Molly O’Brien realizza un mediometraggio di 35 minuti dedicato alla vita della zia, Orin O’Brien: figlia di due attori famosi nel periodo classico del cinema hollywoodiano (il padre recitò anche per John Ford), consacrò la propria vita al contrabbasso, venendo assunta nel 1966 presso la New York Philharmonic Orchestra dal celebre direttore Leonard Bernstein, diventando così la prima donna musicista a entrare a far parte di questa importante istituzione.
Se The Only Girl in the Orchestra: la storia di Orin O’Brien [The Only Girl in the Orchestra, 2023] – vincitore del premio Oscar per miglior cortometraggio documentario nel 2025 – trova la sua unità contenutistica nel racconto della vita e della personalità di Orin, la regista inserisce tuttavia una serie di tematiche che arricchiscono e articolano questo quadro solo apparentemente compatto. Molly O’Brien intreccia alla biografia della zia l’osservazione della sua quotidianità, il racconto del loro rapporto personale, l’importanza di Orin nella storia del femminismo statunitense e, infine, una breve riflessione sul documentario in fase di realizzazione e sul significato da attribuire alla protagonista.
Il racconto dell’affermazione professionale di Orin e delle difficoltà legate al suo essere donna in un ambiente prettamente maschile occupa la prima metà del mediometraggio. Le riprese che documentano la quotidianità della protagonista – la vediamo passeggiare per le strade di New York, provare con altri musicisti, o dare lezioni private nella sua abitazione – si alternano ad altre in cui conversa con la nipote regista e con un’amica in visita. Le sue risposte alle domande poste da Molly, che configurano una sorta di intervista, insieme ai dialoghi con le sue ospiti, danno vita a un racconto veicolato dalla parola, capace di intrecciare la carriera musicale di Orin con la storia del femminismo americano e delle sue battaglie per la parità di genere, in cui la musicista ha avuto – come si è detto – un ruolo di primo piano.
Tutte le persone coinvolte in questo racconto sono donne – la protagonista, la regista, l’amica – veicolando così una sorta di female gaze, un resoconto interno al mediometraggio svolto da un punto di vista esclusivamente femminile. Le riprese dei dialoghi sono accompagnate da un ampio repertorio di materiali visivi: fotografie e filmati d’epoca che ritraggono una giovane Orin al contrabbasso, pagine di testo inquadrate per mettere in risalto alcune frasi significative, sono accostati a riprese dell’amica che sfoglia vecchi giornali ingialliti, soffermandosi su alcuni passaggi che oggi risultano fortunatamente inaccettabili – tra cui, ad esempio: «Se è bella, non riesco a suonare con lei. Se non lo è, allora non voglio».


Nella seconda metà del mediometraggio, il racconto della carriera di Orin e la riflessione sul femminismo si fanno da parte, lasciando spazio alla narrazione del suo presente – vengono raccontati eventi come il pensionamento, il trasloco, la vendita degli strumenti musicali – e a una meditazione più ampia sul bilancio della sua esistenza. In questa seconda metà non viene meno l’importanza svolta dal variegato materiale visuale già centrale nella prima e, in particolare, assumono ora un ruolo centrale i footage in bianco e nero tratti da vecchi film che ritraggono i genitori di Orin.
Se nella prima parte del documentario la regista rimaneva sullo sfondo, limitandosi a porre domande o apparendo fugacemente (come in una panoramica a schiaffo in cui risponde con un sorriso a una battuta della zia), in questa seconda parte il rapporto tra nipote e zia diventa preponderante. Molly si configura come interlocutrice privilegiata di Orin: si siede accanto a lei, ne condivide le inquadrature, e il mediometraggio si sofferma esplicitamente sulla relazione che le unisce. La regista racconta quindi il loro rapporto, sviluppando al contempo una riflessione relativa alla natura del documentario durante la sua lavorazione. Molly racconta di aver sempre stimato enormemente la zia, tanto da prenderla come modello di vita: sulla base di queste premesse arriva a capire, di fronte alla macchina da presa, che il motivo per cui sta realizzando il film è proprio il desiderio di emularne il successo.
Siamo all’interno di una dimensione performativa del documentario, intendendo con questo termine il fatto che «la verità si manifesta solo nel momento delle riprese»1, facendo del film uno strumento in grado di cogliere «la verità di una performance [in questo caso il legame familiare e le considerazioni che ne derivano, NdR] che si snoda, sempre e comunque, davanti alla macchina da presa e che da essa è esplicitamente guidata»2.
A complicare ulteriormente questa dinamica intervengono alcune considerazioni di Orin: la musicista, con straordinaria umiltà, non solo rifiuta l’idea di aver avuto un ruolo di rilievo nella storia della musica, ma nega persino di aver conseguito risultati tali da giustificare l’ammirazione della nipote. Orin si apre così a un bilancio intimo, che coinvolge anche le scelte di Molly, contrapponendo la propria vita – ricca di soddisfazioni maturate all’interno di un’esperienza artistica collettiva come quella del concerto – a quella dei genitori, la cui carriera, individualista e competitiva, andò incontro a un precoce declino, lasciandoli colmi di tristezza e rimpianti.


Concludendo, la forza del mediometraggio non risiede tanto nella figura della protagonista quanto nei concetti che da essa si sprigionano. Infatti, la vita di Orin viene raccontata per sommi capi, seguendo non un ordine cronologico ma una logica associativa: si affronta prima la sua carriera, poi l’adolescenza, in seguito il pensionamento e infine l’infanzia. La narrazione delle diverse fasi della sua vita emerge così come conseguenza delle tematiche affrontate, che si legano al vissuto personale della musicista per associazione e come motivazione profonda, rendendo le riflessioni e le questioni sollevate il centro nevralgico della logica organizzativa del film.
Un ulteriore elemento linguistico di rilievo è l’uso della componente sonora, in particolare delle voci. Mentre le musiche svolgono un ruolo di accompagnamento e sono composte prevalentemente da brani classici in cui il contrabbasso – lo strumento suonato da Orin – ha un ruolo preminente, le voci, invece, assumono diverse e importanti funzioni: sentiamo la regista rivolgere domande personali alla zia, dando vita a una sorta di intervista intima in cui la protagonista si apre e si racconta; ascoltiamo le riflessioni di quest’ultima, estratte da tracce audio più lunghe e montate su sequenze visive slegate, come quando ci spiega perché ha scelto il contrabbasso mentre la vediamo provare o dialogare con altri studenti.
Infine, le voci delle donne che compaiono nel film si intrecciano e si sovrappongono, restituendo punti di vista differenti. Si è già accennato alla lettura, da parte dell’amica di Orin, di articoli di giornale riguardanti l’impegno femminista della musicista. Nel corso del film, sia l’ospite che la regista leggono estratti contenenti aneddoti o pareri altrui sulla protagonista, mentre Orin stessa cita le parole di Leonard Bernstein, il grande direttore d’orchestra con cui ha lavorato. Dunque, tutti i personaggi femminili prestano la propria voce ad altre persone, incarnandole e dando loro provvisoriamente una materialità vocale.
Le tre donne sommano e sovrappongono le proprie voci creando un racconto che tende alla coralità, oltre a conferire un corpo acustico anche a chi è assente, svolgendo infine la funzione di voce narrante, ruolo condiviso dalle figure femminili, fornendo l’argomento di volta in volta centrale e commentando quanto viene ripreso.
The Only Girl in the Orchestra: la storia di Orin O’Brien realizza così un esempio di cinema «di parola» invece che «di situazione»3, affidando al «femminile della vocalità»4 una rappresentazione documentaria fondata sul logos e sul pensiero, più che sulla pura azione visiva.
NOTE
1. S. Bruzzi, New Documentary, Routledge, New York, 2006, p. 10, traduzione mia.
2. I. Perniola, L’era postdocumentaria, Mimesis, Milano, 2014, p. 65.
3. J. L. Comolli, Une certaine tendance du cinéma documentaire, Éditions Verdier, Lagrasse, 2021, p. 24, traduzione mia.
4. A. Mileto, La voce del reale. Il rapporto voce-immagine nel cinema documentario, Mimesis, Milano, 2023, p. 15.
