Il Bellaria Film Festival nasce nell’agosto del 1983, grazie all’impegno e al supporto dell’Azienda di Soggiorno di Bellaria-Igea Marina, allora diretta da Luigi Barberini. Sin dalla sua fondazione, il festival si è affermato come un importante appuntamento nel panorama cinematografico italiano, promuovendo la diffusione del cinema indipendente, con un’attenzione particolare ai giovani registi emergenti. Dal 2022, la direzione creativa del festival è passata nelle mani di Daniela Persico, che ha portato nuove idee e una rinnovata energia alla manifestazione. Nel corso degli anni, il Bellaria Film Festival ha accolto la partecipazione di illustri critici cinematografici, tra cui Goffredo Fofi e Paolo Mereghetti, che hanno contribuito a elevare il prestigio dell’evento.

Al termine della sua quarantaduesima edizione, abbiamo avuto il piacere di dialogare con Mario Blaconà, che ci ha svelato i retroscena dell’organizzazione del festival e ha condiviso con noi i momenti più significativi e le novità di quest’anno. Questa conversazione ci offre uno sguardo approfondito su cosa rende il Bellaria Film Festival un evento imperdibile per gli appassionati di cinema e su come continua a evolversi e a crescere nel tempo.

Di cosa ti occupi all’interno del Bellaria Film Festival?

Al Festival faccio parte del comitato di selezione. Quest’anno nello specifico ho curato la redazione del libro uscito per Minimum Fax, Controcampo italiano, che presenta un approfondimento su cinque registi italiani un po’ dissidenti: Paolo Benvenuti, Giuseppe Gaudino, Franco Maresco, Corso Salani e Antonio Capuano. Pubblicazione che uscirà nelle librerie a breve, a cui abbiamo accompagnato una rassegna con alcuni cortometraggi e lungometraggi dei registi. Ho aiutato anche a curare il catalogo, che quest’anno è stato più corposo dei precedenti, e poi a fare il processo di selezione classico. In generale sono critico e regista, lavoro al centro culturale di San Fedele, mi occupo di altri cineforum intorno a Milano e lavoro anche al Festival di Locarno.

Come definiresti il festival di Bellaria? Che cosa lo distingue rispetto agli altri nel panorama italiano?

È un festival di cinema “indipendente”, che è un termine molto ampio: di fatto è un festival che cerca sguardi diversi, anche a livello produttivo. Infatti sono pochi i film che hanno grandi produzioni, come Alice Rohrwacher o Simone Massi. Soprattutto i film che sono nei concorsi, in particolare nella sezione “Casa Rossa”, sono opere prime o seconde, produzioni medio-piccole. In quest’edizione abbiamo riproposto poi, dopo ben 17 anni, il concorso “3 minuti a tema fisso”, in cui a partecipare sono dei corti di 3 minuti. Nel concorso “Gabbiano”, invece, ci sono spesso delle autoproduzioni. Rispetto al “Casa Rossa”, dove sono presenti registi molto giovani, il “Gabbiano” è una sezione po’ più trasversale. Quest’anno ha vinto Luca Ferri, che è un autore già abbastanza conosciuto. Altri registi giovani che abbiamo avuto sono Marta Anatra e Alessandra Lancellotti. Diciamo che il “Gabbiano” tende a essere più concentrato sul lavoro indipendente/sperimentale, “Casa Rossa” accoglie lavori un po’ più convenzionali, ma realizzati perlopiù da registi giovani, con produzioni indipendenti.

Come si organizza un festival come il Bellaria? Come si scelgono i film e come si programmano all’interno del festival?

Per il concorso “Gabbiano”, abbiamo aperto una call. È un lavoro di vari mesi, all’incirca da novembre a marzo-aprile, in cui periodicamente ci riuniamo, ci diciamo cosa abbiamo visto e cosa ci è piaciuto e ci ha convinto di più, facendo una selezione dei film che ci arrivano. È un lavoro lungo perché sono tanti i film che riceviamo, di tutti i tipi e qualità. Per il concorso “Casa Rossa” funziona un po’ diversamente: quest’anno era su invito diretto da parte nostra. Stessa cosa per il “Casa Rossa Internazionale”, novità di questa edizione. Anche nel caso del concorso storico del Bellaria Film Festival, “3 minuti a tema fisso”, tornato quest’anno, abbiamo aperto una call. Si tratta di un lavoro di bilanciamento, perché bisogna capire cosa ci è piaciuto di più, fare delle scelte tenendo conto di tutte le preferenze dei membri del comitato e della linea editoriale del festival.

Altro elemento caratteristico del Festival sono gli Hub.

Quest’anno abbiamo cercato di realizzare un programma più strutturato rispetto agli anni precedenti. Siamo riusciti a organizzare incontri tra la Giuria Giovani e i registi del concorso “Casa Rossa”, permettendo loro di scambiarsi opinioni e porre domande ai registi. Poi abbiamo organizzato degli incontri tra i registi del “Gabbiano” e l’Hub Programmer, che comprende giovani programmatori che lavorano in festival ancora piccoli, ma che grazie a questi incontri sono riusciti a stabilire dei contatti. Nell’Hub di Critica, giovani critici hanno intervistato i registi del “Casa Rossa Internazionale”, mentre nell’Hub di Produzione si sono focalizzati sulle giornate dell’Industry, (In)emergenza e Itineranze Doc.

Quest’anno i due ospiti più importanti sono stati Alice Rohrwacher e Bruno Dumont.

Ogni anno cerchiamo di avere come film d’apertura una produzione internazionale, che di solito viene dal Festival di Berlino, anche per una questione cronologica, perché è il festival più grande che si tiene prima di Bellaria. Gli anni precedenti avevamo presentato il film di Philippe Garrel e ancora prima quello di Carla Simón che aveva vinto l’Orso d’oro nel 2022; tuttavia, non eravamo mai riusciti a portare questi registi fisicamente a Bellaria. Invece Dumont è riuscito a venire e ha tenuto anche una masterclass la mattina seguente alla proiezione del suo film, L’Impero [L’Empire, 2024]. A Rohrwacher e a La chimera (2023) volevamo dare uno spazio rilevante: rappresentano un riferimento importante per il cinema italiano di quest’anno. Quindi abbiamo subito pensato di invitarla e di allestire anche la mostra con le foto di scena di Simona Pampallona: abbiamo cercato di creare un’atmosfera suggestiva. Anche gli ospiti della retrospettiva Controcampo italiano sono stati importanti per noi.

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Fotogramma di L’impero di Bruno Dumont.

Ho notato che nell’edizione di quest’anno, anche in riferimento all’articolo che avevi scritto anni fa per Lo Specchio Scuro, emerge un tema ricorrente, non so se intenzionale, presente sia nei lungometraggi che nei cortometraggi, che esplora il nostro rapporto con gli animali e la bestialità.

Un tema non propriamente voluto, ma sicuramente molto attuale, che sta emergendo sempre di più nel dibattito cinematografico contemporaneo. L’animale è l’Altro per eccellenza, quindi penso che indagare questo tema sia una delle cose più importanti che il cinema, inteso come arte, debba fare: andare oltre l’antropocentrismo, cercare di capire cosa sia l’antispecismo attraverso l’immagine cinematografica. Il cinema italiano contemporaneo è una delle cinematografie che presenta maggiormente questo sentire. Forse perché veniamo da una società contadina, alcuni registi recuperano quel sentire in modo quasi pasoliniano (come Rohrwacher e Michelangelo Frammartino), confrontandosi con l’animalità con uno sguardo moderno, che cerca di mettere il pubblico in contatto con l’altro, di superare le barriere dello sguardo. Un film come Animale/Umano [Animal/Humano, 2023] di Alessandro Pugno, in concorso “Casa Rossa”, presenta questo tema come nucleo centrale della narrazione.

Fotogramma di Animale/Umano di Alessandro Pugno.

C’è stato anche l’intervento di Goffredo Fofi in occasione della presentazione del libro Breve storia del cinema militante (2023), un intervento di carattere prevalentemente politico. 

L’intervento di Fofi ha fatto da preambolo a quanto è successo dopo. Mi riferisco alle dichiarazioni di Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, che ha affermato che non ha senso fare cinema indipendente e d’autore, ma che bisogna realizzare film per raggiungere il grande pubblico. Simone Bozzelli ha replicato sostenendo che esistono giovani registi che proprio all’interno del festival di Bellaria stanno cercando di fare cinema e di parlare alle persone. Successivamente, alla tavola rotonda con Controcampo italiano, si è discusso di questo avvenimento e si è portata avanti l’idea del cinema militante di Fofi. Anche Fofi ha sottolineato la necessità di capire come porci: bisogna cercare di organizzare una forma di resistenza. Viviamo in una società completamente immersa nelle immagini e nella spettacolarità, come ha detto poi Moresco alla tavola rotonda, che a volte fiacca un po’ la resistenza; quindi, dobbiamo cercare di trovare un modo per riorganizzarci attivamente.

Una volta finito il festival, cosa succede? Ci si ferma per qualche mese?

Si, c’è un po’ di lavoro da fare. Chi fa parte dell’organizzazione deve chiudere il tutto, tirare i remi in barca e fare il punto. Ci si risente per capire cosa ha funzionato e cosa no, poi ci si saluta e dopo del tempo si riapre la call. Il festival di Bellaria è di fatto rinato tra tre anni, prima era un po’ sopito, mentre è stato un festival importantissimo fino agli anni Duemila: ai tempi ha lanciato autori come Sorrentino, Maresco, Garrone, Frammartino. Stiamo cercando di recuperare questo spirito, anche polemico, come è stato quest’anno in varie occasioni. I dibattiti rinforzano la dimensione politica del fare cinema, che vorremmo tornasse in auge. Purtroppo oggi il cinema all’interno dei festival si sta depoliticizzando, quindi è importante mantenere una riflessione critica più aperta alla contemporaneità.

A proposito di riflessioni sull’attualità, il concorso “3 minuti e tema fisso” era incentrato sulla crisi ambientale e sul nostro rapporto con il mondo.

Abbiamo selezionato dei bei cortometraggi che raccontassero la questione adottando un punto di vista non retorico. I film selezionati, grazie alla loro breve durata, tendono ad avere un approccio sperimentale e innovativo, offrendo una prospettiva nuova su uno dei temi più importanti di oggi.

Un altro evento fondamentale del festival è stato il Premio Speciale Gabbiano assegnato a Simone Massi, un regista che nel corso della sua carriera ha riflettuto spesso sul tema dell’animalità, abbracciando con il proprio sguardo altre prospettive, che decentralizzano l’umano.

Il premio assegnato a Simone Massi è stato molto significativo perché è uno dei più grandi autori d’animazione contemporanei, insieme ad Alessandro Rak, in un momento in cui l’animazione è spesso trascurata. Per questo, ci è sembrato importante dare spazio a questo regista. Massi affronta il tema della resistenza, che si riallaccia all’approccio politico di cui parlavamo prima. Ad esempio Dell’ammazzare il maiale (2011) è un film in cui lui si adotta il punto di vista di un maiale prima di morire. Siamo di fronte a un regista orgogliosamente inattuale, che fa dell’inattualità la sua cifra stilistica: non cerca di rappresentare l’ultimo argomento alla moda, ma mantiene fisse le tematiche che lo contraddistinguono. È un regista importante che merita maggiore attenzione. 

Fotogramma di Dell’ammazzare il maiale di Simone Massi.

Alice Rohrwacher parla spesso dell’immedesimazione, dicendo che non è condizione necessaria per l’apprezzamento di un film. Non dobbiamo sempre immedesimarci con ciò che vediamo sullo schermo, ma possiamo osservare altri esseri viventi adottando una prospettiva diversa.

È ciò che deve fare il cinema nei prossimi anni: staccarsi dal punto di vista dell’essere umano e andare oltre. Alcuni registi già lo fanno. Penso che il cinema italiano possa essere pioniere di questo modus operandi.

Fofi ha dichiarato che non gli interessano i film che parlano solo di chi li ha fatti, ma vorrebbe che il cinema gli insegnasse qualcosa e gli facesse vedere le cose da un altro punto di vista.

Oggi si tende molto, anche a livello produttivo, a parlare di sé. Invece non è necessario che ci sia il regista nel film; non è una legge scritta. Posso parlare di una cosa che non mi riguarda in prima persona ma a cui tengo dare una voce.

Che è quello che hai fatto tu con il tuo film Italia, teorie per un film di famiglia (2021): hai raccontato una storia non tua.

Assolutamente. Oggi, forse perché siamo figli dei reality, si tende molto a dire che bisogna raccontare se stessi. Perché devo limitarmi in questo modo se ci sono tante storie da raccontare? Non mi interessa parlare di me. Questa direzione narrativa è ancora molto seguita, però vedremo cosa ci riserverà il futuro.