Scomparso prematuramente nel quasi totale silenzio lo scorso 23 maggio Morgan Spurlock è stato una figura chiave del documentario d’inchiesta dei primi tumultuosi anni 2000, momento di trasformazione radicale del genere, fenomeno spesso derubricato in chiave anti-cinematografica (suoi limiti e lacune sono state individuate fin da subito dall’unanimità della critica) e che ha avuto almeno un evidente epigono italiano in Sabina Guzzanti. Alcuni tratti, esemplificati proprio da Spurlock fin dal celebre esordio Super Size Me [2004], hanno anticipato istanze della società mediale di poco successiva, dal protagonismo (attraverso una specie di sovrapposizione tra regista e proto-influencer) ad alcune tendenze del food-vloggerism ormai egemoni. Per questo motivo l’accostamento con Michael Moore è sempre stato tirato in ballo. Tuttavia c’è (almeno) una grande differenza tra i due: il narcisismo di Moore è “positivo”, implica il mettersi davanti alla macchina da presa e testimoniare le sue tesi con la sua figura, personalizzando radicalmente l’approccio saggistico proprio del documentario; Spurlock è forse un narcisista “negativo” o meglio un masochista e non vuole tanto esporre una tesi come a una conferenza quanto essere la cavia di un esperimento, e così fa in Super Size Me, tra i pochi film ad avere davvero cambiato la concezione che le persone hanno di un fenomeno. Spurlock è il corpo-cavia, appunto, cioè è colui che deve subire ciò che il film vuole dire: testimoniare non è parlare ma vivere, nel senso basilare di mangiare (e, ahilui, vomitare) fino a dimostrare un punto. Una dimostrazione ostensiva che indica una cosa invece di definirla o verbalizzarla. In questo senso molto più “cinematografico” di quanto si volesse ammettere allora, e le prove successive hanno testimoniato quanto Spurlock sperimentasse col genere.

La locandina di Super Size Me

Che fine ha fatto Osama Bin Laden [Where in the World is Osama Bin Laden?, 2008] era un altro tentativo di indagare come un evento esterno influenzasse la sua vita concreta, nello specifico il conflitto con l’Iraq con tutti i timori e le insicurezze che la polarizzazione di quel periodo comportava, con riferimento al suo diventare padre. Come ti vendo un film [The Greatest Movie Ever Sold, 2011] era operazione quasi ‘nabokoviana’ (si pensi a Il dono): la trama del documentario vedeva Spurlock cercare dei finanziatori per il documentario stesso, ed era un modo originale di mettere a nudo i meccanismi contorti dell’advertising hollywoodiano. Infine Rats [2016] aboliva totalmente l’immagine del regista e documentava in uno stile ai confini con l’horror la terrificante vita dei roditori nei sotterranei urbani delle grandi metropoli, con alcune sequenze prossime al gore. (Il regista – va detto – spariva totalmente, ma lì anche sul piano stilistico, nel lavoro su commissione dedicato alla boy band del momento One Direction: Thisi Is Us [2013]. Per dire quanto Spurlock ha viaggiato ai margini del genere, lavorando persino a backstage e fandom).

Un fotogramma di Che fine ha fatto Osama Bin Laden

Ma è il suo ultimo film a confermare le differenze con Moore e l’approccio più disincantato e al contempo meno viziato da schematismi. Super Size Me 2: Holy Chicken! [2017] è il sequel concettuale del suo famigerato esordio. Spurlock compie un’altra piccola rivoluzione copernicana sul suo stesso mito e passa da consumatore a produttore (sempre attore quindi mai osservatore o teorizzatore) seguendo passo passo l’avvio della sua attività di allevatore di polli e poi padrone del fast-food che li servirà. Mette in luce le contraddizioni anche legislative dietro l’industria per poi inaugurare il suo locale con una idea innovativa: raccontare la verità, e nient’altro che la verità. Sui muri, sui depliant, sulle tovagliette il suo “Holy Chicken!” ammette che i suoi polli sono “cresciuti liberi” in pochi centimetri quadrati di balconcino (sufficienti per definirli ruspanti secondo le normative) e racconta tutto ciò che l’allevatore (lo stesso regista) ha fatto perché arrivassero nei piatti dei clienti. Come regola di marketing vuole, la catena ha quindi il suo storytelling ma esso coincide perfettamente col documentario stesso, ed è quindi la narrazione della verità. Spurlock porta l’etica base del documentario (con le ingenuità teoriche solite) all’interno del marketing. E qui sorge subito un problema, almeno se siete post-strutturalisti, marxisti o derridiani e tendete ad interpretare il mondo sotto la specie dei valori europei: Spurlock non fa il passo successivo, quello che ci aspetteremmo: non problematizza il sistema per intero, il famigerato capitalismo, ma trova uno spazio di verità al suo interno. Di fatto trova il modo (uno dei molti) per vendere l’anti-sistemismo: il consumatore vuole la critica al sistema? Gliela vendo e gliela faccio pure mangiare. E non lo trova problematico, perché è un pragmatico non un ideologo, altra importante differenza con Moore. Spurlock non vuole dimostrare una tesi e costruirci sopra una teoria complessa ed estesa come avviene in Fahrenheit 9/11 [2004] o in Where to Invade Next? [2015]. Ma vale anche per un altro prodotto-fenomeno di quegli anni come Una scomoda verità [An Inconvenient Truth, D. Guggenheim, 2006] dove addirittura c’è una scissione tra regista e autore/conferenziere (Al Gore) e l’intento didattico è esplicito. L’obiettivo spurlockiano è provare a gestire una situazione dall’interno, creare una visuale partecipata e parziale, dalla quale emergono comunque dei fatti, lasciando lo spettatore libero di giudicarli o prendere personali provvedimenti per contrastarli.

Porsi non solo in primo piano ma dentro la vicenda e al contempo non piegarla totalmente ai propri schemi concettuali: Moore si sarebbe chiesto, ad esempio, cosa c’è dietro l’ondata anti-islamica che ha travolto gli USA nell’era Bush, Spurlock si fa una domanda pragmatica: se mi metto a parlare con gli iracheni cosa mi dicono? E scopre la banale ma concreta verità che le teocrazie avvelenano la mente dei propri sudditi. Oppure che i prodotti bio tanto bio non sono ma non perché lo dice qualche esperto o perché il regista ha posizionato telecamere nascoste infiltrando un attore nella filiera agricola, ma perché si mette lui in prima persona a produrne. Il modo più diretto per dire la verità. Ponendo una distinzione, ormai sempre più labile nel documentario (e non solo), tra etica e ideologia.