Una piccola premessa metodologica: questo articolo si limita ad affastellare alcune suggestioni, mentre una trattazione più rigorosamente «scientifica» degli argomenti evocati, quale si converrebbe alla tradizione della rivista, sarà demandata a un prossimo futuro.

Uno spettro (tutt’altro che nuovo, anzi, vecchio, vecchissimo) si aggira nell’universo sempre più fluido dei prodotti audiovisivi: è quello del cosiddetto «what if», concetto di per sé estremamente complesso che, prendendo le mosse dalla facoltà del nostro cervello di costruire simulazioni mentali alternative al reale, giunge a invadere il dominio della narrativa. Scrittori, cineasti, artisti, creator digitali ecc. vengono così indotti, come in una sorta di Gedankenexperiment einsteiniano, a modellare autentiche biforcazioni ontologiche a partire da una realtà data. In altri termini, decisamente più spartani: al centro c’è la possibilità di appagare l’antico desiderio di modificare ciò che è accaduto.

Un modus operandi (o un’ipotesi controfattuale, a voler essere rigorosi) applicabile in primis agli eventi storici: cosa sarebbe successo se gli indiani avessero vinto le guerre delle Grandi Pianure? Che cosa sarebbe stato dell’intera filosofia post-classica e medievale se Aristotele avesse deciso di fare il mugnaio? Ma anche ai modelli mitopoietici: che cosa sarebbe successo se Anakin Skywalker non avesse ceduto al Lato Oscuro della Forza? E se Neo avesse scelto di non ingerire alcuna pillola? Senza dimenticare la possibilità di riarticolare il presente: cosa succederebbe se i «predatori» delle Big Tech (per dirla con Giuliano da Empoli) si sfidassero in un torneo di wrestling? O se Donald Trump (e qui forse è meglio fermarsi…).

Ora, semplifichiamo brutalmente: basta un minimo di capacità intuitiva per comprendere come tale strategia narrativa (e discorsiva) sia destinata a diventare sempre più centrale nel cinema contemporaneo. In fondo, la proliferazione di multiversi di cui si largamente dibattuto su queste pagine ne è una diretta emanazione (o prefigurazione). Su YouTube è un fenomeno ormai arcidiffuso, così come in ambito videoludico: per esempio, in un simulatore sportivo come NBA 2K è possibile iniziare la propria carriera in punto determinato nella storia della lega americana di basket e re-immaginare quindi l’intero svolgersi degli eventi (che sarebbe successo se Michael Jordan fosse stato draftato dagli Houston Rockets al posto di Hakeem Olajuwon? E se LeBron James non avesse mai lasciato Cleveland per «portare i suoi talenti» a Miami?). Senza contare, oltre a quei videogiochi in stile Detroit: Become Human [Quantic Dream, 2018] in cui l’utente è chiamato a compiere di volta in volta delle scelte che determinano il corso della narrazione (inducendolo retroattivamente a interrogarsi su ciò che sarebbe accaduto se avesse optato per A invece che per B), che già nel concetto di reset (ossia nella possibilità di ricominciare indefinitamente la partita) è connaturata un’idea germinale di what if.

Sulla delineazione del contesto (recentissimo è il video di una rissa tra Tom Cruise e Brad Pitt interamente generato da Seedance 2.0, servizio di intelligenza artificiale fornito da ByteDance), nonché sulle cause e sulle conseguenze di questo fenomeno torneremo in seguito. Ciò che mi preme sottolineare in questo breve spazio è invece una piccola questione epistemologica che con tutta evidenza passa sempre sotto silenzio. Infatti per quanto, malgrado i numerosi sforzi che vanno da Kant al Feyerabend, ci si sia a ogni piè sospinto affannati a dichiarare conclusa l’esperienza illuministica, ecco che questa puntualmente risorge costantemente come un’araba fenice. Sarebbe sciocco negare, infatti, che, almeno per quanto concerne l’idea di narrazione, il concetto di what if non altro è che l’ennesimo figlio (illegittimo?) del grande progetto enciclopedico di matrice illuminista (il che, in fondo, non può che suscitare una certa partecipazione per un dalembertiano come il sottoscritto): a tutti gli effetti, è una macchina combinatoria che riorganizza il sapere, con la differenza fondamentale che non cerca di stabilizzarlo ma, al contrario, di scompaginarlo, scomporlo e ricrearlo (accuratamente evitando formule sciocche e inflazionate come «metterlo in crisi», benché operi, in effetti, in una zona di attrito permanente con ogni forma di ortodossia epistemica). In questo senso, il what if non rappresenta altro che la prosecuzione diretta del sogno dei grandi scrittori, pensatori e cineasti realmente «enciclopedisti» degli ultimi centocinquant’anni: Jorge Luis Borges, Raúl Ruiz, Thomas Pynchon, W. G. Sebald, Alain Resnais, Walter Benjamin, Peter Greenaway, Harun Farocki, Manoel de Oliveira, Jean-Luc Godard, Fernand Braudel, Orson Welles (come Stanley Kubrick, non un «enciclopedico» in senso stretto, ma sarebbe meglio per tutti ritornare su Storia immortale [Une histoire immortelle, 1968] e in fondo anche su Shining [The Shining, 1980]), Jacques Rivette, Hans Blumenberg e infiniti altri. Per non parlare degli italiani: Umberto Eco, Pietro Citati, Michele Mari e molti ancora.

Insomma, sarebbe buona norma mettersi il cuore in pace e comprendere come, nell’attuale panorama «audiovisivo» (termine di una povertà pressoché terrificante ma che almeno conserva il pregio dell’immediata comprensibilità), non solo è ormai impossibile ristabilire gerarchie rinascimentali dei saperi (o delle «Arti»), non solo è impossibile sottrarsi alla logica cumulativa dell’et… et, non solo è impossibile eludere ogni interdisciplinarità. È anche (e soprattutto) fondamentale rendersi conte che la tecnica del what if costituisce una tra le tante idee, concetti, prospettive ecc. che stanno ricostruendo il nostro rapporto con la realtà e con le immagini (due termini sempre più svuotati di senso, o quantomeno del senso comune). E se da una parte ci aiuta a capire che la realtà non coincide con la semplice rendicontazione dei fatti ma è il precipitato contingente di una serie di forze in perenne tensione disposte all’interno di un campo di forze dall’equilibrio instabile (e che pertanto conserva sempre al suo interno il fantasma delle proprie alternative mancate), dall’altra ci sollecita a rispondere a interrogativi tutt’altro che agevoli da liquidare. In particolare: cambiare il passato (seppur nello spazio protetto della finzione) significa negarlo?

Ed è forse è proprio qui che risiede il lascito realmente ineliminabile del progetto illuministico: non già la creazione di un sistema del sapere chiuso, irrigidito e polveroso finalizzato a separare la granella di ciò che è da ritenersi sublime ed elevato dalla pula di ciò che è invece andrebbe ascritto al regno dell’infimo e del volgare; al contrario, l’apertura a un orizzonte di pensiero in cui tutto può essere messo in discussione. In quali modalità «sane» ed equilibrate? Ci ritorneremo.