affascina. Poi per circa due anni ho “collaborato” con lui, nella sua casa-wunderkammer nella Roma più antica e alchemica. Uno studio sovraccarico di libri, monitor, vinili e immagini preziose, divergenti anche loro. Un’immagine iconica e decisiva sulla parete: Burroughs che passeggia con Bacon. Con Roberto Nanni ho scoperto il super8, la riappropriazione delle immagini tramite deviazioni e variazioni, un rapporto profondo e virtuoso con la musica. E con il mondo.
Stare al suo fianco ha certamente indirizzato il mio sguardo, verso il “corpo” del cinema e la materia viva dei corpi in movimento: è stata una sorta di “educazione sentimentale” nei confronti del cinema che ancora attualmente cerco e amo. Una via rovinosa. Resistente, orgogliosa. Ostinata. E poi l’idea o l’utopia di un cinema smarcato dai tappeti rossi, dai tornaconti, dai giri d’affari a vuoto di etica e di estetica. Nel bene o nel male quegli anni sono stati in parte matrice di alcune mie sperimentazioni e di certi miei atteggiamenti successivi.
Poi, senza grandi spiegazioni, come recentemente si è scritto riguardo Mark Hollis, si è lasciato sparire.
L’ho visto, probabilmente, l’ultima volta al Lucca Film Festival, nel 2014. Ha fatto quasi finta di non conoscermi.

In gran parte dei tuoi lavori il corpo si manifesta come corpo singolo che si immerge nella luce e nel paesaggio – un aspetto antonioniano rintracciabile, ad esempio, in Clinamen, in cui il corpo della donna (Elisa Turco Liveri) si muove nella natura circostante, o in Vacuum in cui sempre Elisa balla all’interno dello spazio vuoto di un fabbricato. Parlaci di questo rapporto corpo-spazio.

salvatore insana - clinamenClinamen

salvatore insana - vacuumVacuum

Il corpo-soggetto singolo è in qualche modo un alter ego del mio sguardo nell’atto di filmare il lato enigmatico, misterioso, quasi esoterico, delle cose, dei corpi, dei luoghi, il loro respiro interno, in relazione con gli “spettri” visivi e mentali. E poi è un’icona che porta con sé quel carico esistenziale e magnetico, epico, intimo e al contempo aperto all’ignoto, di chi, costantemente affronta il mondo senza servirsi di manuali o di gps. Senza analisi costi-benefici. Si tratta sempre di un viaggio, di un attraversamento, di un’ipotesi costantemente ripetuta, con, in questo caso, un animo romantico, alla ricerca del sublime di Friedrich o degli orizzonti mistici di Turner, erodendo in qualche modo l’antropocentrismo di tanto cinema e contemporaneamente valorizzando la capacità di un corpo di esplorare, penetrare e essere attraversato da uno spazio-tempo in cui spesso mancano i segni di intervento umano.
Antonioni progressivamente inoltre sta emergendo come influenza assorbita in modo inconscio in passato e ora sempre più presente come riferimento dichiarato riguardo un certo atteggiamento e sguardo sul mondo, disidratato, attonito, appassionatamente gelido.

Viaggio alla rincorsa del tempo; Era il mio corpo un tempo, sono alcuni titoli in cui ricorre il termine “tempo”. Qual è la tua concezione del tempo?

salvatore insana - era il mio corpoEra il mio corpo un tempo

È tutto un frammentarsi e sframmentarsi. Molti inizi. E ripetute pause. Un “concatenarsi spezzato di affetti a velocità variabili”. Di ripetuti slanci e disseminazioni. Contraddittori. In piena malinconia di un presente che, evidentemente, sussiste solo in una stratificazione costante di spinte eterogenee.
Cerco di negarmi alla conservazione e alla celebrazione del “museo”, anche se poi, paradossalmente, nell’utilizzare la fotografia e il cinema non faccio altro che raccogliere momenti per il futuro di qualcun’altro. Ma cerco di lasciare tracce cancellate ed enigmatiche.
E poi, mi ripeto sempre, sentendomi in pieno atteggiamento partigiano, quel che diceva Ferretti: “Non si teme il proprio tempo. È un problema di spazio”. E lo spazio per fare, per dire, per correre, manca sempre più del tempo.

Di cosa ti stai occupando nell’ultimo periodo?

Quello di cui mi sto occupando adesso, tra arti visive e performative con Dehors/Audela (http://www.dehorsaudela.com), è strettamente legato alla percezione temporale, verso una circolarità inesorabile. Sto studiando la condizione dell’esitazione come baluardo contro l’arroganza, come una delle declinazioni possibili del “neutro” inteso come ciò che scardina il paradigma, indagando quegli istanti di interruzione e di intervallo che si frappongono tra una decisione e la sua negazione.