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Di che cosa parla Barbie [id., Greta Gerwig, 2023]? Come si è spesso notato, è certo incentrato su temi quali la disparità di genere, patriarcato, maschilismo tossico, e procede a criticare questi sistemi di valori attraverso un filtro femminista. Limitarsi a questa lettura significherebbe però tralasciare gran parte degli aspetti più affascinanti del film. Barbie è anzitutto un film che indaga il rapporto tra esseri umani e merci, tra idee e oggetti, tra fantasia e realtà – e nel farlo arriva a far collassare, in modo efficace quanto inedito, una dimensione fenomenologica e una più squisitamente esistenziale.

In questo episodio voglio dare una lettura di Barbie che, anziché le sue tesi sociali, si soffermi sul suo apparato filosofico. In particolare, rifletterò su come il film faccia suoi alcuni concetti chiave del marxismo (fine delle utopie e feticismo delle merci) per poi superarli, dandone un’interpretazione postmaterialistica.

Al centro del film, prima ancora della figura della sua protagonista, c’è un conflitto tra mondi – quello reale e Barbieland. Barbie, a ben vedere, racconta proprio di un doppio sconfinamento. Prima Barbie e Ken discendono da Barbieland a Venice Beach, a Los Angeles. Poi vi fanno ritorno, in momenti diversi, accompagnati da persone reali: inizialmente Sasha e sua madre Gloria, poi il consiglio direttivo della Mattel. La differenza tra i due mondi è alla base della verve comica del film e di gran parte delle sue svolte narrative. Barbieland, apprendiamo fin dai primissimi minuti, è un mondo completamente ideale, ordinato, privo di imperfezioni e di turbamenti. Come osserviamo nella prima scena, è l’estensione a mondo di una fantasia infantile in cui corpi e merci sono del tutto idealizzati – in cui tutto accade sempre uguale per l’eternità e non esistono morte, decadimento o lavoro (le carriere delle Barbie sembrano del tutto prive di fondamenti economici mentre i Ken non fanno che spassarsela in spiaggia, e la correlazione beni-lavoro è del tutto assente).

Il mondo reale, benché il film sembri molto meno interessato a mostrarlo, è invece costellato di dinamiche aliene a Barbieland. Anzitutto, nella realtà il nesso tra lavoro e merce è fondamentale: le disavventure di Barbie e Ken a Venice Beach si snodano per lo più tra uffici e luoghi di lavoro e hanno come protagonisti CEO, consigli direttivi, impiegate e impiegati, e più volte passano per una messa in enfasi di logiche produttive o di mercato che sottendono a dinamiche sociali e più largamente culturali. Il fatto che tutto il consiglio direttivo della Mattel sia composto da maschi accenna poi un secondo scarto tra realtà e Barbieland: Barbieland è un mondo matriarcale, il nostro è patriarcale. È proprio la consapevolezza che possa esistere un diverso ordinamento della società che spinge Ken a tornare a Barbieland con l’intento di stravolgerne il sistema di potere.

barbie donne lavoro

barbie lavoro

Benché a Barbieland tutti i lavori siano svolti dalle Barbie, tra loro e i Ken non sussiste alcuna differenza reddituale notabile – il lavoro è raccontato come elemento di caratterizzazione, estratto però dal suo stesso mercato e svincolato dal potere d’acquisto che garantisce.

Per interpretare correttamente Barbie è fondamentale anzitutto riflettere su questo: sulla frizione tra Barbieland e la realtà, su ciò che differenzia i due mondi, su cosa il secondo mondo rappresenti del primo. Nel farlo, come dirò, visto l’orientamento ‘merceologico’ del film è quasi impossibile non tirare in ballo la filosofia marxista.

Anzitutto, come già accennato, Barbieland è un mondo ideale. Non solo: un mondo ideale in cui capitalismo e patriarcato, i due principali sistemi di potere che il film contesta e mette alla berlina, sono ribaltati, e in cui (forse proprio in virtù di questo?) la società funziona perfettamente, senza conflitti, e perfino i corpi cessano di essere esposti a caducità o imperfezioni. In altre parole, Barbieland è un’utopia. Anziché essere indipendente dal mondo reale, però, è un’utopia che fin dai primi minuti viene provocata dalla realtà. I pensieri di morte e gli inestetismi che sorprendono la protagonista all’inizio del film sono, scopriamo, manifestazione delle angosce che Gloria, impiegata Mattel, ha proiettato sulla bambola nel mondo reale. Sarà questo innesco a portare Barbie e Ken a Venice Beach. È grazie alla provocazione della realtà (la crisi d’identità, reale, di Gloria) che due idee fuoriescono dal loro mondo utopistico per conoscere quello reale, incarnandovisi, e al tempo stesso è grazie al farsi-realtà dell’utopia che la realtà viene a sua volta provocata da un impulso critico e rivoluzionario.

Come nota Stephen D’Arcy, Gloria

riconfigura la sua relazione con gli impulsi utopistici-fantastici della sua giovinezza, […] ma non prima di aver rivendicato l’importanza critica di quegli impulsi nel ‘Mondo reale’ […]. La fantasy-Barbie di Gloria cessa di essere ‘un’idea’, una fantasia perfezionista, e si integra nella vita vera della donna come un impulso anti-sistema, una risorsa critica […] per combattere per la liberazione e felicità sua e di altre donne, in un ‘Mondo Reale’ che per adesso resta determinato a piegare le donne al ‘principio di realtà’ del patriarcato capitalista.1

Barbie mette in scena quella che il filosofo marxista Herbert Marcuse chiama la «fine dell’utopia»:2 in un momento in cui gli elementi per una trasformazione radicale della società sono già disponibili, l’utopia non è più in grado di stare alla deriva dal mondo reale, ma non può che spingere la realtà al cambiamento, cessando quindi di essere un «regno tra le nuvole fisso e indipendente».3 Barbieland deve produrre effetti sulla realtà,4 altrimenti la realtà stessa finirà per distruggerla – gli effetti della sproporzione tra utopia e realtà creano dei malfunzionamenti a Barbieland che, immaginiamo, sarebbero sempre più notabili e diffusi se tale sproporzione non si risolvesse. Avvicinare l’utopia è necessario per la realtà, così come avvicinarsi alla realtà è vitale per l’utopia.

barbie

barbie

Sono proprio le sproporzioni tra mondo utopistico e realtà a far iniziare il viaggio della protagonista. La ‘dissonanza cognitiva’, nel film, è data proprio dalla contrapposizione tra ideale e reale.

C’è però un altro aspetto di Barbieland, che finora convenientemente non ho menzionato, che nel film è fondamentale. Il regno delle Barbie è sì un’utopia nata dalla fantasia collettiva delle bambine (e dalla mente della sua creatrice Ruth Handler), ma è anche il frutto di una doppia mediazione della stessa. Anzitutto di una mediazione oggettuale: molte caratteristiche dell’utopia-Barbieland derivano dal fatto che Barbie per esempio non abbia funzioni biologiche, non invecchi, non debba rispondere a leggi della fisica – ovvero dal fatto che, come immaginario, Barbieland nasca e si costruisca attorno a degli oggetti, dei giocattoli fatti di plastica.

barbie margot robbie

Barbieland è un’utopia che nasce dagli oggetti: al suo interno, le persone non rispondono alle leggi della fisica e si muovono come prese da mani invisibili.

In secondo luogo, di una mediazione socioeconomica: non solo Barbie nasce da degli oggetti, ma nello specifico da delle merci, inserite in (e pensate per) un preciso mercato secondo una logica capitalistica. Barbieland è un mondo immaginato, ma quell’immaginazione è frutto della co-costituzione di logiche produttive, pubblicitarie e distributive che non possono essere ignorate. Nel film questa dimensione è evidenziata a più riprese, soprattutto quando il consiglio direttivo della Mattel entra in scena. Più volte le battute del CEO dell’azienda fungono da contrappunto reale, economico e merceologico a spinte invece idealiste o ideologiche: «Pensi che abbia passato tutta la mia vita nelle sale riunioni per il guadagno? No! Io sono entrato in questa azienda per le bambine e i loro sogni», sentiamo dire a un certo punto. Frasi come questa sondano proprio quella linea di confine, o meglio di contrasto, tra mondo utopistico come fuga dell’immaginazione infantile e mondo utopistico come prodotto di un sistema di indottrinamento sostanzialmente merceologico.

barbie ceo mattel

Il consiglio direttivo Mattel, capitanato dal personaggio interpretato da Will Ferrell.

Alla fine del film, appena prima che il portale tra i mondi venga richiuso, il CEO Mattel dimostra di non aver affatto compreso quanto accaduto a Barbieland – o meglio, di saper fare tesoro di quanto visto soltanto in vista di implicazioni economiche, trovando lo spunto per ideare un nuovo prodotto di successo: la ‘Barbie Ordinaria’ (un’idea che, come viene detto, è terribile ma farà di sicuro fare un sacco di soldi). La scelta stessa di inserire nel film l’amministratore delegato e i suoi sgherri evidenzia come, anziché nascondere il sostrato materiale e soprattutto economico di Barbieland, Gerwig sia interessata a portarlo in primo piano.

Questa volontà sembra far emergere una contraddizione. Malgrado queste premesse di stampo marxista e materialista, Barbie interpreta comunque il brand al suo centro come un’idea, una fantasia e un mito prima che come un sistema di merci – partecipando quindi a quel feticismo che, nel sistema capitalistico descritto da Marx, recide il nesso tra merce e lavoro, dando alla prima un carattere mistico, scisso dalla realtà5. L’attenzione del film «non è rivolta all’oggetto sacro o al suo rituale, cioè al giocattolo o ai giochi che permette di fare, ma alla dimensione immateriale e trascendente a cui gli oggetti partecipano […]. Sono giocattoli più ideati che prodotti, e le loro storie ci raccontano proprio che il loro valore non sta in come sono fatti, ma nell’idea da cui nascono e nelle idee che trasmettono».6 Barbie è un’idea astratta, un personaggio in cerca di sé stesso che risponde all’esigenza di venerare, iconizzare e narrativizzare il prodotto cui è associata – o meglio: di far venerare, far iconizzare, far narrativizzare il prodotto da parte dell’azienda che lo produce, la Mattel appunto.

Eppure, più marcatamente di altri film simili, Barbie dà rilievo alla matrice economica, materiale e merceologica del prodotto al suo centro. In questo, quello di Gerwig seguita la più ampia tendenza di franchise e brand di auto-raccontarsi in testi smaccatamente autoriflessivi portata alla ribalta da The LEGO Movie [id., Phil Lord, Christopher Miller, 2014].7 Questa apparente contraddizione tra un piglio feticistico e uno, all’opposto, materialistico, è irrisolvibile da una prospettiva marxista: il film è sia celebrativo sia critico, sia mitizzante che denigratorio, sia idealista che materialista – non nega la dimensione economica, materiale e produttiva ma al tempo stesso esalta l’idealità del suo immaginario, si ostina a parlare di fantasia ma nel frattempo racconta di essa come del prodotto di un contesto anzitutto merceologico.

lego movie

Curiosamente, Will Ferrell (che in Barbie interpreta il CEO Mattel) è anche uno dei personaggi della cornice meta-narrativa di The LEGO Movie.

Per risolvere queste contraddizioni dobbiamo uscire dall’ottica del marxismo. Come abbiamo visto, Barbie affonda sì le sue radici in un materialismo di stampo marxista, ma al contempo si discosta da gran parte delle sue tesi – in questo senso lo definirei un film postmaterialista: Gerwig è sì convinta che ogni fuga idealistica o metafisica abbia in realtà un sostrato materiale e produttivo, ma non nega la possibilità che, una volta prodotte, le idee (e le fantasie) possano acquisire una propria autonomia, andare alla deriva dai processi che le hanno fatte emergere in quanto tali, e tornare nel mondo apportando un cambiamento sociale o esistenziale. Per questo racconta, come detto in apertura, sostanzialmente di un doppio scambio: un mondo ideale che cambia grazie alla realtà e un mondo reale che cambia grazie a una fantasia. Da questo punto di vista, Barbie è il film che più compiutamente a oggi riflette sulla co-costituzione di finzionale e reale, di esseri umani e merci, di marketing e ideologia che è alla base del nostro sentire contemporaneo. Tutte queste dimensioni si mescolano, rendendo impossibile distinguere tra ideale ed economico, tra oggettuale e fantastico.

Il dialogo tra Barbie e Ruth Handler, cofondatrice di Mattel e ideatrice della bambola, ben sintetizza l’interpretazione postmaterialista del film. Già dalla primissima battuta del loro scambio si rende evidente quanto osservato finora, ovvero la contaminazione continua tra ideale e materiale: «io sono Mattel. Finché la finanza non mi ha beccato ma questo è un altro film […] Sono una nonna alta un metro e cinquanta con una doppia mastectomia e problemi di evasioni di tasse», dice Handler, di nuovo mescolando la dimensione idealistica e feticistica (la personalizzazione e umanizzazione di un’azienda nel volto della sua cofondatrice) e quella invece materialistica (la citazione delle vicissitudini legali che negano la possibilità di scindere persona, lavoro e corpo).

barbie ending

Ruth Handler barbie

Il dialogo continua con piglio marcatamente idealista: «ora ti è chiaro che gli umani prima o poi se ne vanno. Le idee vivono per sempre […]. Gli umani inventano cose come il patriarcato e Barbie per affrontare quella parte spiacevole. E poi si muore». Interessante qui il parallelo tra Barbie e il patriarcato, che da una parte eleva la prima (una merce) a contraltare per il secondo (un ideale), dall’altra mette entrambi in relazione al retroscena economico, culturale, merceologico, iconologico che li ha prodotti – anche in precedenza si è parlato del patriarcato in relazione a miti, narrazioni e icone, dal cavallo al cinema western, da Sylvester Stallone a John Travolta.

ken cavalli

barbie stallone

In tutta risposta a questa spinta, che diremmo di astrazione, Barbie sceglie però di smettere d’essere un’idea e di diventare una persona, lasciando per sempre Barbieland per il mondo reale – «io ti ho creata perché tu non avessi una fine», le ha detto Handler, ma la protagonista sceglie comunque la mortalità e un corpo umano (con annesso ciclo mestruale, come vediamo nella scena immediatamente successiva). In chiusura del film torniamo quindi ad abbracciare la fine delle utopie marxista, con un’idea che si incarna per vivere una vita reale e partecipare a lotte reali assieme alle sue nuove amiche (Sasha e Gloria) – un moto quindi opposto, di materializzazione.

Queste due spinte possono coesistere soltanto se abbandoniamo il paradigma interpretativo della filosofia marxista, ammettendo che da una parte oggetti e idee possano esistere come frutto gli uni delle altre ma anche indipendentemente gli uni dalle altre; e che un alter-ego ideale di una merce possa produrre un cambiamento nelle logiche di mercato che l’hanno generato. Barbie è in questo senso una sintesi tra materialismo marxista e idealismo, tra un immaginario capitalista e la critica alle sue logiche.

A partire da questa sintesi di opposti, che ora nega la possibilità di trascendere la merce e ora invece riafferma la potenzialità di questa trascendenza, la protagonista affronta un vero e proprio percorso di maturazione esistenziale che la trasforma da astrazione a donna vera. Il viaggio di Barbie, che ha inizio con un impulso di morte («avete mai pensato di morire?») e si conclude con una sostanziale accettazione della possibilità di morire (lei che diventa umana) è allora massima sintesi dell’approccio postmaterialistico del film. In Barbie è necessario che ci si appropri di una dimensione trascendentale e ideale della merce – senza questa appropriazione non è possibile alcun cambiamento sociale o personale, come racconta la vicenda di Sasha e Gloria. Al tempo stesso, è necessario che quella dimensione cessi di esistere, che le idee tornino nel mondo e che le utopie svaniscano tra le nuvole – come racconta la vicenda della protagonista.

In questo senso, Barbie racconta di un’idea che smette di essere tale. Non rinunciando a mitizzare e feticizzare la propria icona, ne racconta comunque la morte in quanto icona, rappresentando la cessazione di qualsiasi sua funzione idealistica. Handler ha creato Barbie perché non avesse una fine, ma Barbie rinuncia all’eternità e abbraccia la finitudine. Raramente si è raccontato dell’urgenza che un’idea smettesse di essere tale e si incarnasse nel mondo. È questo il merito più potente e affascinante del film da un punto di vista ideologico: Barbie insegna a reclamare icone, miti e idee al di là degli oggetti, e a farne (di nuovo) realtà. Solo così possiamo veramente iniziare ad avvicinare il nostro mondo alle utopie che abbiamo immaginato.

NOTE

1. Stephen D’Arcy, “World Turned Upside Down”: Gerwig’s ‘Barbie,’ Anti-systemic Politics, and the Marxist Tradition, Public Autonomy, 2023, https://publicautonomy.org/2023/07/24/gerwigs-barbie-and-the-marxist-tradition/.

2. Cfr. Herbert Marcuse, La fine dell’utopia, manifestolibri, Roma, 2008.

3. Così Karl Marx definiva il mondo religioso per Feuerbach nelle sue Tesi su Feuerbach, Thesen über Feuerbach, 1845.

4. Cfr. Walden Bello, Barbie: Marxism for Gen Z. Is Barbie out to change the world or just her own life?, FPIF, 2023, https://fpif.org/barbie-marxism-for-gen-z/.

5. Cfr. Karl Marx, Ökonomische-philosophische Manuskripte aus dem Jahre 1844 [Economic and Philosophic Manuscripts of 1844], in Marx Engels Werke [Marx-Engels Works] vol. 40, Dietz Verlag Berlin, 1975, pp. 465-588.

6. Matteo Lupetti, Non solo Barbie. Dal giocattolo al film, Link, 2024, https://www.linkideeperlatv.it/non-solo-barbie-giocattolo-film/.

7. Ibid.