ARCHITETTURE DI SGUARDI

Intervista al critico Pier Maria Bocchi, maggiore studioso italiano del cinema di Michael Mann. Nel 2002 ha pubblicato il volume Michael Mann per la collana monografica Il Castoro Cinema. Si parla di Blackhat [id., 2015] l’ultimo film del grande autore americano.

Nel Castoro dedicato al regista lei scrive:«Quella di Mann è una specie di avanguardia all’indietro, rovesciata, che viene a crearsi col tempo come innovativa e davvero rivoluzionaria […] [Il regista] ha prima contribuito a perimetrare ed evidenziare la modernità […], senza rinnegarla in seguito, anzi, dando spazio per il ritorno del classico attraverso di essa.»1 Una splendida intuizione, che in Blackhat trova una dimostrazione in qualche modo letterale. Il film, infatti, compie una specie di percorso a ritroso dalla contemporaneità postmediale (mi riferisco alla definizione elaborata da Ruggero Eugeni nel suo saggio La condizione postmediale, di recentissima pubblicazione), incarnata dall’adesione alle coordinate di genere del cyber-thriller, fino alla classicità più limpida. L’ultima mezzora, ambientata in Malesia, sembra infatti assumere il respiro e impossessarsi degli spazi congeniali al western, genere pre-urbano che ha riflettuto sulla genesi della civitas statunitense e ha contribuito a creare un proprio universo mitologico.
Come mai, secondo lei, Mann, pur trattando di tecnologie digitali, di capitalismo di ventura informatico, di hacker e di virus malware, ha sentito l’esigenza di abbracciare quest’ideale di classicità? Inoltre, Blackhat può considerarsi come una sorta di prima tappa nell’ambito di una «neo-mitologia digitale» (mitologia che comunque è pur sempre rielaborazione culturale)?

Che metta in scena malware o un combattimento sul ring o gli Indiani d’America, poco importa, Mann ha sempre dato retta a un’idea di “classico” come formulazione di figure retoriche e di moduli hollywoodiani prestabiliti. Il noir, il western, il gangster movie, l’avventura… Parlerei di “archetipi” del cinema, se posso osare. È lì che pesca il suo immaginario, la sua generazione di cineasti, è lì la sua anagrafe. Poi su quello lui lavora, non si ferma al dato e al previsto, vi interviene. L’ha fatto a suo tempo con Manhunter, intuendo perfettamente l’epoca; l’ha fatto poi con l’arrivo dell’alta definizione, prima in maniera “frammentaria”, quasi a tentativi (Alì)2, e poi sempre più scopertamente. Non bisogna mai dimenticare che Mann fa parte dell’industria e del sistema, e consapevolmente: non ne vuole uscire, non intende diventare un indipendente. È quindi lì, dentro le major e dentro il “capitale”, che esiste la “classicità” manniana.

Sempre riferendomi alla definizione di «avanguardia all’indietro», mi piacerebbe chiedere se a proposito di Blackhat si può in un certo modo parlare di «sperimentalismo digitale», d’indagine sulle possibilità offerte dalla tecnica e dal linguaggio pur all’interno di un contesto di produzione industriale.

Direi di sì, ma ormai non è più una novità per Mann. Forse Blackhat è l’inevitabile tassello mancante per un cineasta come lui: cioè, un filmmaker così testardamente antropocentrico, che ha sempre fatto un cinema di uomini e di donne, di individui, e uno scenario di pura assenza dell’uomo come un hardware. Prima o poi ci doveva arrivare. E vedere come questi due mondi si scontrino, l’uomo e la macchina, la persona e la meccanica… Ecco, se alcuni – sia nel cinema, sia nella narrativa – hanno costruito intere carriere su questo argomento, ormai obsoleto, per Mann è una novità, ma proprio per girarvi intorno, per superarla a destra, e continuare a confidare nell’uomo stesso, l’unico vero senso manniano in questo mondo.

L’hacker protagonista di Blackhat sceglie come proprio nickname quello di «ghostman». Eccettuato il caso particolare di Miami Vice [id., 2006], mi sembra che la figura del fantasma sia diventata sempre più importante nel cinema di Michael Mann. Penso per esempio alla splendida sequenza della sparatoria in discoteca di Collateral [id., 2004], dove spesso la profondità di campo viene limitata in modo tale da lasciare a fuoco solo il volto di Tom Cruise, mentre le altre persone presenti sulla scena sono ridotte a pure silhouette indistinte dallo sfondo. Oppure, alla sequenza assolutamente paradigmatica di Nemico pubblico – Public Enemies [Public Enemies, 2009], in cui John Dillinger (Johnny Depp) “visita” la sede del dipartimento investigativo.
Gli ultimi film di Mann possono definirsi, in senso lato, delle ghost stories? Come mai i suoi personaggi appaiono sempre più come dei fantasmi?

Assolutamente, sì, sono d’accordo. Nel finale di Blackhat, i due “sopravvissuti” diventano esattamente quello, fantasmi nella realtà, “invisibili” perfino alle videocamere di sorveglianza, che li “ritraggono” ma li “perdono”… Ricordo ancora l’entusiasmo quando vidi in sala l’Eastwood di Potere assoluto3, che circolava per strada in impermeabile senza essere “visto”… A me interessa molto questa condizione umana contemporanea, perché mi sembra ideale per capire oggi la realtà, l’uomo e il cinema… La scena che citi di Nemico pubblico è clamorosa, al riguardo. Ai tempi di Strade violente4 e di Manhunter, i personaggi manniani sceglievano la rinuncia alla realtà (alla vita?) per risolvere – o tentare di risolvere – le cose… col rischio di non potervi più rientrare, nella realtà… In questo senso, mi sembra dunque che il cinema di Mann abbia sempre messo in scena delle ghost stories: se per fantasmi intendiamo uomini che decidono di seguire il proprio istinto e il proprio ruolo, a costo di rinunciare consapevolmente alla realtà e alla vita, allora sì, i film di Mann sono delle ghost stories

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro

Nick e Chen (Wei Tang),«fantasmi nella realtà»

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro collateral Tom Cruise

La club scene in Collateral

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro Nemico pubblico Public Enemies

John Dillinger visita la sede dell’FBI in Nemico pubblico Public Enemies 

Blackhat generalmente ha ricevuto un’accoglienza critica abbastanza tiepida (probabilmente utilizzo un eufemismo), in particolare in patria. J.R. Jones del Chicago Reader scrive che Blackhat «plays like Heat without the heat»5. Spesso al film viene rimproverato un certo grado di approssimazione nella scrittura e nella caratterizzazione dei personaggi: lo scambio di battute a bordo dell’elicottero tra il protagonista Nick Hathaway (Chris Hemsworth) e il collega e amico cinese Dawai Chen (Leehom Wang) è usato a titolo dimostrativo. Il dialogo tra i due, ad uno sguardo superficiale, può infatti apparire piuttosto scontato e imbottito di comodi stereotipi.
Eppure, una riflessione sorge spontanea: Mann (che pure qui non firma la sceneggiatura, affidata invece a Morgan Davis Foehl) si è sempre distinto per una capacità unica di scavare nelle pieghe tormentate dei sentimenti dei suoi personaggi e di cesellare dialoghi profondamente incisivi (magnum exemplum è probabilmente Heat – La sfida [Heat, 1995]). La stessa cosa avviene, quindi, anche per Blackhat, a dispetto di un’opinione critica semi-condivisa che vuole il contrario? Oppure Mann predilige veicolare certe informazioni (anche di carattere intimo/psicologico) in altra maniera, lasciando che la scrittura assuma un ruolo differente rispetto ai suoi lavori precedenti?

Per quanto mi riguarda, i dialoghi di Blackhat possiedono la stessa intensità e la stessa enormità di quelli di tutti gli altri film di Mann. Non so che dire, se altri la pensano diversamente… Sappiamo bene che a definire un personaggio manniano basta una sola parola, talvolta, un solo gesto, un solo dettaglio… Non serve nient’altro, non servono lungaggini, aggiunte pedanti… Quale approssimazione? Ma se per definire una passione e un sentimento gli basta la “piega” di un collo?!

Più o meno volontariamente, il cinema contemporaneo sembra riflettere sulla perdita di centralità dello sguardo. Per esempio, Steven Spielberg sceglie indicativamente di aprire Il ponte delle spie [Bridge of Spies, 2015] – ad oggi il suo ultimo lavoro – con un’inquadratura in cui l’immagine del soggetto è triplicata non solo dal suo riflesso in uno specchio ma anche dalla sua rielaborazione pittorica nella forma dell’autoritratto. Un autentico scacco alla linearità della visione.
Si può dire che anche Blackhat s’inserisca lungo questo solco speculativo? Lo sguardo (che è anche, di riflesso, quello dello spettatore) può ancora essere uno strumento di conoscenza del mondo?

Certo che lo sguardo può ancora essere uno strumento di conoscenza del mondo! E pure uno strumento politico, per quanto banale possa sembrare. Che poi questo stesso sguardo abbia perso o stia perdendo sempre più la sua centralità, è un’altra questione. C’è chi trova l’origine di un tale “crollo” (ma possiamo chiamarlo anche spostamento, riproporzione etc.) nel 9/11, ma ormai mi sembra diventato un cliché buono oggi per tutte le stagioni… Anche perché ci pensava già Godfrey Reggio in Koyaanisqatsi6 a rappresentare – e in maniera improvvisa, sorprendente, dentro un genere allora poco scontato – il crollo dello sguardo, anticipando tutto il cinema post-9/11 del mondo (e anche la realtà: c’è una scena in Koyaanisqatsi che fa venire la pelle d’oca per quanto sia “uguale” ad alcune riprese dal “vero”, per strada, del “farsi” della tragedia delle Torri gemelle…). Sappiamo bene quanto sia importante per Mann lo sguardo, lo sguardo della persona… Guarda la morte di Viola Davis, l’ultima immagine che lei vede prima di esalare l’ultimo respiro… un grattacielo… quando peraltro poco prima dice di aver perso il marito proprio nel 9/11… E poi non mi si venga a dire che i dialoghi sono approssimativi, e le singole battute trascurabili: con una sola battuta, viene descritto tutto il tormento e l’ansia e la “tensione” di un personaggio… E una sola immagine dice di più dello sguardo, della sua necessità ma anche della sua “debolezza” contemporanea, del suo bisogno di “protezione”, di buona parte del cinema odierno…

Il ponte delle spie Bridge of Spies Lo Specchio Scuro

L’opening de Il ponte delle spie

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro

L’ultimo sguardo di Carol Barrett (Viola Davis) in Blackhat

koyaanisqatsi godrey reggio

K0yaanisqatsi di G. Reggio

Insider – Dietro la verità [The Insider, 1999] inizia con quello che è a tutti gli effetti uno sguardo negato. Il personaggio di Lowell Bergman (interpretato da Al Pacino) non può vedere e conoscere il frammento di mondo che lo circonda perché i suoi occhi sono come imprigionati dalla trama a quadri del tessuto bianco di una benda. Quando finalmente se ne libera, esclama rivolto al suo cameraman:«Benvenuto al mondo!» La pagina bianca che copriva i suoi occhi può finalmente essere scritta, riempita di segni e significati. Mi sembra questa una sequenza profondamente rivelatrice di un aspetto imprescindibile del cinema di Michael Mann. Per definirlo, prenderei in prestito una breve definizione che, con Luca Malavasi, ha adoperato a proposito dell’opera di una regista (ovviamente molto distante dall’autore di Chicago) come Claire Denis: la necessità «di uno sguardo che si apre su qualcosa da guardare»7.
In Blackhat questa necessità di guardare diventa bisogno impellente, quasi vitale, di guardarsi. Come mai i personaggi sembrano non volere mai perdersi di vista?

Perché hanno bisogno di guardarsi per amarsi, per capirsi, per esistere! E per capire il mondo, per fare i conti col mondo, e talvolta anche con l’orrore. È sempre stato così, nel cinema manniano, che è un cinema fondato sul guardare. Manhunter è completamente costruito sull’atto del vedere per capire e non essere visti per essere amati. Alì sa di aver vinto quando vede il leggero spostamento del piede dell’avversario… In L’ultimo dei Mohicani8, Jodhi May si lascia andare al vuoto perché ha visto troppo (troppo orrore, troppo sangue, troppa morte). In Insider Russel Crowe sa e ha visto troppo, e a poco a poco si sottrae al mondo… In Nemico pubblico Charles Winstead (interpretato da Stephen Lang) riesce a sparare a Johnny Depp perché resiste al suo sguardo (che poco prima aveva “bloccato” un altro sbirro).

Insider The Insider Lo Specchio Scuro Intervista Pier Maria Bocchi

Lo sguardo negato di Lowell Bergman in Insider

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro Nemico pubblico Public Enemies

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro Nemico pubblico Public Enemies

Blackhat Michael Mann Intervista con Pier Maria Bocchi lo Specchio Scuro Nemico pubblico Public Enemies

Architetture di sguardi nel finale di Nemico pubblico – Public Enemies

Più volte nel Castoro, in particolare relativamente ad un capolavoro della post-modernità come Manhunter – Frammenti di un omicidio [Manhunter, 1986], lei analizza l’importanza che le superfici, come marchio estetico ma anche come riflessi di spazio, rivestono nel cinema manniano. Giona Nazzaro, nel volume Action! – Forme di un transgenere cinematografico, si chiede se si tratti addirittura di «sex appeal dell’inorganico».
In Blackhat, i personaggi devono interagire con un non-spazio immateriale in cui scompaiono le coordinate fisiche e geografiche. Questo ambiente virtuale è, in un certo senso, la naturale evoluzione delle superfici iperreali dei film precedenti, aggiornate all’epoca digitale? Oppure il rapporto tra l’uomo e lo spazio – nel cinema di Mann – va in qualche modo ripensato?

Credo di aver già risposto in precedenza, a questo proposito. Blackhat mi sembra l’evoluzione naturale della poetica manniana dell’uomo e del suo rapporto con le cose.

Il Rapporto Clusit presentato a Milano il primo marzo del 2016 segnala un aumento del 30% degli attacchi cyberterroristici, compreso un incremento esponenziale delle aggressioni alle infrastrutture. Inoltre, viene effettuata la stima di un giro d’affari ruotante intorno al cosiddetto Dark Web (tema, per giunta, dell’ultimo romanzo di Thomas Pynchon, La cresta dell’onda) capace di muovere fino a 500 mila dollari al giorno. Questo a ulteriore testimonianza (se ce ne fosse bisogno) della tremenda attualità del film. Eppure, la pellicola si è rivelata un clamoroso insuccesso. Il riscontro finanziario è impietoso: a fronte di un budget stimato in circa 70 milioni di dollari9, il film ha racimolato solo poco più di 7 milioni di dollari complessivi negli Stati Uniti9, mentre in Italia non ha incassato nemmeno 350 mila euro.10
L’ultima domanda non può che riguardare questo aspetto. Quali sono secondo lei le ragioni di un simile flop al botteghino?

L’aderenza o la non aderenza all’attualità non mi interessano, non mi hanno mai interessato. Mi deve piacere, ad esempio, un film che condanna la violenza sulle donne perché oggi (oggi? e ieri no?) è un argomento d’attualità? Che discorso critico è? Che valore ha? Detto ciò, non mi meraviglia il flop di Blackhat. È un film troppo all’avanguardia, troppo sperimentale, se vogliamo troppo prepotentemente autoriale, per soddisfare il pubblico di riferimento dei multiplex. Specialmente proprio perché Mann continua a “giocare” coi grandi, con il sistema, con le major, con i generi, col botteghino… Così facendo, è inevitabile che un film come Blackhat scontenti un po’ tutti, gli appassionati del cinema d’azione, gli appassionati del poliziesco, gli appassionati e gli intenditori di informatica… Mi riferisco ovviamente al pubblico delle multisale, al pubblico “comune”: se Miami Vice aveva pur sempre un celeberrimo precedente (la serie tv), e quindi poteva contare sui fan “originali”, e se Nemico pubblico poteva contare nello status di star di Depp, Blackhat è un ufo che atterrisce e che allontana… Non mi meraviglia neanche che la Universal non l’abbia supportato… In questo senso, ed è una boutade fino a un certo punto, Mann è ostico ed esigente e “hardcore” quanto un Lav Diaz (durate escluse)… Bisogna sapersi dare, e bisogna saper guardare… a proposito di sguardi…

NOTE

1. P.M. Bocchi, Michael Mann, Il Castoro, Milano, 2002, p.21

2. Alì [id., 20o1]

3. Potere assoluto [Absolute Power, 1997]

4. Strade violente [Thief, 1981]

5http://www.chicagoreader.com/chicago/blackhat/Film?oid=16054132   

6. Koyaanisqatsi [id., 1982]

7. P.M. Bocchi, L. Malavasi (a cura di), Claire Denis, Edizioni di Bergamo Film, 2009, p.17

8. L’ultimo dei Mohicani [The Last of the Mohicans, 1992]

9. fonte: http://www.imdb.com/title/tt2717822/business?ref_=tt_dt_bus 

10. fonte: http://www.movietele.it/film/blackhat/incassi