Fatemi la domanda scontata, e vi rispondo volentieri. Sì, l’horror sta molto bene, nel 2025. Ve lo confido confidenzialmente: sta da dio. Non però stando alla critica. No, non intendo l’ottuagenaria, che tanto quella è persa. Dico la critica giovane, viva, fresca, la più agguerrita, la più ardente. Quella, di critica, non mi pare stia da dio, visto che con l’horror intesse ormai un rapporto proporzionale al commento social o a una quote qualunque. Il che, per un verso, va bene, alla larga da qualunque atteggiamento reazionario: piantiamola di condannare i balconi privati degli utenti online e facciamoci invece i conti. Da un altro verso, invece, va un po’ meno bene, giacché qualunque riflessione blasonata per gloria riflessa finisce per assomigliare a un post di Facebook. Niente di male, per carità, ma quello contro cui abbiamo sempre lottato, ovvero il modello dell’uno-vale-uno, è sempre più riconoscibile e diffuso.
Male. Significa che le sacche di resistenza critico-cinefile, le più serie, tanto sul web, quanto sulle carta, perdono (il loro) terreno privilegiato e si uniformano alle realtà che esse stesse vogliono combattere e depotenziare. Riguardo all’horror, ancor più che ai cinecomix, questo scenario piuttosto nuovo è evidentissimo. Una parte di me ne è felicissima: l’horror fa ancora discutere, tiene banco, è materia del contendere. Però c’è un però. Se, ad esempio, le parole di Cineforum e di Film Tv equivalgono a quelle di un signor nessuno che sui social “esprime la sua”, di chi è la colpa? Anzi: è legittimo parlare di colpa? Il caso-Presence [id., Steven Soderbergh, 2024] è a questo proposito emblematico. Ho letto tantissimo sul film, sia su una sponda (i social) che sull’altra (le recensioni nobili), e non ho mai trovato, mai, alcuna differenza. Tutti scrivono o dicono le medesime cose. Che i social, improvvisamente, abbiano “imparato” a ragionare con più criterio? No, non è questo il problema, e qui veniamo all’horror e alla domanda a cui alludevo all’inizio. Accantoniamo ogni classismo (siamo nel 2025, santi numi, viviamo in questo benedetto mondo, può piacerci o no, può ripugnarci, ma sarebbe ora di bruciarla alle fondamenta, questa concezione ideologico-capitalistica) e riconosciamo una buona volta che sono i film, non le mode, non il genere, non le etichette, non la critica e i suoi autografi, bensì proprio i singoli film, a fare la differenza. L’horror di Steven Soderbergh mette d’accordo tutti, a tal punto che la Lucky Red, che ha scelto di distribuirlo in Italia a fine luglio come un tempo si distribuiva in estate La casa 4 (Witchcraft) di Fabrizio Laurenti, sfrutta estratti “critici” senza nessun pregiudizio. Tipo: «Un’opera assolutamente micidiale» (Federico Frusciante), è sbandierato sui canali ufficiali della prestigiosa società fondata da Andrea Occhipinti. Al di là dell’assurdità dell’enunciato (cosa vorrebbe dire, di preciso? Micidiale in che senso? Basta aprire un dizionario qualsiasi per sapere che l’aggettivo ha un’accezione negativa), non mi pare ci sia alcuna divergenza rispetto a Giona A. Nazzaro che sulle pagine di Film Tv scrive di Bring Her Back – Torna da me [Bring Her Back, Danny e Michael Philippou, 2025] che è «un film che non concede tregua sino alla fine», usando un cliché da critica ordinaria d’altri tempi. Quindi, quali sono le differenze? Ovviamente in molti casi riguardano il contesto e la firma, ma, appunto, preferiamo concentrarci sull’oggetto, non sul soggetto (o sui soggetti).
Ricapitolando: sono i film a mettere in scacco la critica e ogni sua dottrina. Presence è così adeguato e facile alla sua lettura teorica da chiamare in causa chiunque, le penne più abili e le meno interessanti, gli autorevoli e chi non merita attestati di esistenza. Grazie al film, a causa del film, tutti sono uguali a tutti. Uno vale uno. Scacco matto. Non esiste neppure la possibilità di rifletterci in modo diverso, il film lo impedisce, il film è solo lì, è tutto lì, tanto o poco non conta. L’esiziale Bring Her Back è un altro caso di studio curioso. È identico all’opera precedente dei gemelli australiani Danny e Michael Philippou, l’osannato esordio Talk To Me [id., 2022], ne replica tutti i difetti (ma non i pregi, purtroppo), si sviluppa su un copione demenziale (peggior sceneggiatura dell’anno) eppure sui social se ne parla come dell’horror più importante e più decisivo del 2025. Ma basta oggi agghindarsi con i requisiti di un «horror maturo, che preferisce scavare nella carne viva dei conflitti e dolori umani piuttosto che blandire piaceri superficiali» (ancora Nazzaro) per essere rilevanti, ammesso peraltro che sia vero? Non è anche questa un’idea di horror vetusta, classista e valida per molte, se non tutte, le stagioni? A me pare, ad esempio, che anche Final Destination Bloodlines [id., 2025] di Zach Lipovsky e Adam Stein e The Monkey [id., 2025] di Osgood Perkins scavino nella carne viva dei conflitti e dolori umani, solo che lo fanno attraverso i moduli del cinema di massa, popcorn coca-cola e caramelle gommose, moduli magari non maturi, finanche superficiali, ma non per questo motivo meno incisivi. Che brutta bestia, l’horror: vedete come fa restare la critica al palo degli stereotipi e dell’insiemistica, anche senza volerlo? D’altronde, l’insalubre invenzione dell’elevated horror è ancora troppo fresca per fare finta di niente. Ne siamo rimasti vittime un po’ tutti, me compreso, e non ce ne siamo neppure accorti.
Mi entusiasma l’entusiasmo, specialmente quando si tratta di horror. Ma che sia entusiasmo giustificato, contestualizzato, lucido. Perché se ci entusiasmiamo al primo titolo che passa il convento, stiamo freschi, altro che horror dell’anno. Proviamo per favore a guardarci intorno e a capirli a fondo, questo mercato, questo genere, questo stramaledetto horror. E ricordiamoci che viviamo nel presente, qui, adesso, e che non dobbiamo concederci il lusso della nostalgia. Sennò, come nella critica, finisce che anche nei film uno vale uno. E che la spazzatura venga percepita come leccornia. Nei festival italiani, in particolare quelli senza alcun polso di genere, ormai è la norma: nel 2024 il sacrosantamente discussissimo (e fotografatissimo, con selva di auto-like social) neo-direttore artistico del TFF Giulio Base, che per sua stessa ammissione vuole allontanare dal festival il cinema di genere (complimenti per l’ottima scelta), aggiunge alla selezione, evidentemente a vanvera, l’anemico e trascurabile The Rule of Jenny Pen [id., 2024] di James Ashcroft, trascurando altri titoli papabili e ben più giusti (tipo il clamoroso Oddity [id., 2024] di Damian Mc Carthy); il Taormina Film Festival 2025, per il quale la neo-direttrice artistica Tiziana Rocca (forse poco casualmente compagna dell’altro neo-direttore artistico testé citato) rivela di «avere lavorato giorno e notte» (giuro, l’ha detto veramente), opta in mancanza d’altro per Saint Clare [id., 2024] di Mitzi Peirone, a cui Davide Pulici su Nocturno regala a mo’ di supercazzola addirittura 5 stelle, e che è il nadir dell’horror contemporaneo (peggior regia dell’anno, tra parentesi). Lo vedete che non serve più nessun abbecedario valoriale, dal momento che perfino la vetrina festivaliera sembra lusingare la parificazione indiscriminata? E non pensiate che all’estero vada meglio, se in selezione alla Quinzaine des cinéastes 2025 trovano posto il misero Que ma volonté soit faite [id., 2025] di Julia Kowalski e una sesquipedale scemenza come Dangerous Animals [id., 2025] del sopravvalutatissimo Sean Byrne; o se a Locarno giunge dal Fantasia International Film Festival di Montréal l’insulso I Live Here Now [id., 2025] di Julie Pacino, di cui naturalmente la critica non può far altro che parlare in termini lynchani, considerato che la protagonista è una donna che finisce in un hotel semi-abbandonato dove il confine tra veglia e incubo non ha più soluzione dei continuità. In sostanza, non è tutto oro ciò che sembra rifugiarsi nell’oasi dell’intraprendenza indipendente: Fucktoys [id., 2025] di Annapurna Sriram è passato al SXSW, a Karlovy Vary e al Fantasia, evidentemente colpiti dalla svergognatezza disinibita della regista e attrice, ma è roba fritta e rifritta la cui autodeterminazione fa rima con inanità; Queens of the Dead [id., 2025] di Tina Romero, in prima al Tribeca, obbliga il padre George A. a rivoltarsi nella tomba, convinto com’è che sia una buona idea odierna riarticolare lo zombi-movie da una prospettiva LGBTQIA+ (e a noi non rimane altro che rimpiangere nientemeno che gli orrori queer di David DeCoteau).
Eppure è nei film che rimane custodita la disomogeneità. Ed è dai film che dobbiamo ripartire per riregistrare il nostro sguardo, sia di appassionati, sia di critici. In attesa per davvero dell’horror dell’anno, chissà. Che, se le cose non cambieranno, sarà senz’altro Together [id., 2025] di Michael Shanks, che riprende da dove The Substance [id., 2024] di Coralie Fargeat ci ha lasciati, e sposta la riflessione dell’immagine e dei suoi luoghi comuni rappresentativi sul privato di una coppia in crisi (ma, quanto a immagini e luoghi comuni rappresentativi, The Ugly Stepsister [id., 2025] di Emilie Blichfeldt è altrettanto persuasivo nei suoi pretesti alla Walerian Borowczyk in estetica pop da Sofia Coppola). Tuttavia il podio è ricco: Anything That Moves [id., 2025] di Alex Phillips, in première al Fantasia e prodotto da Vinegar Syndrome Pictures, sfugge a una comoda catalogazione, svicola, è strapieno di sesso e di nudo (con la pornostar Ginger Lynn che a 65 anni fa le stesse porcate dei suoi anni d’oro), un 16mm vizioso e pulsante, e conferma il regista di All Jacked Up and Full of Worms [id., 2022] quale voce dissonante e sbilenca; La virgen de la tosquera [id., 2025] di Laura Casabe inizia la sua corsa festivaliera dal Sundance ed è un’acuta rielaborazione di Carrie – Lo sguardo di Satana [Carrie, Brian De Palma, 1976] in chiave pseudo-stregonesca e con le tensioni sessuali di It Follows [id., David Robert Mitchell, 2014], l’orizzonte desolato e spaventoso di una giovanissima generazione femminile per cui il maschio è qualcosa da possedere in esclusiva, sbranare, disinnescare, togliendo di mezzo ogni ostacolo. Altro che Bring Her Back. In questi film c’è il genere che ancora pesa, e che ancora è capace di operare dei distinguo in quello sguardo di cui si diceva poc’anzi, dell’appassionato e del critico. E sapete come ci riesce? Scivolando lontano dalle nostre zone di comfort, interrogandoci sulle nostre sicurezze anche di fan smaliziati; sfidandoci nella nostra agiatezza di riflessione. Presence, per l’appunto, fa l’esatto contrario. Anything That Moves, invece, no, ci accompagna in un territorio disagevole e poi ci abbandona, e, alla larga dai concetti di bello o brutto, sono cavoli nostri, esattamente da appassionati e da critici. Cioè, dobbiamo fare da soli, industriandoci, inventando (oh, finalmente! quante volte lo devo ripetere?), senza essere indirizzati, senza essere comandati. La bulimia di I peccatori [Sinners, 2025] di Ryan Coogler ci autorizza all’estro e alla tangente: è caotica, è turbinosa, possiamo vagare, vagabondare, perderci come e dove preferiamo, e a buon diritto. Per tutta la prima parte, magnifica, ce lo concede anche 28 anni dopo [28 Years Later, 2025] di Danny Boyle, peccato che poi decida di orientarci con la bacchetta là dove avevamo già capito avremmo dovuto andare.
La morale, insomma, è la seguente. L’horror è talmente autonomo da cancellare le classi critiche e finanche le firme. La critica, davanti all’horror, non serve (più) a niente: gli è d’impiccio, lo azzoppa, lo accarezza con retorica. Ciò è manifesto con i film più deboli, più sciagurati, ancor più se in abito da sera, in trucco e parrucco abbagliante. L’horror migliore esercita una violenza, ovverosia scansa a priori l’ecumenismo consensuale e crea voragini, attriti, pluripartizioni. L’horror migliore è quello che mette la critica in un angolo, le revoca il benessere assodato dell’osservazione e la costringe – con la forza! – a dare battaglia a sé, agli altri, a tutti. L’horror è per definizione divisivo, antipatico, respingente, e non può tollerare i plebisciti. Diffidare sempre dell’approvazione unanime: è un campanello d’allarme efficacissimo al fine di individuare le magagne più nascoste. L’horror non chiede perdono e non perdona.
In attesa di un film che a breve sarà presentato in uno dei festival più titolati di inizio stagione 2025-2026, di cui ancora non si può parlare e che è già – quello sì – tra gli horror dell’anno.
E poi c’è Weapons [id., 2025] di Zach Cregger, che è un discorso a parte.
