E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.”
È da questo estratto, proveniente dal celeberrimo monologo pronunciato dal replicante Roy all’agente Deckard, che vorremmo partire per analizzare una delle operazioni cinematografiche più discusse dello scorso anno, ovvero il seguito di Blade Runner [id., 1982, Ridley Scott] per mano del regista canadese Denis Villeneuve. Potrebbe invero suonar scontato utilizzare proprio una delle più citate, parodiate ed omaggiate frasi della storia del cinema (“Io ne ho viste cose…”), eppure queste parole hanno il pregio di porre l’attenzione su alcune tematiche che ci interesseranno da vicino nel corso di questo scritto – e che costituiscono, in primis, un ideale trait d’union tra il film dell’82 e quello del 2017. È infatti attraverso la questione della memoria, del ricordo, del tempo perduto o mai vissuto – già evocata nel film di Ridley Scott e, ancor prima, nel romanzo di Philip K. Dick a cui è ispirato – che sembra strutturarsi Blade Runner 2049 [id., 2017]. I ricordi, quei fragili ricordi che l’indimenticabile Nexus-6 interpretato da Rutger Hauer sapeva prossimi alla scomparsa, diventano qui il “fulcro”, il motore narrativo di questa controversa opera a metà strada tra l’arthouse e il cinema spettacolare1. L’intero film infatti, pur nella sua indubbia complessità tematica2, diviene poco alla volta la storia di una detection, non solo dell’«eletto» o dello scomparso agente Deckard, ma del ricordo e della sua autenticità nel mondo mortuario e fantasmatico, tutto ologrammi e superfici, messo in scena da Denis Villeneuve.

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blade runner 2049 - 2In un dei momenti più suggestivi del film, ambientato tra le rovine di una Las Vegas ormai dimenticata, la virtuosistica fotografia di Roger Deakins fa sconfinare prepotentemente il film nei territori dell’arthouse. Il film, d’altronde, si caratterizza per l’utilizzo intensivo di una fotografia «al neon», questione ampiamente affrontata sul nostro sito. Cfr. https://specchioscuro.it/estetica-neon-nel-cinema-contemporaneo-appunti-per-una-mappatura/ 

Innanzitutto, approcciarsi a un indiscusso capolavoro della fantascienza e della storia del cinema come Blade Runner impone necessariamente un lavoro sull’immaginario a cui esso è legato – in special modo, in un periodo di reboot, remake e serialità dilagante come il nostro. Il film di Villeneuve viaggia dunque sul doppio binario della continuità e dello scarto, recuperando i tempi dilatati e solenni del film di Scott, nonché le sue atmosfere malinconiche e dark, ma inserendoli in un contesto di bruciante attualità. Con una particolare attenzione al ruolo e alla diffusione dell’immagine nella contemporaneità, e della sua conservazione memoriale, anche in senso metalinguistico.

blade runner 2049 - 3 blade runner 2049 - 4

blade runner 2049 - 5 blade runner 2049 - 6Gli incipit di Blade Runner e Blade Runner 2049 messi a confronto. La centralità dell’occhio e della sua funzione mnemonica (le immagini impresse sulla retina) sono comuni a entrambi i film.

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blade runner 2049 - 8Harrison Ford è l’agente Deckard.

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blade runner 2049 - 10Le atmosfere sospese tra fantascienza e noir, comuni a entrambe le pellicole.

Ad un primo livello, infatti, Blade Runner 2049 si configura come opera memoriale del film che la precede. Ciò infonde alla pellicola un clima testamentario se non addirittura mortifero. I numerosi riferimenti che strutturano questa nuova opera e che la legano al film di Ridley Scott non hanno nulla del giocoso citazionismo tipico della postmodernità: piuttosto, quelli che appaiono davanti ai nostri occhi sono degli “stanchi” fantasmi, eterei revenant privi di alcuna profondità. Pensiamo, ad esempio, all’apparizione a Deckard di Rachel, «bizzarro golem senza volontà»3 che risorge tra le tetre stanze della Wallace Industries.

blade runner 2049 - 11Un esempio di metatestualità: in Blade Runner 2049 rivediamo le registrazioni dei test atti a scoprire l’identità dei replicanti – in questo caso, Rachel.

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blade runner 2049 - 13Il “ritorno” di Rachel.

La funzione del ricordo in Blade Runner 2049 è qualcosa di stratificato, che va oltre all’omaggio in cerca della complicità dello spettatore. Esso piuttosto struttura un mondo, quello rappresentato nel film, in cui l’immanenza dell’immagine olografica “doppia” qualunque rapporto umano, idealizzandolo (la relazione tra K e Joi); e in cui i ricordi sono per lo più semplici innesti privi di autenticità (o, come nel caso del protagonista, di un’autenticità traslata). Ma prima di addentrarci in questo labirinto di schermi e ologrammi che è il film, facciamo ancora un passo indietro e consideriamo alcune questioni che hanno portato alla realizzazione di Blade Runner 2049.

Ceneri di un futuro passato

Il film, racconta Villeneuve4, è stato voluto principalmente dai produttori Frank Giustra e Tim Gamble in accordo con Ridley Scott, che ha supervisionato la sceneggiatura scritta da Hampton Fancher (già autore dello script del 1982) in collaborazione con Michael Green. A dirigerlo è stato poi chiamato lo stesso Villeneuve, regista che ha avuto modo di dimostrare un approccio originale alla fantascienza con il precedente Arrival [id., 2016], film che affianca alla spettacolarità sci-fi un retaggio proto-filosofico. Un approccio, questo, che si intensifica in Blade Runner 2049. Nel film, infatti, gli aspetti più intimisti, romantici e filosofici hanno la meglio su quelli più propriamente spettacolari.
Tutti questi elementi trovano una perfetta sintesi nel replicante “K” interpretato da Ryan Gosling, «androide malinconico, all’inseguimento di se stesso, con toccanti squarci di vertigine esistenziale.»5

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È stato notato da più parti come il film di Villeneuve ribalti la prospettiva dell’opera precedente: non ci troviamo più di fronte ad un uomo (un blade runner) scosso dal dubbio d’essere un replicante (Deckard/Harrison Ford)6, ma ad un androide (l’agente K, altro blade runner) colto dal sospetto sempre più crescente di essere in parte umano (ovvero, il figlio di un uomo e un replicante). Una prima continuità tra i due film è dunque resa dal clima di sospetto che pervade l’intera pellicola. «Nel testo originale di Philip K. Dick», afferma Villeneuve, «la paranoia e il dubbio sono fondamentali, e credo sia questa la chiave giusta. Quella che mi interessa non è la risposta ma la domanda»7.
Il regista conferisce un taglio personale al film, focalizzandosi sugli aspetti più prettamente “esistenziali” del suo protagonista. Delinea così un eroe lontano dai cliché del genere fantascientifico e prossimo, piuttosto, ai meditabondi eroi del noir, testimoni di un mondo fatto di sospetti ed inganni.

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blade runner 2049 - 15bLa prima volta che conosciamo K è in macchina, e sta probabilmente dormendo. Nella seconda immagine vediamo il blade runner aspettare nell’oscurità, come nella migliore tradizione noir, la propria “preda” al buio, in silenzio.

Che lo si consideri o meno un autore, è abbastanza indubbio che Villeneuve faccia suo Blade Runner. Nelle mani del regista di Enemy [id., 2013] e La donna che canta [Incendies, 2010] – giusto per citare due delle sue opere più personali –, il film diviene un kafkiano8 labirinto alla ricerca del sé. In particolare, è con Enemy che possiamo individuare le corrispondenze più peculiari tra Blade Runner 2049 e la filmografia del regista canadese. Ispirato al romanzo di José Saramago L’uomo duplicato, il film vede protagonista un catatonico Jake Gyllenhaal nei panni di un uomo in preda a una crisi coniugale che frantuma letteralmente il suo io. Enemy è, a tutti gli effetti, la detection del proprio sé attraverso un dedalo di specchi e schermi.

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Ma se in Enemy era una crisi di coppia a far scaturire il crollo identitario ed avviare le indagini del protagonista, qui, come vedremo tra poco, è l’assenza di una vera memoria a fungere da motore di questa ricerca.

Blackout #1. Il mondo senza memoria

Pensai a un mondo senza memoria, senza tempo;
considerai la possibilità d’un linguaggio di verbi impersonali o d’indeclinabili epiteti.
Così andarono morendo i giorni e coi giorni gli anni, ma qualcosa simile alla felicità accadde una mattina.
Piovve, con lentezza possente…
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Che il ricordo abbia un ruolo centrale nel film viene evidenziato fin da subito. Nei titoli di testa, infatti, lo spettatore è messo al corrente di un cosiddetto “blackout” che ha colpito i sistemi informatici del pianeta, resettando dati e informazioni: «10 days of darkness that wiped digitally stored replicant-production records, creating a blank space in humanity’s database memory10 Si tratta di un avvenimento che ha imposto all’uomo un ripensamento del proprio stile di vita e che, più sottilmente, si pone quale monito sulla fragilità del ricordo già pronosticata da Roy Batty nel finale del Blade Runner scottiano. Ciò diventa assolutamente centrale in un film fatto letteralmente «di archivi digitali, memorie, hard disk, banche dati, in cui ogni frammento di vita sociale (e privata?) è destinato alla registrazione e all’inventario».11

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blade runner 2049 - 18Gli immensi archivi della Wallace Industries: un universo di fredda amministrazione dei dati restituito figurativamente attraverso luoghi asettici e disumani. Come non pensare ai mondi kafkiani messi in scena da Welles (Il processo [Le Procès, 1962]) o Terry Gilliam (Brazil [id., 1985])?

Prima di essere personale, dunque, la memoria, nel film, è presentata come qualcosa di collettivo. «Una memoria non è un insieme di ricordi di una coscienza», ci ricorda Jacques Rancière, ma «un insieme dato di segni, tracce, monumenti, disposti in un modo determinato. La Grande Piramide, che è il sepolcro per antonomasia, non custodisce la memoria di Cheope: è questa memoria.»12 Le memorie sono dunque, anche e soprattutto, delle tracce fisiche. Non è un caso allora che quello messo in scena in Blade Runner 2049 sia un mondo puramente fantasmatico, dove le tracce del passato stanno si avviano inesorabilmente verso la scomparsa. Ed è altresì abbastanza stupefacente come gli interni della Wallace Industries, la società che ha rimpiazzato la Tyrell nella produzione di androidi, riconducano letteralmente a quelli del sepolcro egizio evocato dal filosofo francese, simbolo esso stesso della memoria.

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blade runner 2049 - 22Alcuni esempi degli interni della Wallace Industries. Già nel Blade Runner di Ridley Scott, d’altronde, la Tyrell Corporation si rifaceva ad un’estetica egizia.

Ma, aggiunge ancora Rancière nel suo mirabile saggio, la contemporaneità tende ad escludere la preservazione della memoria. Il sovraccarico di informazione che la contraddistingue porta, piuttosto, alla nullificazione del ricordo, in modo tale che «possa affermarsi la verità unica e astratta del presente […]. Più i fatti abbondano [aggiunge Rancière] e più s’impone la sensazione della loro indifferente uguaglianza. Parallelamente si sviluppa sempre più la capacità di far scaturire dalla loro interminabile giustapposizione l’impossibilità di concludere, l’impossibilità di leggervi il senso di una storia.»13
Fine (del senso) della Storia e delle storie, dunque. Il mondo rappresentato in Blade Runner 2049 è, come dicevamo, un mondo basato sull’immanenza dell’immagine14. Non c’è più il bisogno di una storia o di un passato perché c’è sempre un ologramma che lo sostituisce. Pensiamo a Joi, la ragazza-ologramma che costruisce la propria personalità in maniera interattiva, modellandosi sul proprio user.

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blade runner 2049 - 24Sopra, la pubblicità di “Joi”, l’ologramma privo di dimensione che “dice tutto quello che vuoi sentirti dire” e “sarà quello che tu vorrai”. Sotto, un momento di intimità tra Joi e K viene brutalmente interrotto da una telefonata; l’ologramma va “in pausa”, denunciando la sua natura assolutamente fittizia.

Il passato diviene una figura proiettata eternamente nel presente, destinata a ripetersi all’infinito. Pensiamo alla stupenda sequenza ambientata tra i corridoi e le sale deserte di un casinò, tra i resti di quella città fantasma che è Las Vegas. Qui, icone del passato – Sinatra, Elvis, Marilyn – sono pura luce che riempie le sale vuote: spettacoli per un occhio che non c’è più.

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blade runner 2049 - 27Gli ologrammi nel casinò di Las Vegas, rifugio di Deckard. Per un approfondimento sul rapporto tra ologramma e memoria, cfr. con l’articolo su Magnetic Rose [Kanojo no omoide, 1995], film di animazione giapponese scritto da Satoshi Kon, con più di un punto in comune con Blade Runner 2049.

In questo regno di inautenticità, dunque, bisogna tenersi stretti i propri ricordi, ché sono, forse, la sola cosa che abbiamo. K lo sa, e si avvia alla ricerca del suo personale e misterioso ricordo.

Blackout #2. L’illusione del ricordo

«If as humans we are not in contact with our memories, what is left of us if we have no relationship with our past? […] How can we get free of that imprint from a subconscious point-of-view, but what if it disappeared? What’s left of us? That, and doubting about your own identity, your own self and if your past is just a dream or real.»15
Denis Villeneuve delinea chiaramente le proprie intenzioni di costituire un film in cui memoria e identità siano strettamente correlate e in continua tensione. Un altro film di fantascienza, dopo Arrival, sospeso nell’incertezza del sogno e della realtà.
K racconta alla sua ragazza Joi – ologramma per la compagnia personale – il suo personale ricordo: un ricordo che sa di non aver mai vissuto. Simbolo di questo ricordo è un cavallino di legno, oggetto affettivo che K avrebbe nascosto all’interno di una caldaia, nei sotterranei del suo orfanotrofio. Questo cavallo ripropone idealmente allo spettatore quell’unicorno-origami già visto nel Blade Runner del 1982. Il dubbio, per K, inizia a germogliare quando scopre che il cavallino esiste davvero: forse egli ha avuto davvero un’infanzia, e quindi un passato. Dunque, in un certo qual modo, egli è davvero “vivo”. Perché in Blade Runner 2049, come scrive perfettamente Alessandro Cappabianca, avere un ricordo equivale ad avere un’anima16.

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blade runner 2049 - 29Il cavallino di legno dell’infanzia di K in Blade Runner 2049 e l’unicorno, come quello sognato da Deckard, in Blade Runner.

Come lo slittino di Charles Foster Kane, anche il cavallo di legno di K rimanda ad un’infanzia perduta. Numerosi sono, d’altronde, i legami che intercorrono tra Blade Runner 2049 e Quarto potere [Citizen Kane, 1941], in primis il ruolo centrale del ricordo quale perno di questa «ricerca dell’anima segreta di un uomo»17. Ricerca che, in entrambi i casi, si avvia irrimediabilmente verso uno sconsolato finale che, pur attraverso dinamiche differenti, esclude l’appropriazione di quello stesso ricordo. «La neve, che vediamo alla fine del film, è il manto che copre la memoria, come in Citizen Kane la nevicata copriva lo slittino Rosebud […]. La neve copre i ricordi, le lacrime li portano via, perduti nel tempo.»18

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blade runner 2049 - 32Sopra, lo slittino Rosebaud in Quarto potere, sepolto dalle neve e dai ricordi; sotto, K, sulla scalinata, che si lascia morire, senza ricordi.

E questo è solo uno dei tanti nessi che intercorrono tra i due film. Anche in Blade Runner 2049 le indagini passano attraverso dei testimoni che, invecchiando, si sono ormai allontanati dal mondo. Pensiamo, ad esempio, alla scena dell’incontro tra K e l’ormai anziano Gaff, incredibilmente simile a quella del primo incontro con Leland (Joseph Cotten), nell’ospizio, in Quarto potere. Oppure a Deckard, rifugiato, come Kane, in una sua personale Xanadu, solo coi propri ricordi e lontano dal mondo. O ancora, alle ricerche di K tra gli archivi della Wallace Corporation, figurativamente simili a quelle compiute negli archivi Kane.
Blade Runner 2049 stabilisce, letteralmente, un legame con il capolavoro di Welles.

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blade runner 2049 - 37 blade runner 2049 - 38Tre esempi di rimandi fra Quarto potere e Blade Runner 2049.

In fondo Quarto potere è, tra le tante cose, proprio un film sul tempo e sul ricordo, dove la ricerca di Rosebaud è, per dirla con Deleuze, un percorso tra le falde di tanti passati virtuali: antichi presenti in cui l’immagine-ricordo si frantuma sotto infinite prospettive19. Eppure, al nichilismo di Welles, dettato dall’impossibilità di poter comprendere un uomo attraverso il suo passato (“no trespassing”), si sostituisce l’impossibilità per l’uomo stesso di averlo, un passato.
Come scopriremo amaramente alla fine del film, infatti, quello cercato da K è il ricordo di un altro. Egli si rivelerà unicamente in qualità di figura vicaria, permettendo il riconciliamento tra Deckard e sua figlia Ana, creatrice di ricordi per i replicanti. K, invece, resterà solo, agonizzante sulle scale dell’istituto di ricerca e prossimo alla morte. Le «immagini-ricordo», nel film, diventano dunque qualcosa di scambiabile, di sostituibile, di modificabile. Con una piccola macchinetta di altissima tecnologia, la giovane dottoressa può modificare i ricordi: cristalli di un tempo immobile necessari a riempire il vuoto di questi skin-job che sono i replicanti.

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blade runner 2049 - 40Ana Stelline mentre realizza i ricordi per i replicanti, attingendo dalle proprie esperienze personali.

Se per K non c’è lieto fine, Deckard e Ana avranno infine modo di ritrovarsi. Ma c’è un vetro che li separa: come già accadeva in Arrival, anche qui il contatto è mediato da uno schermo. E quante mani in cerca di un contatto (con la realtà, con l’Altro) ci sono in Blade Runner 2049? Forse perché è uno dei pochi modi per farsi strada in questo mondo di ologrammi? Forse perché cercare una realtà materiale, tattile, può essere una via alternativa verso il ricordo, tra gli inganni dell’occhio? Non ci è dato saperlo, ma i personaggi di Blade Runner 2049, questo, lo cercano con insistenza.
Ché, come scrisse Tarkovskij, «un uomo privo della memoria è in balìa di un’esistenza illusoria»20.

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NOTE

1. Come nota lo stesso direttore della fotografia del film, Roger Deakins, in molti hanno sottolineato i legami tra Blade Runner 2049 e il cinema di Andrej Tarkovskij, autore, com’è noto, assolutamente estraneo al cinema di Hollywood. Cfr. K. Tapley, Roger Deakins on ‘Blade Runner 2049’ and That Elusive First Oscar, http://variety.com/2017/artisans/awards/blade-runner-2049-roger-deakins-interview-1202579857/

2. Pensiamo, ad esempio, al tema della nascita, altrettananto centrale nel film in quanto «trasla il problema dei replicanti […] dall’ineluttabile mortalità all’impossibilità di procreazione». S. Caselli, Blade Runner di Denis Villeneuve, https://robachevedo.wordpress.com/2017/10/24/blade-runner-2049-di-denis-villeneuve/

3. A. Libera, «Una lunga, gelida teoria di stelle spente»: schegge di un immaginario privato, https://specchioscuro.it/una-lunga-gelida-teoria-di-stelle-spente-schegge-di-un-immaginario-privato/

4. R. Croci, Blade Runner 2049: intervista al regista Denis Villeneuve, http://www.rollingstone.it/cinema-tv/interviste-cinema-tv/blade-runner-2049-intervista-al-regista-denis-villeneuve/2017-10-08/

5. R. Menarini, Blade Runner 2049, un sequel straordinariamente riuscito, http://www.mymovies.it/film/2017/bladerunner2/news/un-sequel-straordinariamente-riuscito/

6. È noto che sulla natura dell’agente Deckard, Scott e Ford fossero di posizioni contrapposte: difatti, del film, esistono due versioni, una delle quali fa prevalere l’idea che Deckard sia anch’egli un androide.

7. L. Celada, Denis Villeneuve nell’universo noir dei replicanti, https://ilmanifesto.it/denis-villeneuve-nelluniverso-noir-dei-replicanti/

8. I rimandi tra il film di Blade Runner 2049 e la figura di Franz Kafka sono altresì molteplici. Lo stesso Fancher, sceneggiatore tanto del film di Scott che di quello di Villeneuve, ha detto del romanzo di Philip Dick: «There’s a Kafkaesque atmosphere about the book.» ( http://scrapsfromtheloft.com/2017/10/08/blade-runner-1982-interview-with-co-writer-hampton-fancher/ ) D’altronde, il protagonista di Blade Runner 2049 si chiama “K”, come quello del più celebre romanzo di Kafka, Il processo.

9. J. L. Borges, L’Aleph, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 16.

10. M. Kermode, Blade Runner 2049 review – a future classic, https://www.theguardian.com/film/2017/oct/08/blade-runner-2049-review-a-future-classic

11. A. Libera, articolo citato.

12. J. Rancière, La favola cinematografica, Edizioni ETS, Pisa, 2006, p. 212.

13. Ibidem.

14. E, come sappiamo, immagine, in senso etimologico, significa “imitare”; essa è «rappresentazione di un oggetto mediante la pittura, la stampa ecc.; Ritratto, Sembianza, Ombra, Spettro, Idea.» Cfr. http://www.etimo.it/?term=immagine

15. J. Giroux, ‘Blade Runner 2049′ Director Denis Villeneuve on Building the Future and Taking Ridley Scott’s Advice [Interview], http://www.slashfilm.com/blade-runner-2049-denis-villeneuve-interview-2/

16. A. Cappabianca, La memoria del cinema, http://www.fatamorganaweb.unical.it/index.php/2017/10/13/blade-runner-2049/

17. E. Cozarinsky (a cura di), Borges al cinema, Il Formichiere, Milano, 1979, p. 58.

18. A. Di Sanzo, “Blade Runner 2049”: sulla traccia del ricordo, http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article3860

19. Anzi, come scrive Deleuze, è il primo caso nella storia del cinema di rappresentazione diretta dell’immagine-tempo Secondo Gilles Deleuze, è attraverso la procedura della profondità di campo, e non con il semplice flashback, che Orson Welles riesce a restituire la “profondità” del tempo in maniera diretta. Ed è inoltre di nostro interesse ricordare come il filosofo francese individui in Welles il regista che meglio ha saputo rappresentare l’universo di Franz Kafka (autore che più volte abbiamo evocato nel nostro scritto), in cui l’assurdo kafkiano scaturisce proprio dalla combinazione temporale degli opposti. Cfr. G. Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano, 2006, pp. 120-131.

20. A. Tarkovskij, Scolpire il tempo, Istituto Nazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2016, p. 55.