Ho cercato di vedere film che non rappresentassero questi stereotipi. Il primo è stato Gioventù bruciata con James Dean, ma quello a me più caro è stato Ai nostri amori di Maurice Pialat. La forza di quel film, e di tutto il cinema di Pialat, è stata quella di evitare le trappole della narrazione e arrivare al cuore dei personaggi, lasciandoli vivere la carne e le ossa e il sangue e gli altri fluidi biologici della loro vita. Si connetteva al pubblico perché i personaggi erano le stesse persone che sedevano nel cinema. Ecco che la mia arroganza si mostra: volevo provare a me stesso di poter fare il film come Pialat, con lo stesso punto di vista, evitando la prospettiva dello script in tre atti
– Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome [Call Me By Your Name, 2017] è il punto di perfetto equilibrio tra le derive decadenti di Io sono l’amore (2009) e gli interni/esterni introspettivi di A Bigger Splash [id., 2015]. Se Visconti e Deray erano le fonti di ispirazione dei film precedenti, qui il nume tutelare, autore della sceneggiatura, è James Ivory. Adattando l’omonimo romanzo del 2007 di Andrè Aciman1, il novantenne regista di Berkeley sembra guardare proprio a Maurice [id., 1987] più che a Camera con vista [A Room With a View, 1984]. Se è vero che lo spirito di Edward Morgan Forster aleggia sia sul libro di Aciman che sulle opere di Ivory, Luca Guadagnino adotta delle scelte registiche capaci di legare a doppio filo attenzione ed emozione dello spettatore. I registi di riferimento sono soprattutto francesi, oltra al citato Pialat, il Renoir di Una gita in campagna [Partie de campagne, 1936], il Rohmer di Pauline alla spiaggia [Pauline à la plage, 1982] e Il raggio verde [Le Rayon vert, 1986], e il Sautet di Un cuore in inverno [Un cœur en hiver, 1992]. Anche se il film sembra potere essere accostato a Io ballo da sola (1996) di Bernardo Bertolucci e Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini, le scelte di messa in scena e i rapporti di forza tra i personaggi principali vanno in direzioni diametralmente opposte.

Scelte narrative

La storia nel libro di Aciman1 si svolge nel 1988 sulla riviera ligure. Elio ha diciassette anni ed è figlio di una famiglia dell’alta borghesia. Il padre è un professore universitario di archeologia e la madre è una traduttrice. D’estate frequenta la loro casa Oliver, un ventiquattrenne americano che è impegnato con la tesi di post dottorato e che conquista tutti per la sua bellezza e simpatia. Nasce tra Elio e Oliver una importante storia d’amore, prima timida poi appassionata, che ha il suo culmine in un viaggio a Roma. L’estate finisce e Oliver torna in America; Elio rimane nel ricordo di una storia che gli ha rivelato la sua natura. Luca Guadagnino rispetta piuttosto fedelmente lo spirito e la trama del libro di Aciman ma apporta qualche modifica importante: sposta gli avvenimenti indietro nel 1983 per potere identificare un preciso momento storico, quello della fine dell’utopia del ’68 e l’inizio di una profonda decadenza culturale che va di pari passo con una regressione politica ed economica. È il periodo della Milano da bere, del patto Craxi Berlusconi, dei compromessi e del crollo degli ideali rivoluzionari. È iniziato quel reflusso reazionario già profetizzato da Pier Paolo Pasolini, che avvierà nel nostro Paese un processo di decomposizione, affondandolo in un falso benessere fatto di egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo2. Un esempio di sviluppo senza progresso, in cui sono presenti esiziali connivenze tra potere politico e organizzazioni malavitose del territorio. C’è una scelta precisa di evitare i luoghi comuni dell’amore contrastato e della tragedia incombente, così come evitare le trappole di un amore omosessuale giudicato immorale e inopportuno dal sistema. Rispetto a Bertolucci e Pasolini, Luca Guadagnino opta per una certa leggerezza espositiva che si smarca sia dagli approfondimenti sociopolitici che da una iconografia erotica full-frontal. L’originalità del film di Guadagnino sta proprio in questa serena normalizzazione della nascita e sviluppo del sentimento d’amore. Rispetto a opere sullo stesso tema, finalmente abbiamo dei genitori illuminati, Lyle Perlman un padre attento (Michael Stuhlbarg) e Annella Perlman (Amira Casar) una madre mai invadente, e anche il contesto socioculturale che fa da sfondo alla passione sembra essere tracciato con una matita fine. L’errore critico nei confronti di Call Me By Your Name è quello di pretendere una verisimiglianza in un’opera che invece vuole farci intravedere un mondo ideale cui tutti dovremmo tendere, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Non ci sono drammi per la perdita della verginità della ragazza o per la differenza di età tra Oliver (Armie Hammer) ed Elio (un sorprendente Timothee Chamalet) . La coppia gay (interpretata dallo scrittore Andrè Aciman e dal produttore Peter Spears) ospitata dai Perlman e che potrebbe ricordare per la differenza di età quella tra James Ivory e Ismail Merchant, agisce con una naturalezza e una semplicità più da età contemporanea che da anni ’80.

chiamami col tuo nome - foto aggiuntaAndre Aciman e Peter Spears.

chiamami col tuo nome - 2James Ivory e Ismail Merchant.

Mentre il libro è sostanzialmente un lungo flashback di ascendenza vagamente proustiana, il film adotta il punto di vista presente del protagonista e narra gli eventi in successione cronologica trasformando la malinconia verso il passato in progetto di vita per il futuro. Più che di amore omosessuale, il film cerca di esplorare la capacità di accoglienza di chi è diverso da noi: l’usurpatore della nostra stanza privata diventa uno specchio su cui confrontare i desideri più reconditi. La camera con vista si apre ad un orizzonte più vasto, fino ad allora sconosciuto.

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Fotografia

La prima cosa che si nota sin dalle prime immagini è la particolare luce. Sembra davvero di rivivere l’estate 1983, con una illuminazione che ha delle sfumature in rapporto al ricordo di quegli anni. Il direttore di fotografia è Sayombhu Mukdeeprom (collaboratore in passato di Apichatpong Weerasethakul) che sia negli interni che negli esterni riesce a creare un legame intimo tra Elio e Oliver, fatto di silenzi complici, di sfioramenti, di sguardi di intesa, di piedi che si sovrappongono e si intrecciano. Una scena esemplificativa è quella del ritrovamento delle statua antica nel lago di Garda in cui i colori molto accesi sembrano avvolgere i personaggi. Si pensi che gran parte delle riprese nella zona di Crema sono state ostacolate dal maltempo e il direttore della fotografia ha praticamente fatto miracoli tecnici per trasformare giornate uggiose in assolate.

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chiamami col tuo nome - 5

Nelle scene in campagna, Mukdeeprom sembra ispirarsi ai quadretti bucolici di certo impressionismo francese, vengono in mente i nomi di Monet, Renoir e Corot.
La scelta predominante dei verdi e dei gialli è in armonia con lo stato nascente dell’innamoramento per poi virare verso colori più scuri quando la passione divampa.
Il magic moment è fissato per sempre in due corpi abbandonati nell’erba, che godono della natura circostante sentendosene parte. Da lì a poco il primo bacio.

chiamami col tuo nome - 6Monet Oliveto nel Giardino moreno.

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chiamami col tuo nome - 8Pierre Auguste Renoir, Landscape with fence.

Musica

Anche qui si parla attraverso contrasti: da una parte la formazione classica di Elio e la sua passione per Bach. Molto riuscita la scena della seduzione al piano, con il ragazzo che propone prima due varianti della sonata (secondo Busoni e secondo Liszt) e poi impeccabilmente suona al piano Wachet auf, ruft uns die Stimme di Bach sotto lo sguardo ammirato di Oliver.

chiamami col tuo nome - 9

Gli anni ’80 sono quelli della pop music, dei Culture Club, di Michael Jackson. La scelta del 1983 come periodo in cui si svolgono i fatti è anche determinata dalla possibilità di far ascoltare alcuni brani famosi per quell’epoca. Si va dalla colonna sonora di Flashdance [id., 1983] e Paris Latino dei Bandolero fino ad arrivare a Love my way dei Psychedelic Furs. Nella scena del ballo nella discoteca all’aperto la gelosia di Elio si amplifica al ritmo delle note mentre osserva il ballo forsennato di Oliver con una ragazza: viene subito in mente una scena analoga con Alain Delon protagonista ne La prima notte di quiete (1972) di Zurlini che incassa il colpo mentre la bella Sonia Petrova flirta con Adalberto Maria Merli. Lo sguardo è lo stesso. Paura e desiderio.

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L’uso della pesca per scopi onanistici è sottolineato da Radio Varsavia di Franco Battiato con un effetto filtro che stempera la audacia della scena. Nei geroglifici cinesi Tao simboleggia pesca=matrimonio e nella religione buddista è frutto sacro emblema di rinascita e rinnovamento3. Considerando queste premesse è facile fare un parallelismo con la situazione di Elio, la perdita della sua verginità e il suo nuovo approccio alla vita. Dalla teoria alla pratica.

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Words di F. R. David sottolinea l’incomunicabilità tra Marzia ed Elio, nonostante i tentativi di approccio sessuale e il concedersi della ragazza. J’adore Venice (canzone scritta da Ivano Fossati) nella versione di Loredana Bertè ne suggella il definitivo congedo con la promessa di restare amici.
Ma è Sufjan Stevens che si supera regalando al film tre pezzi memorabili in piena sintonia con il mood intimista del film: The Mystery of Love che accompagna i momenti della nascita dell’idillio, Futile Devices e soprattutto la eccezionale Visions of Gideon che disegna sul volto di Elio nel finale una serie di espressioni ambivalenti. Mentre scorrono i titoli di coda e la luce del camino illumina il viso del ragazzo, al pianto e alla tristezza si sostituisce uno sguardo nuovo, misto di sorpresa e consapevolezza.

chiamami col tuo nome - 13

Poesia

In uno dei primi approcci tra Elio e la fidanzata Marzia (Esther Garrel), il ragazzo dona un libro di poesie di Antonia Pozzi. Sarà un caso ma è solo dopo la lettura delle poesie che Marzia accetterà la omosessualità di Elio e lo lascerà andare. Attraverso la bellezza del verso, il sentimento di amore si trasforma in accoglienza e comprensione. Le parole della poetessa toccano il senso profondo dell’abbandono di sé nell’altro, quel collasso del narcisismo e dell’egoismo che è alla base dell’innamoramento. Chiamami col tuo nome è proprio questa fusione identitaria che consente a chi ama di uscire fuori da sé per indossare i panni dell’altro.

Bellezza4

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.
Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.
Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –
E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –

(4 dicembre 1934, Antonia Pozzi)

Nonostante in un primo momento Elio e Oliver sembrano trasformare in schermaglie e battute (“Later” è il tormentone di Oliver che fa irritare Elio) la scoperta della reciproca attrazione, c’è un dettaglio che sembra convincere proprio Elio ad uscire allo scoperto. In una delle prime scene del film, Elio nota la catenina con la stella ebraica sul petto di Oliver e si sorprende, anche perché la sua famiglia ha sempre mantenuto un atteggiamento discreto verso le proprie origini ebraiche. Ecco, quella effige portata alla visibilità è la molla per non nascondere la propria omosessualità, lasciando che l’amore dilaghi come un fiume in piena travolgendo gli argini dei propri sensi di colpa e rimorsi.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza …

(da Prati – Antonia Pozzi 31 Dicembre 1931)4

Il legame desiderante tra Elio e Oliver che prende inizio da una mano sulla spalla durante una partita di pallavolo, ha bisogno della incessante presenza dell’altro. I due si cercano, si sfuggono e alla fine fanno cadere quelle barriere invisibili che ne ostacolano il rapporto fisico. Citando l’Eptamerone5 di Margherita di Navarra, letto ad alta voce dalla madre di Elio, è meglio parlare o morire? Lasciare inaridire il sentimento tenendolo segreto o fare in modo di ritrovare se stessi attraverso il cambiamento? Nei Frammenti cosmici6 di Eraclito si ribalta l’interpretazione sull’acqua del fiume che non ci bagna mai due volte:  «Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento». Oliver che sin dall’inizio con il monologo sulla etimologia dell’albicocca stabilisce di essere il bronzo emerso dall’acqua pronto con la sua bellezza statuaria a seminare scompiglio e desiderio, rimane travolto dalla poliedricità e cultura del giovane Elio e cambia radicalmente il suo approccio tra poesia e vita. Elio a sua volta colma il gap tra vita reale e vita sognata. Si possono conoscere tutti i libri del mondo ma non sapere nulla delle cose importanti: l’amore, il sesso, l’amicizia.

Storia

Al di là del ritrovamento della statua nel lago di Garda e alla presentazione in diapositive sui bronzi greco-romani che affascinano il padre di Elio e Oliver, durante la prima parte del film vengono fatti dei cenni sulla storia italiana: l’inizio della schermaglia amorosa in cui Elio rivela la sua inesperienza riguardo il sesso vede come sfondo il monumento che commemora la battaglia del Piave. Di fronte al dolore della guerra e al suo carico di morte, Elio e Oliver propongono la continuità della vita e del loro sentimento. Più avanti viene notata una scritta inneggiante Benito Mussolini e Oliver chiede stupito ad Elio come l’Italia abbia potuto essere trascinata nella guerra. Ma è nei richiami alla politica degli anni ’80, che hanno fatto inalberare più di un critico, che Luca Guadagnino suggerisce il punto di rottura. Nei discorsi a tavola si parla di Craxi, di compromesso storico, di Buñuel, di realtà e sogno nel cinema con una superficialità e qualunquismo che attraversano trasversalmente sia l’alta borghesia che le classi meno abbienti. Non è difficile identificare nella mancanza di cultura e nella perdita di senso estetico gran parte della deriva populista che si sta verificando anche ai giorni nostri. Ai busti di marmo dell’Atene del V secolo e alle note di Ravel e Bach si sostituisce un fastidioso rumore di fondo fatto di mancanza di senso critico e scarsa serenità di giudizio, di pettegolezzo e calunnia. Il parallelismo è davanti agli occhi: se continuiamo a fare finta di non vedere, a nasconderci, a restare in incognito le cose non potranno essere migliorate. Cambiare sé stessi per cambiare il mondo, accettare la propria natura e chiamare l’oggetto del desideri con il proprio nome. Quelli che leggono non nascondono veramente chi sono: l’amore che non osa pronunciare il proprio nome adesso si è fatto verbo, si è fatto carne.

Nel nome del padre

In un clima di leggerezza e di serena accettazione Luca Guadagnino conduce Elio alla sua prova di maturità. L’estate è finita e il dolore per la lontananza da Oliver comincia a diventare sempre più soffocante. È qui che il film decolla, nel dialogo tra padre e figlio, in un discorso pedagogico che dovrebbe essere imparato a memoria da quei genitori castranti e intolleranti, causa di tante nevrosi post traumatiche e di vite infelici. È un discorso che parla di cuore e di corpo, di sentimento e passione, che esorta a non inaridirsi, a non diventare insensibili. Perchè il tempo passa e quando provi a voltarti indietro, il mare ha già cancellato le tue orme sulla sabbia.

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Ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola (…) di vita ce n’è una sola e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore….

Forse la giovinezza è questo perenne amare i sensi e non pentirsi7. Ed Elio ripensa davanti al camino ai giorni, alle ore in cui ha finalmente imparato la lingua segreta dell’amore. Il ricordo di quel periodo lo accompagnerà per il resto della vita. Perchè ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo8.

NOTE

1. Andrè Aciman, Chiamami col tuo nome, Ed. Guanda, Parma, 2008, p. 271.

2. Pier Paolo Pasolini, Svilippo e progresso, Scritti Corsari, 1973.

3. Robert Adkinson, Simboli sacri. Popoli. Religioni. Misteri, Ippocampo, 2009.

4. Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Milano, Àncora 2015.

5. Margherita D’Angouleme, Eptamerone, Collana I Classici, Orsa Maggiore Editrice, pp. 265, 1988.

6. Eraclito, Frammenti, Testo greco a fronte, a cura di Francesco Fronterotta, Milano, BUR Rizzoli, 2013.

7. Sandro Penna. Poesie, prose e diari, a cura Elio Pecora e Roberto Deidier, I meridiani, Milano, Mondadori, 2017.

8. David Leavitt. La lingua perduta delle gru, Arnoldo Mondadori Editore, 1987, p. 295.