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Sfruttando l’onda lunga della conclusione dell’anime de L’attacco dei giganti [Shingeki no kyojin, ideata da Hajime Isayama, 2013-2023], in questo episodio voglio concentrarmi su un elemento in particolare della serie (e del manga che adatta): ovvero come interpreti il concetto di ‘memoria del mondo’, che va a occupare verso la sua conclusione un ruolo fondamentale. Nel farlo, farò dialogare l’immaginario di Isayama con un altro universo narrativo particolarmente noto, Il Trono di Spade [Game of Thrones, David Benioff, D. B. Weiss, 2011-2019], che fa ruotare numerose delle sue svolte narrative proprio attorno allo stesso concetto, e recupererò, a titolo d’esempio, anche altre narrazioni che si ricollegano in modo più o meno obliquo all’eccesso di memoria. Mi interessano tre riflessioni in particolare sulla memoria del mondo come tropo narrativo: la sua auspicabilità, le sue ricadute sull’identità individuale e una sua interpretazione ‘tecnologica’.

Anzitutto, specifico che essendo i mondi narrativi di cui parlo particolarmente complessi, non scenderò troppo nel dettaglio delle loro regole o delle loro caratteristiche. Riassumerò quanto strettamente necessario all’argomento dell’episodio, ma per lo più darò per scontata la conoscenza de L’attacco dei giganti e di Il Trono di Spade, finali inclusi. Ciò detto, andiamo a rintracciare la ‘memoria del mondo’ in entrambi i testi scelti.

Ne L’attacco dei giganti, la memoria gioca un ruolo fondamentale: in un primo momento è una memoria bloccata – gli Eldiani credono che la maggior parte dell’umanità sia estinta e che il mondo fuori dalle mura sia dominato dai giganti, e questo a causa di una manipolazione dei loro ricordi a opera di Re Fritz e del Gigante Fondatore. Il blocco della memoria ha a ben vedere una matrice ideologica: Fritz ha cancellato i ricordi dei suoi discendenti per impedire che si rivalessero su chi li aveva confinati nell’isola in cui si trovano, per mantenere quindi la pace e l’isolamento della sua stessa comunità a partire da una convinzione di tipo razziale/etnico. Anni dopo, grazie a un complotto ordito da suo padre, il protagonista Eren Jaeger riesce a superare questo blocco, riappropriandosi di tutti i ricordi proibiti alla sua stirpe – e anche di più: accedendo alla Coordinata, punto d’incontro dei Sentieri metafisici che collegano tutti gli Eldiani, Eren diventa anche in grado di ricordare ciò che vivranno Eldiani che ancora devono nascere. Si passa quindi da una memoria bloccata, manipolata da chi esercita il potere, a un vero e proprio eccesso di memoria, in cui il vissuto di Eren ingloba anche quello di tutta la sua gente, passata presente e futura, e per questo lo rende incapace di dimenticare gli abusi che gli Eldiani hanno subito e continuano a subire – per questo eccesso di memoria, Eren deciderà infatti di attivare il Boato della Terra e distruggere tutto il mondo fuori dalla sua isola.

Ne L’attacco dei giganti, la memoria ha un ruolo centrale. Nella tavola, il modo in cui viene rappresentata nel manga: un insieme di frammenti. L’adattamento anime utilizza una struttura a flashback molto più classica.

Ne Il Trono di Spade è invece il personaggio di Bran Stark a ottenere un simile eccesso di memoria. Dopo essere rimasto infermo, Bran viene chiamato in sogno dal Corvo con Tre Occhi, ultimo veggente verde, che lo guida a sé oltre la Barriera per insegnargli a ereditare i suoi poteri. Tra questi, quello di poter scrutare nel passato del mondo gli varrà, poco dopo fine della guerra tra Cersei e Daenerys, il trono di Westeros – in quanto depositario della sua storia e per questo custode ideale del suo assetto sociopolitico. Il quadro geopolitico de Il Trono di Spade, più stratificato e complesso di quello de L’attacco dei giganti, parte quindi da una memoria plurale e frammentata, distribuita in modo non uniforme e non omogeneo tra gruppi, istituzioni e individui, che poi viene unita, riconnessa, incarnata nel depositario di un sapere immenso – e, di conseguenza, anche di un’immensa saggezza. Come per Eren, questo eccesso di memoria sembra garantire a Bran capacità di interpretazione e lettura della realtà che vanno ben oltre la capacità umana: Bran diventa in grado di scorgere, oltre l’infinita complessità delle vicende umane, il filo del destino che collega individui e comunità. Dopo essere diventato Corvo con Tre Occhi, Bran diventa infatti un essere per sua stessa natura infallibile, ovvero pienamente cosciente delle conseguenze delle sue azioni.

L’attacco dei giganti e Il Trono di Spade non hanno quindi in comune solo l’essere stati tra gli eventi mediatici più rilevanti degli ultimi anni, o il fatto che l’autore del primo ha più volte dichiarato di ispirarsi all’opera di George R. R. Martin, ma anche e soprattutto il rimando, determinante, a una memoria ‘universale’ che diventa accessibile e utilizzabile da uno dei loro protagonisti. In entrambi, acquisire la ‘memoria del mondo’ diventa fondamentale per risolvere la narrazione – nel caso de L’attacco dei giganti, acquisendola Eren decide di porre fine alla discriminazione degli Eldiani; ne Il Trono di Spade, l’avanzata del Re della Notte viene fermata solo grazie a Bran, che in quanto Corvo con Tre Occhi funge da esca durante l’agguato teso al nemico, e il caos politico che segue la battaglia di Approdo del Re si risolve soltanto con il comune accordo di far ascendere al trono il depositario di tale memoria. Il modo in cui i due testi rappresentano la memoria del mondo è analogo: in entrambi, la memoria del mondo è associata alla figura di un albero – la Coordinata ne L’attacco dei giganti ha la forma di un gigantesco albero della vita luminoso, i cui rami sono i Sentieri di ogni singolo Eldiano; il Corvo con Tre Occhi ne Il Trono di Spade scruta nel passato viaggiando attraverso le radici di un albero-diga, pianta sacra per i fedeli degli Antichi Dèi. In entrambi, viaggiare nei ricordi prende la forma di un vero e proprio viaggio nel tempo: i corpi dei protagonisti vengono proiettati nel passato, pur rimanendo generalmente invisibili per chi li circonda.

La memoria del mondo, in entrambi i mondi narrativi, rimanda all’iconografia di un albero: sopra, L’attacco dei giganti rappresenta la Coordinata (luogo in cui si intrecciano i ricordi degli Eldiani) come un albero della vita; sotto il Corvo con Tre Occhi che parla a Bran tra le radici ne Il Trono di Spade.

I due differiscono però radicalmente nelle conseguenze dell’acquisizione della memoria del mondo sui rispettivi universi narrativi. Se ne Il Trono di Spade ottenere la memoria del mondo è auspicabile, in quanto consente di sconfiggere l’armata di morti viventi che minaccia il continente e di far tornare la pace, ne L’attacco dei giganti Eren, acquisendola, innesca un genocidio che spazza via la maggior parte della popolazione mondiale. Soltanto in seconda battuta si scoprirà che il suo piano per la pace nel mondo è comunque riuscito – ma il prezzo pagato dai non-Eldiani è inconcepibilmente alto. Ne Il Trono di Spade accedere alla memoria del mondo rende infinitamente saggi, ne L’attacco dei giganti è un carico quasi impossibile da sostenere per una mente umana, e porta a una furia cieca e distruttiva. Questa diversa auspicabilità è legata a doppio filo a chi accede a tale memoria, e a quanto questa sia una memoria ‘plurale’. A differenza di Bran, Eren è parte di un’intera stirpe discriminata, schiavizzata e marginalizzata, ed è egli stesso vittima di numerosi traumi che sono conseguenza diretta di questa discriminazione. Bran fa invece parte di Casa Stark, la più importante casata nobiliare di Westeros settentrionale, e per quanto la sua vita e quella dei suoi parenti venga stravolta dai Lannister non è di certo costellata di orrori e atrocità come quella di Eren. Eren è in altre parole un soggetto subalterno che, appropriandosi della memoria del mondo, diventa anche in grado di esercitare potere e fuoriuscire dal suo stato di subalternità. A un eccesso di memoria si lega in questo senso un eccesso di potere, con Eren diventa un’arma di distruzione di massa vivente: L’attacco dei giganti racconta del passaggio tra memoria bloccata ed eccesso di memoria come di un’apocalisse. La memoria del mondo cui Eren ha accesso, inoltre, è filtrata dallo sguardo degli Eldiani: è quindi una memoria appartenente a una specifica collettività, legata al suo sguardo e alla sua percezione, e per questo fatta per lo più di sofferenza e ingiustizia, laddove invece quella a cui accede Bran è una memoria pluralizzata, priva di un fulcro e di una coscienza. Gli esiti che la memoria del mondo ha sui rispettivi universi narrativi differiscono quindi per motivi anzitutto politici. Bran Stark ed Eren Jaeger appartengono a mondi diversi e ricoprono ruoli diversi all’interno di sistemi di potere difficilmente comparabili, che portano quindi a ripercussioni del loro potere che sono antitetiche, sia per effetti che per portata.

La memoria del mondo produce, ne L’attacco dei giganti e ne Il Trono di Spade, conseguenze antitetiche. Sopra, la sua acquisizione porta Eren a innescare il Boato della Terra, arma potentissima che sterminerà gran parte della popolazione mondiale. Sotto, Bran viene accettato come regnante proprio in quanto ha acceduto a uno stato mentale, o meglio mnestico, superiore a quello dei comuni esseri umani.

Entrambe le opere descrivono però alcune ricadute individuali dell’eccesso di memoria che sono del tutto analoghe. Sia Eren che Bran, acquisendo la memoria del mondo, perdono progressivamente contatto con la propria umanità, soprattutto da un punto di vista emotivo. Entrambi acquisiscono una mole di ricordi inimmaginabile e per questo sembrano costantemente colti nell’atto di un ricordare impossibile, parossistico, come se anche mentre non lo vediamo stessero viaggiando in un’infinità di epoche al contempo. Entrambi si distaccano dalla realtà in cui vivono perché iniziano a vivere in una più ampia, diventando sempre più apatici. In Funes, o della memoria, Borges racconta di un ragazzo che a seguito di una caduta da cavallo diventa ipertimesico, ovvero acquisisce la possibilità di ricordare in modo estremamente dettagliato ogni cosa del suo passato. La memoria del ragazzo è infinitamente più limitata di quella che acquisiscono Eren e Bran; «ho più ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo», gli fa dire Borges, ma abbiamo già visto che l’eccesso di memoria cui accedono gli altri due personaggi è incomparabile a quello, più realistico (l’ipertimesia è una condizione rara, ma esistente), descritto dall’autore argentino. Borges chiude il suo racconto scrivendo: «Il chiarore esistente dell’alba entrò per il patio di terra. Allora vidi il volto di quella voce che aveva parlato tutta la notte. Ireneo aveva diciannove anni […]; mi parve monumentale come il bronzo, ma antico come l’Egitto, anteriore alle profezie e alle piramidi» – una descrizione che ci fa pensare al personaggio come estratto dal tempo in cui si trova, perché sparpagliato in un’infinità di tempi anche remoti, quindi di fatto poco presente, perfino a sé stesso e a chi lo circonda, in quanto imbrigliato in una memoria eccessiva. Quando Bran ed Eren acquisiscono la memoria del mondo, diventano (e sono) anch’essi anteriori al tempo in cui vivono, antichi, presenti e assenti al contempo, in quanto sparpagliati per infiniti altri spazi e tempi.

Sguardo perso nel vuoto, volto inespressivo, parole dette con un filo di voce: la memoria del mondo deumanizza chi la acquisisce.

Acquisendo la memoria del mondo, Eren perde la lucidità iniziando a percepire presente, passato e futuro come la stessa cosa. Scopriamo che, a danno dell’equilibrio mentale del sé bambino, è stato proprio lui, influenzando il corso della storia, ad aver fatto morire sua madre innescando così la spirale di sofferenza che lo ha portato, anni dopo, ad accedere alla Coordinata.

Questa presenza e assenza, questa frammentazione per infiniti altri spazi e tempi, è del tutto fuori dalle possibilità umane – anziché a un’intelligenza umana, fa pensare in particolare a un’intelligenza artificiale. Fa pensare per esempio ai dialoghi finali del film Lei [Her, Spike Jonze, 2013], in cui Theodore scopre che Samantha sta parlando con altre migliaia di persone proprio mentre parla con lui.

Voglio concludere l’episodio ragionando sulla memoria del mondo in quanto tropo incastonato in un sentire contemporaneo in cui le tecnologie digitali sono profondamente radicate. Come sostiene Douwe Draaisma in Metaphors of Memory: A History of Ideas About the Mind [2000], abbiamo sempre definito la memoria umana attraverso metafore tecnologiche: dalla tavoletta di cera alla fotografia, per arrivare più di recente al computer. A oggi, in un mondo in cui le tecnologie digitali proliferano, tendiamo impropriamente a pensarla come una somma di dati, inseriti in specifiche cartelle, organizzate da un sistema operativo più o meno funzionante.

Memoria e metafore digitali: in Memoria [id., Apichatpong Weerasethakul, 2021], Hernán dice «You are reading my memory. I’m like a hard disk. And somehow… you are an antenna».

Se ci sembra che il funzionamento della memoria umana sia spiegato dalle logiche di quella digitale, allora inevitabilmente una memoria straordinariamente potente, più che perfetta,1 che prescinde dallo spazio-tempo e dal corpo fisico, non può che farci pensare a una macchina estremamente avanzata – che superi i nostri limiti umani in potenza di calcolo e precisione, come fanno le attuali intelligenze artificiali. Ecco che la progressiva disumanizzazione di Eren e Bran assume un senso: sono sempre meno umani e si comportano sempre più come due intelligenze artificiali estremamente avanzate, per giunta aderendo a due tropi fantascientifici piuttosto comuni: l’intelligenza artificiale che attraverso lo sterminio vuole porre rimedio alle spinte auto-distruttive dell’uomo (Eren) e quella che invece dispensa saggezza e raziocinio come regnante (Bran).

A ben vedere, tanto L’attacco dei giganti quanto Il Trono di Spade, pur essendo fantasy, ruotano attorno a tecnologia e virtualità. Max He, nella sua ricerca The Human Mecha: Titan, Techology, and Self in Attack on Titan,2 mette per esempio efficacemente in prospettiva il mondo de L’attacco dei giganti e il filone mecha giapponese, notando come il mondo narrativo della serie sia ossessionato da tecnologie sempre più complesse, incomprensibili e simili a noi (i titani appunto). Ian Ross nel suo “Avatars and Identity Performances”3 nota invece come tutto Il Trono di Spade ruoti attorno al concetto di virtualità e di avatar, con personaggi (soprattutto protagonisti) che si trovano a dover uscire da sé per rientrarvi, recuperando il loro rapporto coi loro corpi solo dopo aver fatto esperienza di letterali ‘altri-mondi’ virtuali. Volendo seguitare queste due letture, non sorprende allora che entrambe le opere si risolvano facendo entrare in scena due intelligenze assolute e quasi prive di sentimenti – due intelligenze artificiali, appunto. Entrambi gli universi narrativi intercettano, attraverso il fantasy, un sentire squisitamente contemporaneo: L’attacco dei giganti si pone in prospettiva tecnofobica, e vede quindi Eren acquisire un potere distruttivo illimitato e cercare di distruggere il mondo pur di portare la pace; Il Trono di Spade (per lo meno il serial) è più cautamente ottimista, e vede nel virtuale una prospettiva sì di deumanizzazione, ma anche di ideale crescita ed evoluzione delle possibilità di discernimento. In entrambe le opere, la memoria del mondo è presentata come al di fuori della realtà, intrecciata a essa, in uno spazio virtuale: è una tecnologia. Accedere alla memoria del mondo, in questo senso, è come connettersi alla rete e assorbirne i dati in un romanzo cyberpunk.

Anche Italo Calvino, nel suo La memoria del mondo, racconta della creazione di un archivio digitale che raccolga tutti i ricordi dell’umanità in vista di un’imminente apocalisse. Il che mette in luce un altro aspetto, volendo, di questo tropo: non solo la memoria del mondo è intrinsecamente tecnologica, sia quando appare nella fantascienza che quando invece viene rivisitata in salsa fantasy, ma è anche spesso associata alla fine dei tempi. Ne Il Trono di Spade, questa viene annunciata fin da subito (l’arrivo imminente del Re della Notte da oltre la Barriera) e la memoria del mondo viene usata, come tecnologia, per disinnescarla. Ne L’attacco dei giganti invece si inizia a parlare di apocalisse poco dopo aver scoperto che il mondo in cui si svolge l’azione non è post-apocalittico come si credeva. In questo caso, la memoria del mondo acquisita da Eren innesca l’apocalisse che poi gli altri personaggi cercano disperatamente di fermare.

Ecco allora cosa possiamo dedurre dall’analisi e comparazione di varie occorrenze della memoria del mondo in narrazioni anche molto distanti tra loro: come abbiamo visto, tanto ne L’attacco dei giganti e ne Il Trono di Spade quanto nel racconto di Calvino, la memoria del mondo è rappresentata in chiave tecnologica, associata a processi di deumanizzazione e facenti capo a uno spazio virtuale; è spesso evocata in relazione alla fine dei tempi – che avvolte disinnesca e altre volte innesca; e diventa auspicabile o meno anche e soprattutto in relazione al contesto sociopolitico della sua utenza. In tutti questi casi, l’accesso alla memoria del mondo apre la mente umana a delle potenzialità che originariamente non avrebbe, o che sarebbe meglio che non avesse, e che producono effetti diversi quando calate in diversi contesti politici e storici.

Questo rende quello della memoria del mondo un tropo estremamente attuale, soprattutto in narrazioni che fanno dello sfondo politico, ideologico e sociale il loro fulcro – come le due di cui ho parlato finora. La memoria del mondo racconta, tra le altre cose, di quanto in un presente attraversato da conflitti tremendi, le cui radici affondano in passati incredibilmente remoti, non possiamo che diventare sempre più scettici, tanto rispetto alla nostra memoria individuale quanto nei riguardi di quella, impersonale e frammentata, che viene custodita dalle nostre tecnologie digitali. Entrambi gli universi narrativi presentano una complessità sociopolitica che sembra inestricabile e conflitti che non possono essere pacificati. Entrambi vengono ‘risolti’, per così dire, dall’accesso a un livello superiore di memoria: ne Il Trono di Spade, la memoria del mondo assolve, cura e controlla, e il passaggio dalla memoria umana (fallibile e parziale) a quella artificiale (infallibile e totale) viene accolto con pacato ottimismo; ne L’attacco dei giganti, più pessimista, la memoria del mondo invece è un’ennesima condanna – l’eccesso di memoria porta a innumerevoli morti e sofferenze, come se la possibilità di ricordare (e più che mai di ricordare di più, come una macchina estremamente potente) fosse di per sé una maledizione.

In questo modo, entrambi i testi ci invitano a riflettere sulle implicazioni politiche e sociali di una potenziata, o non più umana, capacità di ricordare il passato – e quindi sulla crescente tecnologizzazione e digitalizzazione della nostra capacità di ricordare. Cosa ne è dei conflitti umani una volta che ricordare cessa di essere una cosa umana? Cosa ne è della storia, una volta che a ricordare saranno menti artificiali? Ci attende forse un mondo utopistico, in cui verranno meno i presupposti per qualsiasi conflitto? O un mondo distopico, in cui l’eccesso di memoria diventa una gabbia da cui è impossibile uscire?

NOTE

1. Tanne van Bree, Digital Hyperthymesia – On the Consequences of Living with Perfect Memory, in Liisa Janssens (ed), The Art of Ethics in the Information Society, Amsterdam: Amsterdam University Press, 2016, 28– 33.

2. Max He, The Human Mecha: Titan, Technology, and Self in Attack on Titan, University of California, Los Angeles, 2023.

3. Ian Ross, Avatars and Identity Performance: Disembodied Self in Virtual Spaces, in Lindsey Mantoan, Sara Brady (eds.) Vying for the Iron Throne. Essays on Power, Gender, Death and Performance in HBO’s Game of Thrones, Jefferson: McFarland & Co., 171-182.