Non ho chiuso la porta,
non ho acceso le candele,
non lo sai ma, per quanto fossi stanca,
non riuscivo ad andarmene più a letto.
Guardare, come si smarriscono i sentieri
dentro al bosco, all’imbrunire ormai del giorno,
ebbra del suono di una voce
che è simile alla tua.
E sapere che tutto è già perduto,
che la vita è un tremendo inferno.
Ero certa
che saresti ritornato.

Nella notte bianca – Anna Achmatova

a travers la foret - 1

I versi di Anna Achmatova sembrano descrivere perfettamente le sequenze di apertura e chiusura di À travers la forêt [id., 2005], un film che si addentra in un limbo tra l’amore e la morte, non tra la vita e la morte. Perché il film di Jean-Paul Civeyrac, autore francese di un cinema che si spinge oltre, è un film di fantasmi e per tale motivo un film che non può che rivolgersi al cinema stesso. Ombre di non morti proiettate sullo schermo che Christian Metz descriveva nel suo seminale “Le signifiant imaginaire1. Troppo facile però la lettura metacinematografica che, seppur probabilmente tangibile in un film di questo tipo, non è per chi scrive il nodo su cui dibattere. Condensato in circa sessanta minuti, o poco meno, À travers la forêt, se ridotto all’osso, si regge su un soggetto non propriamente originale, quasi un tòpos letterario se vogliamo osare: il ritorno dal mondo dei morti. Ma ancora non è tutto.
La protagonista Armelle, distrutta dalla perdita del suo Renaud, sostiene di passare del tempo con il suo innamorato morto da qualche mese a causa di un incidente.
Dopo essere stata da una medium, la ragazza comincia ad avere delle strane influenze sulle amiche, come se avesse dei poteri ricevuti forse dopo l’incantesimo della sensitiva.

a travers la foret - 2

Incontra così un ragazzo, Hyppolite, che le ricorda profondamente Renaud, i due si ritrovano, si amano ancora e lei continua a chiamarlo Renaud, vuole cancellare il passato e ritrovare l’uomo che ama. Il ragazzo a sua volta entra nella parte, ama Armelle come se la conoscesse da tempo, i loro corpi si fondono nelle magnifiche sequenze di amore virate sulle tonalità di rosso, in quella che forse è la parte più intensa del film. Il lavoro del regista è meticoloso e attento, la composizione dell’immagine in alcuni punti pittorica e nonostante gli evidenti rimandi al cinema del passato – Godard su tutti –  À travers la forêt mantiene una sua originalità senza scadere nel citazionismo più banale.

a travers la foret - 3

a travers la foret made in usaSopra, un’immagine da À travers la forêt; sotto, da Una storia americana [Made in USA, 1966] di Godard.

Ma dov’è Armelle? Dove si colloca nello spazio e, soprattutto, è viva o morta?
Più o meno a metà film vi è una magnifica sequenza in cui Armelle e la sua amica si aggirano per la casa al buio, il vento soffia forte e le ragazze diventano delle ombre fluttuanti in un’atmosfera mortifera, come se in quel momento si prendesse contatto con l’aldilà. La protagonista si avvicina al corpo di un uomo fasciato in un lenzuolo bianco, sta per scoprire il suo volto ma alcune voci attirano la ragazza altrove. Armelle guarda il suo riflesso, la sua figura, il suo stesso fantasma e va verso quella foresta che dà il titolo al film, qui cade addormentata. Durante la scena seguente in cui le ragazze si trovano al bar i dialoghi suggeriscono che Armelle è stata in coma per due giorni, la donna è così ritornata dal mondo dei morti? In ogni caso sembra diversa e ha come un potere che agisce sul pensiero delle sue amiche.
Il passaggio in questo aldilà segna la svolta del film che nella seconda parte diventa un viaggio sensoriale tra le pieghe del corpo dei due innamorati. Perché forse Arnelle è anch’essa un fantasma, proprio come l’uomo che ama pertanto il fulcro di questo film si situa proprio nella questione dello spazio.
À travers la forêt è un’opera che setaccia lo spazio attraverso sequenze fluide che scandagliano gli ambienti circostanti: gli interni, l’esterno con parete rossa, la casa di notte che si immerge nel verde della foresta. Lo spazio diventa un elemento fondamentale del film, il punto in cui si svolge À travers la forêt non è decifrabile, è un margine, una soglia dove i due erranti (Arnelle e Renaud) trovano il loro punto di incontro.
Civeyrac realizza un film di corpi e di fantasmi, di carne e di materia eterea, un film che si installa sulla soglia, il punto di incontro del vivo e del morto.
Forse
À travers la forêt si svolge in un luogo foucaultiano, un’eterotopia, un (non) luogo che ha «il privilegio di farvi stare fuori, cioè di sospendere la realtà per viverne un’altra opposta, contraria, redenta»2 e il film, soprattutto nella seconda parte, sembra proprio incedere verso uno spazio diverso, ultraterreno e  svincolato dal mondo, dove la fusione del vivo e del morto prende atto.
Continua ancora Foucault: «[…] l’eterotopia ha il potere di giustapporre, in un unico luogo reale, diversi spazi, diversi luoghi che sono tra loro incompatibili. E così che il teatro realizza nel riquadro della scena tutta una serie di luoghi che sono estranei gli uni agli altri; è così che il cinema riesce a costituire una particolarissima sala rettangolare in fondo alla quale, su uno schermo a due dimensioni, si vede proiettato uno spazio a tre dimensioni; ma forse l’esempio più antico di queste eterotopie, in quanto forma di luoghi contraddittori, è il giardino.»3

a travers la foret - 4

In questo caso la foresta, quella che guarda Armelle attraverso lo specchio, quella dove si immerge e si perde nell’ultima toccante scena che chiude il film. La foresta rappresenta il limbo, la soglia entro la quale si incontra e si accede, quella linea di passaggio attraverso la quale Armelle accede al suo amore.
À travers la forêt è un film di spettri che si muovono proprio sul limitare della soglia, i due amanti sono bloccati in questo confine che li relega a un amore destinato a non esistere e perciò il finale si risolve in una scena ambigua dove forse della protagonista sceglie la morte, accede e oltrepassa la soglia della foresta. Non a caso già in precedenza aveva tentato il suicidio.
Il regista già con Fantômes nel 2001 aveva affrontato le tematiche dell’amore e della paura di amare, lì gli spiriti si muovevano per scappare, per evitare l’esistenza e rifugiarsi nel limbo, in À travers la forêt i due fantasmi si cercano, interpretano una parte, fingono di essere altri, ritornano.
L’evanescenza e la fluidità dei film di Civeyrac (ricordiamo anche il bellissimo Des filles en noir [id., 2010], cupo e di romantica malinconia), lascia nello spettatore la voglia di addentrarsi in quegli spazi, di ricercare le proprie risposte a quei temi così eterni che il regista continua a interrogare.
Echi di cinema orientale e sequenze di un formalismo mai lezioso fanno di À travers la forêt un film che in poco più di cinquanta minuti condensa un cinema potente e diretto. L’afflato di ricerca spirituale si affianca all’erotismo dei corpi che l’occhio del regista contempla e sfiora. Questi fantasmi contemporanei paradossalmente nella loro malinconia sono una spinta alla vita e all’amore, si desiderano, si toccano, l’evanescenza apparente è invece forza magnetica di attrazione. Corpi sul limitare della vita, attraverso la foresta dei sensi.

NOTE

1. Cfr. Chrstian Metz, Cinema e psicanalisi, Roma, Marsilio, 2006

2Michel Foucault , Spazi altri – I luoghi delle eterotopia, Milano, Mimesis Edizioni, 2011, p. 29

3Ivi., p. 34