È terminata fra gli applausi del pubblico la 72° Berlinale. E questo nonostante le numerose critiche per l’iniziativa di portarla nelle sale cinematografiche con il rischio Covid-19 ancora molto alto. Sicuramente è stata un’impresa per tutti, per gli organizzatori come anche per i giornalisti e il pubblico, chi a controllare e chi a rispettare le molte regole e i test obbligatori. E comunque dopo due anni di pandemia c’era voglia dell’atmosfera vibrante del festival nella capitale tedesca. E c’era voglia di grande cinema. Con uno sguardo retrospettivo sulle molte opere visionate, la qualità non è mancata, anzi verrebbe da dire che forse sono mancati i premi, non gli ottimi film.

Per quanto riguarda la selezione, non solo fra le opere presentate in concorso, ma in tutte le sezioni, in questa edizione c’è stata una grande apertura alla partecipazione femminile: molte le regie, le protagoniste, i temi trattati e di conseguenza molti dei premi sono andati a delle donne. Senza dimenticare l’Hommage alla premiatissima attrice francese Isabelle Huppert e la retrospettiva in onore di tre grandi attrici della commedia hollywoodiana degli anni trenta: Mae West, Rosalind Russell e Carole Lombard.

Vincitore del festival è il secondo lungometraggio della regista spagnola Carla Simón, Alcarràs [2022]. Il suo primo, Estate 1993 [Estiu 1993, 2017], aveva vinto nella sezione Generation sempre alla Berlinale. L’arrivo improvviso delle ruspe sconvolge non solo il raccolto delle pesche, cui come ogni estate, si dedica la famiglia Solé nella campagna catalana della regione di Alcarràs, ma anche l’idillio familiare. Fra i primi a dover rinunciare ai loro giochi sono i bambini. Sulla terra che lavorano da tre generazioni, saranno installati pannelli per l’energia solare perché, come si viene a sapere, un contratto scritto sul suolo coltivato non è mai stato stipulato e la terra non appartiene ai Solé. Alla perdita della proprietà si accompagna una crisi che rischia di dividere il nucleo familiare allargato. Mentre i più giovani sarebbero disposti ad adattarsi al cambiamento e accettare un lavoro di supervisione tecnica dei pannelli, il figlio maggiore, Quimet si radica in un proprio isolamento e provoca la rottura con il fratello. La storia di finzione rasenta molto il realismo documentario grazie ad una ben dosata regia e una scelta accurata dei protagonisti. Gli attori infatti, non professionisti, sono stati scelti fra gli abitanti della campagna nella regione di Alcarràs, parlano l’accento catalano locale e sanno – in pratica da sempre- guidare un trattore.

Alcarràs

Di un’altra campagna, quella dell’entroterra messicano, si parla in Robe of Gems [id., 2022] della regista messicana Natalia López Gallardo che vince l’orso d’argento. Nella trama si aggrovigliano i destini di tre donne, la ricca Isabel, la sua collaboratrice María e la poliziotta Roberta. Tutte e tre si trovano coinvolte, anche se per motivi diversi, nella stessa ragnatela di rapimenti e ricatti della malavita locale, fino quasi a perdere se stesse. Il film è costruito su un montaggio non lineare, dove le dimensioni spazio-tempo, grazie anche all’uso della tecnica dello slow-motion, si allungano o accorciano in modo disuguale. Nel dilatare del tempo e nello sfuocare delle immagini si perde la percezione della realtà, fino a sprofondare sempre più al livello del sogno. Il film risente molto dell’influenza e dell’interazione artistica con il regista Carlos Reygadas, con il quale López Gallardo è legata non solo nella vita privata ma anche professionale.

L’altro orso d’argento va al molto premiato (già due anni fa aveva vinto per The Woman Who Ran [Domangchin yeoja, 2020]) regista coreano Hong Sangsoo per il suo The Novelist’s Film [So-seol-ga-ui yeong-hwa, 2022]. In un rigoroso minimalismo, ottenuto anche grazie all’uso del bianco e nero (come molti dei film del regista sud coreano), The Novelist’s Film segue gli incontri casuali di una scrittrice (Lee Hyeyoung) in crisi letteraria che, annoiata dalla grande città, visita nella periferia di Seoul una sua conoscente. L’amica, anch’essa con passato di scrittrice, ora gestisce una libreria. A questo incontro ne seguono altri più o meno graditi, fino all’incontro con l’attrice Kilsoon (Kim Minhee) alla quale, molto spontaneamente, propone di girare un film insieme. La scena finale, raro momento a colori, altro non è che il film finalmente realizzato dalla scrittrice-regista. Dai convenevoli orientali frammisti a dialoghi anche pepati, il film non si allontana dal tipico stile lineare e semplice di Hong Sangsoo che tende a essere un po’ troppo ripetitivo.

Il premio per la miglior regia invece lo porta a casa la regista francese Claire Denis con il melodramma Avec amour et acharnement [id., 2022]. Il film racconta un triangolo amoroso in cui Sara (Juliette Binoche) pur amando di amore sincero Jean (Vincent Lindon) si ritrova ancora carica di una passione difficile da controllare per François, un amore giovanile che aveva cercato di dimenticare con il tempo, cui ora, ricomparso, non riesce e non vuole rinunciare.

Due premi li vince il film, forse fra i più politici di questa edizione del festival, Rabiye Kurnaz vs George W. Bush [Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush, Andreas Dresen, 2022] premiato sia per la sceneggiatura, sia per la capacità comunicativa della sua interprete, l’attrice Meltem Kaptan. Quest’ultima, giustamente, riceve l’orso come miglior attrice, grazie al suo ruolo di madre coraggio, Rabiye Kurnaz. Il film ricostruisce le vicende giudiziarie (vere) e i diversi tentativi di pressione internazionale per liberare il figlio Murat Kurnaz, rinchiuso come terrorista a Guantánamo, e mette in luce il vuoto legislativo che ancora oggi circonda il campo di prigionia americano. In Italia non sono molti i film di Dresen usciti al cinema, ma in Germania il regista è molto apprezzato per le sue commedie d’ambiente che nascondono dei drammi sottili, come Un’estate sul balcone [Sommer vorm Balkon, 2005] o Settimo cielo [Wolke 9, 2008].

Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush

Il film che la giuria ha premiato per l’eccezionale contributo artistico non è sicuramente un lavoro facile: Everything Will Be OK [id., 2022] del regista cambogiano, parigino d’adozione Rithy Panh. L’opera, che tende allo sperimentale, più che al documentario, riprende gli stessi temi di altri film di Panh, in particolare il suo ultimo Irradiés [id., Rithy Panh, 2020] presentato alla Berlinale due anni fa. Le sue riflessioni sulla guerra e sulle distruzioni causate dall’uomo, sono presentate e – letteralmente – modellate, in forma di statuine di argilla. Queste composizioni riproducono un mondo animale liberato dall’oppressione umana. Soltanto una voce narrante accompagna e spiega le immagini immobili di questo mondo futuro; di sottofondo, solo un continuo grugnire e barrire. L’intento è di creare un film metafora, sul modello delle favole classiche di Jean de la Fontaine o George Orwell. Il risultato finale, per quanto possa destare interesse, rimane faticoso e ostico per il pubblico e comunque piuttosto impegnativo nei suoi novanta minuti di durata.

berlino 2022Everything Will Be Ok

Una menzione d’onore da parte della regia la riceve il film A Piece of Sky [Drii Winter, Michael Koch, 2022]. Certamente il film non manca di aspetti interessanti e avrebbe meritato qualcosa di più. Anna (Michèle Brand), che vive da sempre in un paesino dei monti svizzeri, decide di sposare Marco (Simon Wisler), un giovane della valle, pieno di forza e buone intenzioni che si è trasferito da poco. Inizia come un tipico Heimatfilm, questo dramma alpino che non si nega nemmeno il coro (come nella tragedia greca) a concedere delle pause di riflessione. Perché la tragedia non si fa attendere molto e al giovane sposo è diagnosticato un tumore al cervello. La grandiosità della montagna, elemento protagonista del film, risalta in contrasto alla quotidianità della vita nel piccolo paese di montagna, dove Anna si adopera per aiutare Marco. Anche qui, come in Alcarrás, gran parte del realismo, cui il film deve la sua intensità, è affidato alla bravura scenica di attori non professionisti.

berlino 2022

berlino 2022berlino 2022Drii Winter

Molti sono anche i film in competizione, che pur non avendo ricevuto premi, meritano senz’altro di essere citati.

Uno fra questi The Line [La ligne, Ursula Meier, 2020]. La linea è il limite di cento metri, che per legge, la ribelle Margaret non può oltrepassare dopo aver aggredito la madre e averle causato un disturbo dell’udito. All’interno di un discorso sulla violenza in famiglia, ritrae un esempio di aggressività al femminile. Inoltre riflette sulla percezione della distanza e le regole del distanziamento, cui volenti o nolenti siamo stati sottoposti in questi due anni di pandemia, e al seguito, la paura di fare del male (in)volontariamente ai nostri cari familiari. Se nella parte della madre troviamo una Valeria Bruni Tedeschi forse troppo esagerata, la prestazione migliore è quella delle tre sorelle, fra le quali spiccano l’intenso sguardo di Margaret alias Stéphanie Blanchoud e il viso innocente di Marion, la giovane Elli Spagnolo.

berlino 2022La ligne

La ligne è un film che poteva essere girato solo in inverno, come un altro film presente in concorso, Rimini [id., Ulrich Seidl, 2022] che vive e soffre del freddo e del vuoto lasciato nella città balneare durante i mesi invernali. Negli hotel chiusi e per le spiagge bianche di neve di una squallida Rimini, si muove il cantante Schlager Richie Bravo (Michael Thomas), che racimola qualche soldo inscenando qualche misero concerto per i pochi turisti austriaci che ricordano il suo passato successo musicale. Seidl riesce a creare una distanza impietosa fra i soggetti dei suoi film e il pubblico in sala che va oltre il realismo più crudo. Chi ha presente la sua trilogia Paradies [Paradise: Love, Faith, Hope, Ulrich Seidl, 2012-2013] o i suoi documentari sa di cosa si parla.

Un film che ricorda una vera tragedia è One Year, One Night [Un año, una noche, Isaki Lacuesta, 2022]. Gli avvenimenti dell’attentato terroristico avvenuto nella notte del 13 novembre 2015 al Bataclan si sono impressi in modo diverso nelle memorie di Céline e Ramón. La giovane coppia sopravvissuta, è fra i pochi che apparentemente ne sono usciti senza danno. Le loro ferite non sono visibili e forse per questo sono più lente a guarire. Il film li segue nella diversa rielaborazione dello shock e nel tentativo di riconquistare la normalità che hanno perso.

Ancora di campagna in trasformazione, ma quella della Cina in piena riforma agricola si parla nel film, anch’esso in concorso, Return to Dust [Yin in Ru Chen Yan, Li Ruijun, 2022].Le due vite infelici e vissute da emarginati di Ma (Renlin Wu) e di Guiying (Hai-Qing) vengono unite grazie a un matrimonio combinato dalle loro famiglie. Lei, dopo anni di maltrattamento e violenze in famiglia ha problemi d’incontinenza e zoppica da una gamba. Lui, abituato a lavorare sodo, è un contadino solitario e taciturno, e soprattutto l’unico in paese ad avere il sangue dello stesso gruppo sanguigno del proprietario terriero, la cui terra tutti i contadini della zona lavorano e che, grazie alle trasfusioni di Ma, continua a vivere.Il film ritrae il sofferto abbandono della campagna per la città cui sono stati costretti molti contadini cinesi. Lo sradicamento dei piccoli nuclei agricoli legati a un’economia ancora primitiva pone fine a un rapporto molto forte di simbiosi con la terra, gli animali e il ruotare delle stagioni nella vita del singolo, qui nel film esemplificato nella figura del contadino Ma. Il film riprende nostalgicamente temi cari al cinema del socialismo reale ponendoli su un piano poetico, non ideologico, e creando immagini simboliche di particolare intensità emotiva.

berlino 2022Yin Ru Chen Yan [Until Dust]

Il film Peter von Kant [id., François Ozon, 2022] si allontana molto dal realismo dei film citati fino ad ora, anzi, può essere considerato un puro divertimento stilistico, una dedica moderna al regista favorito di Ozon: Rainer Werner Fassbinder. Sicuramente chi ricorda il Kammerspiel Le lacrime amare di Petra von Kant [Die bittere Tränen der Petra von Kant, R.W. Fassbinder, 1972] si divertirà, chi più, chi meno, a fare dei confronti. Il noto regista Peter von Kant (Denis Ménochet) vive e lavora insieme al suo segretario-schiavo in un appartamento in centro a Colonia. Quando la sua amica Sidonie (Isabelle Adjani) gli fa conoscere il giovane Amir (Khalil Gharbia), Peter se ne innamora e lo fa diventare la star del suo nuovo film. Amir ben presto si stanca di questa relazione e se ne va. Peter rimasto solo, cerca rifugio nella dedizione del suo segretario. Proprio quest’atto di rinuncia però provoca il disprezzo di quest’ultimo, che senza dare spiegazioni lo abbandona.Il Peter di Ozon è una copia e contemporaneamente l’opposto della Petra di Fassbinder. Tanto Petra è anoressica e anemica, quanto Peter è rubicondo e paffuto. Tanto l’amore di Petra è costruito e razionale, quanto Peter ama passionalmente e carnalmente. Tanto Fassbinder usa il bianco, tanto Ozon usa i filtri di colore blu e rosso quasi allo stato puro. Rimangono le citazioni stilistiche, la musica, la messa in scena, lo stesso utilizzo della macchina da presa, stesso uso degli specchi e degli sguardi, l’opulenza dei tableaux giganti di Poussin alla parete sul fondo (a cui si aggiungono gli ingrandimenti di ritratti dell’amato Amir) e nemmeno il senso di decadenza viene a mancare.Certamente il gioco di ripresentare elementi visivi così palesemente legati allo stile di Fassbinder è facilmente accessibile per un virtuoso del cinema come Ozon e se anche la bravura tecnica e le citazioni non ne fanno un capolavoro, il film è piacevole nell’insieme e fa venire la voglia di andarsi a rivedere l’originale.

ozon fassbinder berlino 2022Peter von Kant

Paolo Taviani, nel suo, Leonora addio (2022), primo lungometraggio realizzato dopo la morte del fratello Vittorio, si appresta, in un impeccabile bianco e nero, a documentare il lungo e tortuoso viaggio, cui sono state sottoposte le ceneri di Luigi Pirandello dopo la sua morte a Roma nel 1936. Dai filmati di repertorio, che documentano l’assegnazione al drammaturgo del premio Nobel per la letteratura, si passa a delle più oniriche immagini di Pirandello nel suo letto di morte, accompagnate dalle ultime volontà testamentarie. Si continua poi con i progetti per un grande funerale fascista, fino al trasferimento delle ceneri in Sicilia e la loro sistemazione nel 1962 in un parco ad Agrigento, sua città natale. Il viaggio non è solo un viaggio nell’Italia del dopoguerra, da Roma alla Sicilia, simbolicamente, è anche un viaggio nella letteratura e nel mondo dell’umorismo pirandelliano, e quindi ritroviamo alcune citazioni dai suoi racconti. Lo stesso titolo del film è tratto da una novella di Pirandello, una scena prevista che poi non compare nella versione finale.

Leonora addio

I film italiani presentati nella sezione Panorama sono tre e, anche se in modo diverso, i loro protagonisti, quasi degli eroi, si ribellano alle norme sociali loro imposte.Una radicata oppressione di genere esiste nell’inquietante Calabria in cui ci porta il regista Francesco Costabile nel suo film Una femmina (2022). Qui la donna deve sottostare a ferree leggi patriarcali e mafiose, il solo tentativo di emanciparsi è punito severamente. La stessa musica e l’ansimare dei corpi creano un’atmosfera di disagio opprimente nonostante la bellezza e poeticità delle immagini. Non c’è via d’uscita se non nella ribellione di gruppo.

berlino 2022Una femmina

Il secondo contributo è Calcinculo (2022) di Chiara Bellosi. L’adolescente Benedetta (Gaia Di Pietro) scopre l’amore, non ricambiato, nell’amicizia, ricambiata, con Amanda (Andrea Carpenzano), un ragazzo trans che gira le periferie insieme a un piccolo gruppo di giostre di un luna-park e si ferma proprio davanti a casa sua. Amanda è l’unica che vede in Benedetta, non una ragazzina sovrappeso, come invece la vede sua madre, ma una quasi donna con cui scambiare confidenze. È il secondo lungometraggio della regista Chiara Bellosi alla Berlinale dopo Palazzo di giustizia (2020).

berlino 2022Calcinculo

Di una lotta per la propria libertà sessuale, più attuale ma non meno sofferta, tratta il film italiano Nel mio nome (Nicolò Bassetti, 2022). Esso documenta l’amicizia fra quattro ragazzi italiani che rifiutano l’identità di genere loro prescritta dalla società. Nelle loro riflessioni e nei loro incontri emerge come il sostegno reciproco, pur limitato durante la pandemia a degli incontri virtuali, dia loro l’energia per affrontare incomprensioni sociali e difficoltà quotidiane che ancora incontrano a causa della loro scelta.

berlino 2022Nel mio nome