Premessa

«Buonasera popolo di X Factor». A intonare il roboante annuncio che dà avvio a una serata di live, uno qualunque dei presentatori/presentatrici che si sono succeduti/e dal 2008 a oggi; ovvero, à rebours: Giorgia (2024), Francesca Michelin (2022-2023), Ludovico Tersigni (2021), Maurizio Cattelan (2011-2020) e Francesco Facchinetti, alias Dj Francesco, alias “il figlio dei Pooh” (2008-2010).

Apparentemente più sobrio, quasi sommesso e, pertanto, autor-evole1, l’incipit del serale di Amici: «Benvenuti alla prima puntata del serale di Amici», affidato all’esimia demiurga della TV, Maria de Filippi.

Amici e X Factor, un po’ reality un po’ talent. Entrambi show, performance, romanzi di formazione che hanno come esito la vittoria di uno dei concorrenti (gli “allievi” per Amici, i “talenti” per X Factor). Chi sostiene che la televisione è divenuta un medium vetusto, anacronistico, stantio, un mezzo di comunicazione che ha fatto il suo tempo, soppiantato dal potere comunicativo dei social media, sicuramente non avrà guardato le 24 stagioni di Amici di Maria de Filippi2 in onda su Mediaset dal 2001. A scettici e detrattori, saranno anche sfuggite le 18 stagioni di X Factor, in onda dal 2008 a oggi prima su Rai 2 e poi su Sky e Now TV.

Che ci piaccia o no, da circa 20 anni questi e altri meno fortunati talent show (The Voice per citarne uno) hanno profondamente condizionato la visione collettiva delle arti sceniche (canto e danza in primis), contribuendo a plasmare i nostri criteri di giudizio sulle esibizioni artistiche, sulle definizioni del talento, sui gusti e le aspettative del pubblico televisivo di giovani e meno giovani. Nel frattempo, gli stessi artisti sono andati in contro a una metamorfosi antropologica, una sorta di antropo-poiesi sui generis (parafrasando l’antropologo Francesco Remotti)3, ovvero un insieme di rituali performativi che producono e riproducono quelle che oggi possiamo identificare come le “GenZ star”.

Non prima di un personale coming out («I am so sorry, but…vado matta per i talent»), volevo per un attimo smorzare la godibilità dello show per leggere i due programmi in chiave comparativa. Il mio intento è di provare a comprendere non tanto cosa essi raccontano di sé stessi ma soprattutto cosa raccontano di noi spettatori e dei meccanismi culturali dell’odierno showbusiness.

Amici VS X Factor. I due programmi saranno qui analizzati come paradigmi del talent show, viatici di fama, notorietà, successo e, di conseguenza, ricchezza. Entrambi questi prodotti televisivi, con le loro divergenze e specificità, si presentano sotto forma di training formativi, con l’intento di insegnare a giovani talenti dotati ma ancora “acerbi”, a costruire una carriera più o meno stabile nel mondo dello spettacolo. Di fatto queste trasmissioni sono state il trampolino di lancio di molti protagonisti della scena pubblica contemporanea, colonizzando le radio, i palazzetti, i teatri e, talvolta, persino i set cinematografici.

Ma procediamo con ordine.

X Factor

A X Factor gli aspiranti cantanti affrontano un lungo processo di selezione che include audition, bootcamp, home visit e live. Fino ai primi tre steps i “giovani talenti” – come vengono chiamati – sono sottoposti a una serie di prove (reinterpretare cover di pezzi famosi o cantare i propri inediti) che culminano con le votazioni dei quattro giudici esperti, tutti provenienti dal mondo musicale italiano e internazionale (per citare alcuni fra i più amati delle passate stagioni: Fedez, Arisa, Manuel Agnelli degli Afterhours, Emma, Mika, Skin degli Skun Anansie, Stefano “Elio” Belisari di Elio e le Storie Tese, Paola Iezzi di Paola e Chiara, Achille Lauro). Con almeno tre giudizi positivi (tre o quattro “si!”) i concorrenti si aggiudicano il passaggio del turno fino ai bootcamp, quando vengono formate le squadre in base alle preferenze di ciascun giudice. Da questo momento i quattro cantanti affermati si spogliano del ruolo di giudici per indossare le vesti dei coach.

Hanno così inizio i live, in onda ogni settimana in prima serata (solitamente il giovedì), in cui gli aspiranti cantanti si esibiscono in diverse manche con brani scelti dai propri coach. La performance viene giudicata dal televoto. Questi ultimi, come scriveranno nei commenti su Instagram e TikTok, apprezzano non solo le doti canore e le capacità sceniche dei loro beniamini ma anche caratteristiche personali come la simpatia, la bellezza, il carisma, la capacità di aprirsi all’altro, di “emozionare” o, come si dice in questi casi, di “arrivare”.

Per acquisire le numerose skill richieste a una GenZ star come si conviene, i talenti vengono iniziati di puntata in puntata in un percorso formativo in cui sono chiamati a imparare nuovi brani e coreografie, a esercitarsi nell’interpretazione e nello standing, migliorando la capacità di coinvolgere il pubblico in sala e imparando a guardare fisso in camera per comunicare direttamente con i telespettatori. Alla fine del programma alcuni diventano veri e propri animali da palcoscenico, un po’ come quei pulcini d’allevamento che in poche settimane diventano pasciuti galli cedroni da gettare in pasto a un esercito di consumatori.

I giovani talenti si trasformano psicologicamente e fisicamente. Le varie fasi di questa metamorfosi vengono immortalate e trasmesse nei “daily”, brevi puntate pomeridiane di 15-20 minuti in cui si può assistere al lavorio minuzioso svolto dai professionisti dello spettacolo (vocal coach, scenografi, stilisti, truccatori, fotografi, registi); il tutto sapientemente orchestrato da ciascun giudice-coach a capo delle quattro squadre che portano il suo nome.

Quando lo studio televisivo si accende, ha inizio il live, dirompe l’elemento visivo, la scenografia diventa mobile, fluorescente, accattivante. Luci e ombre, pieni e vuoti, ballerini e ballerine accompagnano i talenti nelle loro performance. In esibizioni più intime ed emotivamente dense, le riprese delle telecamere si concentrano sulle espressioni del volto; quando i brani sono più frenetici e vivaci è la coreografia a prendere il sopravvento.

Il palcoscenico di X Factor mantiene una struttura classicamente frontale, esacerbando l’elemento teatrale. Le esibizioni si svolgono di fronte agli spettatori (pubblico e giudici), anch’essi ripresi durante le performance per dare la misura del livello di gradimento. Spesso, il coach dell’artista che si sta esibendo, il quale ha il compito di introdurlo con elogi altisonanti, viene “sorpreso” a commuoversi dall’occhio indiscreto di un cameraman. I giudici sono seduti su un lungo tavolo rettangolare posto davanti al pubblico in studio, a cui danno le spalle salvo rivolgersi alla platea durante le esibizioni dei propri concorrenti in gara, con formule divenute ormai “iconiche” – termine diffusamente ab-usato durante tutta la trasmissione – come gli esuberanti richiami di Achille Lauro al pubblico assurto a “Senato” o alle taglienti stilettate di Manuel Agnelli, lui che sui “giovani d’oggi” (che nel frattempo son diventati adulti nostalgici) “ci scatarra[va] su”.4

In questa fase, i concorrenti sono giudicati dal televoto, oggi totalmente gratuito e facilmente accessibile grazie alla liaison transmediale – filtrata dagli sponsor – tra mezzo televisivo e piattaforme social. Le regole di eliminazione prevedono che i meno votati vadano al ballottaggio e, infine, si decide l’eliminazione settimanale con votazioni prese dai giudici a maggioranza semplice o tramite televoto in caso di parità. Il premio finale è un contratto discografico con Sony Music da centinaia di migliaia di euro.

Amici di Maria de Filippi

Se in X Factor a prevalere è l’aspetto scenico e quasi tutta l’attenzione è concertata sulla resa finale dello show, Amici si presenta invece come una scuola di giovani artisti in erba. Fino alla fine della prima parte del programma (“il pomeridiano”), il percorso formativo cattura l’attenzione dello spettatore, in attesa che lo spettacolo raggiunga l’apogeo nella fase del “serale”.

Il pomeridiano va in onda la domenica pomeriggio, da settembre a marzo. In questa fase la “classe” di allievi varia sia quantitativamente sia qualitativamente. Ciascuno allievo seduto al banco è attaccabile dall’esterno – attraverso il meccanismo della sfida – o dall’interno – tramite il giudizio negativo dei professori-coach che sono chiamati a valutare non solo le performance ma anche l’impegno, l’educazione e, proprio come a scuola, la condotta.

Nel serale, invece, la classe è al completo. Ogni cantante o ballerino giudicato dai professori “all’altezza” affronta un rito di passaggio, suggellato dalla conquista dell’agognata “maglia d’oro”. La foto di tutti gli allievi che hanno superato l’iniziazione diventa rappresentativa di quella specifica edizione anche se la classe continua a sfoltirsi e a perdere elementi. Il ritmo incalzante delle eliminazioni, infatti, prosegue accelerato nel serale, culminando con la decretazione dei due vincitori di categoria (un cantante e un ballerino) e del vincitore assoluto.

In questa fase, la prospettiva dell’eliminazione (sempre più probabile) è vissuta come un costante spauracchio che destabilizza psicologicamente ragazzi e ragazze. Gli allievi vivono in una microsocietà del rischio5 in cui paura, ansia, insicurezza hanno la meglio su piacere e divertimento. Nella logica del romanzo di formazione, il serale sta al pomeridiano come l’adulto sta all’adolescente. Abbandonata la spensieratezza iniziale, tipica dell’età giovanile, in età adulta la posta in gioco comincia a salire.

Da questo momento uscire dal programma implica a) perdere l’occasione di vincere; b) rinunciare a vivere nella scuola per continuare a studiare la disciplina per la quale, come recita un leitmotiv martellante, gli allievi hanno sacrificato tutta la loro (seppur giovane) vita; e, infine, c) perdere i legami di amicizia che nel frattempo si sono creati sia con la “madrina” Maria (che l’omonimia con la figura principale del cattolicesimo mariano sia certamente un caso non la rende meno significativa), sia tra gli allievi che sviluppano relazioni amicali, conflittuali o, molto spesso, sentimentali (e rigorosamente eterosessuali).

Tutti questi retroscena si sviluppano intorno a un plot narrativo che viene trasmesso agli spettatori nei cosiddetti “daytime”. Qui, le telecamere riprendono scene di vita quotidiana degli allievi della scuola mentre chiacchierano, mangiano, dormono, litigano, vanno a lezione, stringono amicizie, alleanze, inimicizie e amori. All’interno della “casetta”, le riprese grandangolari delle telecamere nascoste appagano gli istinti voyeuristici dei telespettatori. La camera fissa consente di osservare lo spazio interno (stanze da letto, cucina, aule prova, studi di registrazione) ed esterno (giardino) mentre viene attraversato dagli allievi. Talvolta, alcune conversazioni di rilievo sono immortalate in primi piani che ne acuiscono l’intensità emotiva. In questi brevi spezzoni di 30 minuti al giorno, l’aspetto del reality show si fa evidente mentre la costruzione performativa del talento si confonde con quella performativa della persona reale.

L’aggettivo performativo è qui usato nel suo senso proprio, che riprende la ben nota definizione del filosofo britannico John Austin6, secondo il quale alcuni enunciati linguistici hanno un’intrinseca funzione performativa: ovvero creano la realtà che essi stessi enunciano.

Siamo nel cuore del significato sociale dei talent show che, per certi versi, spiega anche la ragione del loro innegabile quanto prolungato successo. Così come il Grande Fratello e i suoi numerosi figli non solo rappresentano la realtà ma contribuiscono a produrla, i talent show non rappresentano il talento ma lo creano ex nihilo.

X Factor VS Amici: il talent-reality show

Le trasmissioni televisive qui analizzate sono caratterizzate da una cornice performativa comune. Non a caso, i due talent si sono influenzati a vicenda nel corso della loro storia, modificando i regolamenti e le prerogative del gioco in modo da attingere l’uno dall’altro.

Entrambi rappresentano gli idealtipi paradigmatici di un genere televisivo ibrido, il talent-reality show a cui si affiancano elementi di divergenza. Nello spettro di possibilità che si estendono tra il polo del talent e quello del reality, X Factor sembra essere più incline al versante del talent, tanto quanto Amici appare propendere per il versante del reality. Tuttavia, Yin e Yang, talent e reality non solo non sono mutualmente escludenti, ma si implicano a vicenda in una relazione di mutua inclusione: così come nel Tao, mentre il talent X Factor contiene un frammento di reality, il reality Amici contiene un granello di talent.

I nomi dei due programmi sembrano suggerire proprio questo aspetto. Amici è un titolo che enfatizza il cameratismo di maniera, sfociando in un familismo moralistico che viene esibito attraverso la spettacolarizzazione della collaborazione sincera tra gli allievi della scuola (“come in una vera famiglia”). Il nome X Factor, invece, rappresenta l’eccezionalità individualistica dell’artista e palesa la componente conflittuale implicita in una gara “tutti contro tutti”. Entrambi i programmi, l’uno esplicitando la cooperazione solidaristica (Amici), l’altro esplicitando la competizione individualistica (X Factor), inglobano su un piano implicito anche la rispettiva controparte (agonismo o cameratismo).

E così Amici, non è immune dall’elemento conflittuale e competitivo, anzi. Esibendo un tradizionalismo a tinte ecclesiali, si sforza di camuffare le note conflittuali insite nella competizione tra gli allievi. Un gioco di pesi e contrappesi tra individualismo e solidarietà si scioglie laddove il conflitto può legittimamente esplodere. Di fronte alle furiose litigate tra professori-coach di diversi schieramenti, sfido lo spettatore più ingenuo a non cogliere la natura artificiale (fiction) degli alterchi. Eppure, non si tratta di una banale finzione, ma della deliberata intenzione di arginare la componente aggressiva del gioco istituendo “risse rituali” in cui il potenziale distruttivo del conflitto può irrompere senza minacciare l’armonia relazionale tra gli allievi. Memorabili, a questo proposito, le imitazioni parodiche di Rudy Zerbi contro Anna Pettinelli (per i cantanti) o il livore esibito di Alessandra Celentano contro le provocazioni esasperate di Emanuel Lo (per i ballerini). A fare le spese delle ripetute baruffe macchiettistiche, gli stessi allievi che vengono puntualmente coinvolti nelle scaramucce dei professori. In questo modo, in barba al solidarismo di classe, i concorrenti vengono riportati costantemente di fronte alla spietata realtà della gara.

Nel frattempo, sia il pomeridiano che il serale si svolgono in studi a pianta circolare che rievocano l’immagine ambigua di un’arena di combattimento continuamente trasfigurata in un ambiente assembleare. In essa chi si esibisce viene incitato e acclamato a gran voce, mentre il pubblico accompagna cantando e danzando le performance dei giovani apprendisti. Le telecamere riprendono le esibizioni, ma anche le espressioni drammaturgiche di professori, spettatori e compagni di classe. Via via che si consolidano le reti di relazioni tra i concorrenti, l’obiettivo delle telecamere punta a una narrazione sentimentalistica che materializza le alleanze amorose o, al contrario, i malcelati dissapori fra gli allievi. Nel frattempo, la madrina Maria coordina i rapporti e tira le fila delle reti sociali, pungolando i concorrenti a raccontare i propri trascorsi emotivi e relazionali, mentre la Redazione propone esercizi psicologici (variabilmente ispirati alle correnti psico-comportamentali e sistemico-relazionali) in cui ragazzi e ragazze vengono spronati a parlare “sinceramente” di sé e degli altri, giudicandone (non sempre positivamente) le qualità artistiche e caratteriali.

Specularmente, X Factor a un primo sguardo sembra puntare tutto sulla straordinarietà di ogni giovane talento elogiata dai mirabolanti panegirici che i giudici-coach non perdono occasione di dedicare ai propri prescelti. Eppure, anche in X Factor si creano legami di affetto tra i giovani. In primo luogo, le amicizie si generano all’interno di ciascun team (in cui è richiesta una certa cooperazione). I rapporti sembrano così assumere una struttura segmentaria. Qui, come tra le tribù dei Nuer del Sudan studiati da Evans-Pritchard7, gli amici dei miei nemici sono miei nemici e i nemici dei miei amici sono miei nemici. Eppure, non è esattamente così. Nei live di X Factor contano poco le squadre in vista delle eliminazioni. Per questo possono nascere, come spesso avviene, sentite relazioni di amicizia anche tra gli avversari. Alla fine, ne resterà comunque uno solo a battere tutti gli altri concorrenti, siano essi della propria o dell’altrui squadra.

La vera gara fra team coinvolge invece i coach. Infatti, se nel corso delle fasi iniziali della trasmissione prevalgono atteggiamenti amichevoli, nei live esplode la conflittualità tra i giudici-coach tanto smielati nei confronti dei propri talenti quanto agguerriti nei verdetti indirizzati agli avversari. Ma c’è già aria di finale e tutti tornano a farsi amici, pronti a commuoversi e a stringere le mani alla vera GenZ star che vincerà il programma.

Conclusione?

Che siano più talent o più reality, un mix di competizione e cooperazione compone la strategia affabulatoria dei due show. Entrambi questi modelli culturali, del resto, sono pienamente inseriti nell’ordine normativo e nel sistema di valori condiviso con gli spettatori. Come viene ricordato in una suggestiva lettura sui reality show8 dei primi anni 2000, i valori che stanno alla base di queste produzioni televisive sono gli stessi che hanno reso possibile il consolidamento del modello di sviluppo neoliberale. In tale chiave, i benefici del lavoro di squadra (la cooperazione interna ai team) si riflettono nello sviluppo di legami relazionali esperiti come parentele fittizie, sfruttando così la retorica familista per occultare la soggiacente mellifluità della competizione di stampo aziendale (la gara di “tutti contro tutti”).

A questo aggiungo però, come scrive ancora più brillantemente Rudi Capra (in questa rivista), che il reality si fonda su un orizzonte culturale (una ideo-logica avrebbe detto il Marc Augé degli anni Settanta9) eccedente il sistema economico neoliberista e incluso in un più ampio ordine assiologico di matrice religiosa: l’etica protestante, diceva qualcuno, è lo spirito del capitalismo.

A dirimere l’ambiguità della dicotomia cooperazione-competizione, non è tanto il conduttore o la conduttrice del talent (“leader di rappresentazione”), ma un soggetto collettivo autoritario (“leader di regia”)10 e anonimo (La Redazione di Amici VS La Produzione di X Factor) che, come l’onnisciente occhio panottico del Grande Fratello, agisce da dietro le quinte mentre osserva la gara, condizionandone l’andamento e stabilendo regole mutevoli imposte in modo del tutto discrezionale e palesemente arbitrario: ordine delle esibizioni, scansione temporale delle manche, il ritmo delle eliminazioni e così via.

Negli ultimi anni, poi, le logiche interne sono condizionate da una fitta comunicazione con l’esterno, come se un filo sottile collegasse quel microcosmo apparentemente chiuso della trasmissione con il futuro mondo del lavoro. In entrambi i programmi le produzioni artistiche, le compagnie teatrali, le case di incisione e le industrie radiofoniche sono entrate sulla scena dei talent, esprimendo giudizi e collaborando con i produttori televisivi in un’operazione scrupolosa di produzione della notorietà dei concorrenti. La porosità di confini tra i due programmi (confermata dal frequente trasmigrazione di produttori e registi dall’uno all’altro programma) e il diretto collegamento con il Festival di Sanremo, il palcoscenico più blasonato e popolare della musica italiana, confermano come i talent show siano orientati in modo predeterminato e tutto sommato vincente a catalizzare la carriera dei giovani talenti sulla scena artistica italiana (vedi: Marco Mengoni, Annalisa, Elodie, Stefano De Martino, ecc.), quando non addirittura internazionale (un esempio su tutti: i Måneskin).

E così, nel rappresentare il talento lo definiscono e lo creano, in un caleidoscopio performativo in cui la vita (o la sua rappresentazione sotto forma di reality?) diviene un’incessante rappresentazione scenica della GenZ star, una danza perpetua che fabbrica e distrugge giovani talenti, un’illusione ottica che finge di essere reale e fingendo diviene reale. E nel frattempo, gli spettatori assistono e partecipano, coinvolti nell’edonismo della danza, dissolti nell’armonia del canto, contribuendo con il loro sguardo a definire l’arte e il talento GenZ. Perché in fondo si sa, the show must go on. E come in un gioco di specchi la società dello spettacolo si fa spettacolo della società.

NOTE

1. Il riferimento è alla tacita disputa Barthes-Foucault sulla morte/funzione dell’autore. Nel saggio La mort de l’auteur (Paris, Seuil, 1967), Roland Barthes rifiuta il ruolo dell’autore così come viene rappresentato dalla critica letteraria moderna, che interpreta il significato delle opere attraverso la lente dell’identità autoriale (biografia, personalità, poetica). Barthes sostiene che un testo è materia viva che trascende la prospettiva singolare dell’autore-scriptor, consentendo molteplici significati interpretabili da diversi lettori. Michel Foucault affronta questo dibattito nel suo saggio Qu’est-ce qu’un auteur? (Paris, Gallimard, 1969) e nella conferenza inaugurale al College de France L’Ordre du Discours (Paris, Gallimard, 1971). Per Foucault, l’autore esiste come funzione piuttosto che come persona fisica. Almeno dal XVII secolo, è autore colui che incarna la funzione-autore, ossia: “un principio di raggruppamento dei discorsi come unità ed origine dei loro significati, come fulcro della loro coerenza” (Foucault 2004 [1971]: 14). È proprio in questa chiave che propongo di leggere la conduzione di Maria de Filippi del programma qui analizzato, dove non contano tanto i contenuti del discorso ma la persona che li pronuncia e di conseguenza li autor-izza.

2. Nel conteggio sono comprese le prime due stagioni, che si chiamavano ancora Saranno Famosi in omaggio alla famosa scuola di giovani talenti artistici protagonisti dell’omonima serie TV statunitense [Fame, creata da Christopher Gore, 1982-1987]. Allora, proprio come nella sitcom televisiva, gli allievi dovevano studiare canto, danza e recitazione per aspirare a diventare “artisti completi”. Questa formula è stata via via sostituita dal form di Amici che conosciamo oggi: ciascun cantante o ballerino (viene esclusa la categoria di recitazione) è chiamato a specializzarsi solo nella sua categoria, esaltando le proprie naturali doti artistiche, in linea con i gusti estetici della contemporaneità.

3. Per antropopoiesi si intende il processo di costruzione dell’essere umano che si compie all’interno di un determinato contesto sociale e attraverso il quale il soggetto viene plasmato dal punto di vista intellettuale, emotivo, etico ed estetico per diventare parte integrante del proprio gruppo. Questo concetto si è imposto nell’ambito della ricerca antropologica a partire dai lavori di Francesco Remotti (cfr. Forme di umanità, Milano, Mondadori, 2002; Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi, Bari, Laterza, 2013) sui rituali iniziatici tra i Ba Nande della Repubblica Democratica del Congo.

4. Il riferimento è al brano degli Afterhours Sui giovani d’oggi ci scatarro su pubblicato nel 1997 all’interno dell’album Hai paura del buio?

5. Il riferimento è in primo luogo all’opera di Ulrich Beck La società del rischio (Roma, Carrocci, 2000). Per il sociologo tedesco, il mondo in cui viviamo è una “società del rischio” caratterizzata da incertezza e imprevedibilità pervasive e derivata dai rapidi progressi tecnologici e dai repentini cambiamenti nella struttura delle relazioni sociali (comprese quelle di parentela, amicizia, vicinato). In secondo luogo, l’espressione si addensa ulteriormente intorno all’opera del sociologo francese Rober Castel La gestion des risques (Paris, Les Éditions de Minuit, 1981). L’autore, inserendosi in una prospettiva post-disciplinare e post-foucaultiana, vi descrive la parabola storica che ha coinvolto le discipline psicologiche, psicanalitiche e psichiatriche nell’incarico di partecipare alla governabilità neoliberale dell’individuo tramite una capillare programmazione dell’efficienza psicologica che si ripercuote direttamente sull’efficienza produttiva.

6. Cfr. J. Austin, How to do things with words, Cambridge, Harvard University Press, 1962.

7. Cfr. E. Evans Pritchard, The Nuer: a description of the modes of livelihood and political institutions of a nilotic people, Oxford, Oxford University Press.

8. N. Couldry, ‘Reality TV, or the secret theater of neoliberalism.’ Review of education, pedagogy, and cultural studies, 30 (3), pp. 3-13, 2008.

9. M. Augé, Pouvoirs de vie, pouvoirs de mort, Paris, Flammarion, 1970.

10. E. Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino, 1969.