Gran parte dell’ultima produzione di Ridley Scott è stata accompagnata da polemiche, spesso stranamente incentrate meno su questioni di contenuto (l’ossessione del nostro tempo, attento alla “ideologia” delle opere) che su questioni stilistiche. Ci si chiede in pratica sempre davanti a un nuovo film del regista americano se sia “bello” oppure “brutto” (categorie nuovissime e fresche, oltre che ben definite). House of Gucci [id., 2021] non sta facendo eccezione. Potremmo dire, anzi, che riassuma anni di apodittiche sentenze su uno Scott “bollito” condendole con decine di filmati che lo vedono nei panni del nonno bisbetico e un po’ tocco.

E invece il discorso filmico scottiano è da anni coerente e misurato, come lo era a inizio carriera e come forse lo è stato di meno nella fase intermedia (anni ‘90 in particolare). Spiegare questo oramai decennale fraintendimento è compito superiore alle fatiche di una normale recensione, tuttavia si potrebbe dire che House of Gucci si inserisce appieno in una riflessione sul mezzo-cinema o, ancor meglio, sul generale filtro che l’arte applica alle cose, che si è fatta esplicita fin da Alien: Covenant [id., 2017], con le sue teorie sull’arte e l’autore, e sulla creazione di artefatti1 come privilegiato e insieme periglioso veicolo di senso, giungendo fino all’altro film del 2021 The Last Duel, dove non solo si demolisce dall’interno la visione hollywoodiana (e quindi cinematografica) del Medioevo e della Storia antica, che lo stesso Scott ha contribuito a formare, ma lo si fa decostruendo la struttura della narrazione tradizionale, con un occhio a esperimenti illustri (Kurosawa, per andar sull’ovvio) e uno a certa serialità di tendenza.

Il film sulla figura di Patrizia Reggiani (una Lady Gaga già incensata per ovazione popolare) e sul marito Maurizio Gucci (Adam Driver, qui nel suo ruolo più goffo e trattenuto) è – come molti già hanno rilevato – un discorso patinato e superficiale sul patinato e superficiale mondo della moda. E, per esteso, anche sulla cultura italiana, non per come è, ma per come appare – vale a dire per come viene filtrata – dall’occhio della cinepresa da decenni a questa parte. Scott aggiunge un tassello al macrotema che ne attraversa l’opera recente.
In un contesto che elogia e omaggia giornalmente opere in cui si riflette sui mezzi di comunicazione di massa dal di dentro (dall’ultimo Dumont ai velati richiami autoreferenziali delle produzioni Netflix, tanto per citare due estremi che mandano in brodo di giuggiole categorie contrapposte di cinefili) e in cui la critica alle modalità di rappresentazione della realtà è diventata un acceso confronto politico, resta da capire perché Ridley Scott che, da simbolo vivente e giurassico di un sistema, lo sovverte col piglio ironico della vecchia canaglia, venga abbondantemente snobbato o travisato, se non addirittura vituperato. Mysterium fidei.

La cornucopia di bizzarrie, specialmente linguistiche, agite all’interno di un virtuosismo registico (la mdp che muovendosi in alcune scene di dialogo concitato pare quasi gesticolare “all’italiana” come gli attori) è sigillata da una variegata colonna sonora, che spazia da Bruno Lauzi a Caterina Caselli a George Michael fino alla Traviata durante la grottesca scena di sesso in ufficio tra Lady Gaga e Adam Driver, tutta giocata sulla fisicità minuta e prorompente della prima.

house of gucci recensione

Lo zompare da un brano all’altro è parallelo al susseguirsi frenetico di scene e frasi con quell’alone di epicità spezzato dal loro accumularsi narrativo, fino al frettoloso finale (in fondo si dà davvero poca enfasi all’omicidio, che avrebbe dovuto essere centrale) che vede i personaggi o spariti o sopravvissuti emaciati struccati sconvolti emarginati in sostanza falliti e li seppellisce con Baby I Can Hold You di Tracy Chapman nella versione di Pavarotti & Friends, ennesimo rifacimento tarocco dentro l’altro.

Ciò che rende però il film una consapevole operetta a metà tra il televisivo e il lirico è il lavoro sugli attori, tutti gorgheggianti, incapaci di modulare la voce (Jared Leto è il più evidente, ma persino il misuratissimo Jeremy Irons si lascia andare a un improvviso acuto senza crescendo quando viene a sapere del matrimonio galeotto di Maurizio), tutte maschere, tutti eccessivi. Come del resto è eccessivo il pastiche di linguaggi, inglese-maccheronico italiano-maccheronico italoamericano italiano-“vero”, che splende in quella che è l’invenzione di script più geniale dell’anno: i modi di dire.

Nella scena in cui congiura col marito per estromettere il cugino Paolo dagli affari di famiglia, Patrizia Reggiani diventa una vera e propria Lay Macbeth da operetta.

Il catalogo dei modi di dire tipici italiani contempla molte espressioni per noi canoniche – fino alla apoteosi del “non mischiamo la merda col cioccolato” di Leto – che vengono tradotte paro paro in inglese, scandendo bene le parole così da essere sicuri che l’effetto sia bislacco. Un’operazione di consapevole, pessima traduzione da (anti)manuale, così frequente da farti abituare in fretta e trasportarti per due ore in una realtà parallela molto simile a certi nostri salotti televisivi in cui “modo di dire” verrebbe effettivamente reso con “way of say”.

La televisione italiana anni ‘80-’90 è effettivamente presente, e persino la cartomante di Salma Hayek si ritrova a condurre una trasmissione del tutto simile, per scritte in sovrimpressione e qualità dell’immagine, alle vette astrologiche di TeleCapri e simili pertugi. Con dettagli non irrilevanti, come il titolo del giornale su Mani Pulite in mano a Maurizio Gucci a farci intendere il cambio di decennio. Un film studiato senza dubbio, ma steso sulla tavolozza al punto da renderlo astratto e urlato, a restituirci un trattato audiovisivo sugli stereotipi della rappresentazione dell’Italia, dal Padrino [The Godfather, Francis Ford Coppola, 1972] in giù, con una levità di tocco che ricorda gli elefanti nelle cristallerie (o gioiellerie, viste le suppellettili trascinate addosso da Mrs. Gucci per l’intera vicenda), altro modo di dire nostrano, inspiegabilmente non tradotto ad litteram in un monologo di Al Pacino.

La cartomante Pina Auriemma (Salma Hayek) e le emittenti locali analogiche

Non a caso molte perplessità critiche (così come molte manifestazioni di giubilo) hanno ruotato intorno alla questione del “realismo”. Non ci si salva semplicemente facendo notare che Scott non volesse essere realistico. Troppi dettagli potrebbero suggerire il contrario, e d’altronde non manca qui quella puntigliosità che appartiene al regista in tutte le sue ricostruzioni storiche, anche le più pataccone. Forse è più corretto dire che non volesse essere semplicemente realistico.
La realtà pura non esiste, dice Scott, ma esiste una certa percezione di una certa realtà. Ed è l’Italia d’altronde a raccontarsi (non solo a farsi raccontare) all’interno di una specie di “realismo farsesco”, fin dalle sue reti televisive, creando un mondo parallelo in cui ci si perde, come il protagonista di Reality (Matteo Garrone 2012).

house of gucci recensione

Quale strato di profonda e inspiegata serietà dovrebbe passare tra House of Gucci e Un giorno in pretura? La domanda non è semplice boutade. Certo il film parla di una vicenda tragica, un omicidio in famiglia. Ma vale anche per la storica trasmissione di Rai3. Eppure nessuno che volesse fare un film sul delitto di Jason Pruscino o (a maggior ragione) sul Mostro di Firenze, tenendo in conto il materiale d’archivio che la tv pubblica mette a disposizione da anni, può davvero pensare di tirarci fuori qualcosa di meno farsesco di Ridley Scott, se non rischiando il ridicolo autentico (ci si è provato col delitto del Circeo di recente, ma abbiamo tutti nella testa i deliri giullareschi e inquietanti di Angelo Izzo su YouTube).2

Il realismo che Scott mette in scena è quindi il realismo farsesco italiano, così come viene percepito fuori e dentro la penisola: il realismo morale e non “materiale” degli arlecchini e delle maschere. Offendersi non ha molto senso. Un membro di una delle famiglie più ricche, raffinate e geniali della storia della moda italiana si è consultato con una cartomante per assoldare un pizzaiolo fallito che uccidesse l’ex marito. Qualcosa di buffo, intrinsecamente operettistico, forse c’è.

Patrizia Reggiani e Maurizio Gucci di fronte ai prodotti Gucci contraffatti:«Io li comprerei», dice l’uomo.

La farsa è fatta apposta per disorientare, ci lascia divertiti ma attoniti, e il film stesso è sempre costantemente decentrato. Persino in una delle scene chiave, quando Patrizia convince il marito a lamentarsi con lo zio delle numerosissime contraffazioni del marchio che si ritrovano nei mercati di strada. Là Aldo Gucci spiega l’illusorietà della distinzione copia-originale, il grande dogma dell’estetica che Benjamin ci insegnò esser stato distrutto proprio dall’avvento del cinema, habitus sfruttato e manipolato dall’azienda stessa; il discorso è quasi tutto fuori fuoco con Al Pacino sullo sfondo, in primo piano Lady Gaga a fuoco, sconvolta e sull’orlo del pianto, come lo era stata poco prima davanti alle migliaia di borse false, avvolta in un’atmosfera quasi shakespeariana. La disperazione di una donna che credeva di portare un cognome unico, di essere unica quindi, ed è invece una copia tra tante: il dramma dell’indistinguibilità dalla massa, che colpisce proprio là, in un contesto inaspettato. Una desolante pennellata psicologica poggiata su un profondo discorso teorico. La sintesi perfetta di cosa si può fare ancora a Hollywood, nonostante tutto.

lady gaga gucci

NOTE

1. Se consideriamo una nozione standard di artefatto (cfr. M. Carrara, C. De Florio, G. Lando, V. Morato, Introduzione alla metafisica contemporanea, Il Mulino 2021, cap. XV; o più nello specifico J. Searle, The Construction of Social Reality, FreePress 1997) si potrebbe affermare che la riflessione parta già da Sopravvissuto – The Martian [The Martian, 2015].

2. Che ha peraltro liquidato il romanzo di Edoardo Albinati alla base del film in questione, La scuola cattolica (Stefando Mordini, 2021), con asserzioni che ridicolizzano la miglior critica cinematografica “di contenuto”: ma quale scuola cattolica, famiglia assente, distinzione di classe, privilegi di casta, pariolini e borgatari etc etc: “fu una porcheria, punto e basta” (https://www.ilmattino.it/societa/persone/angelo_izzo_la_scuola_cattolica_delitto_circeo_cosa_ha_detto-6242647.html). Senza tanti fronzoli e sovra-interpretazioni da sociologia spicciola.